Trentaquattro anni fa, Palermo fu attraversata da un boato che non distrusse soltanto una strada. In Via d’Amelio, la furia omicida di Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, spazzò via il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Quel giorno segnò uno spartiacque nella storia della Repubblica e aprì una delle pagine più oscure e dolorose della lotta alla mafia.
Eppure, dopo oltre tre decenni, la verità non può ancora dirsi pienamente compiuta. Troppe domande attendono una risposta, troppe ombre continuano ad allungarsi su quella stagione di sangue che ha cambiato il destino dell’Italia.
L’inchiesta “Mafia e Appalti” e i magistrati indagati
La Procura della Repubblica di Caltanissetta, all’esito di un lungo e articolato lavoro investigativo, ha ricostruito un quadro nel quale il movente della strage sarebbe riconducibile all’inchiesta “Mafia e Appalti”, sviluppata dal ROS dei Carabinieri. In questo contesto risultano indagati almeno due magistrati che, all’epoca dei fatti, prestavano servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo.
Naturalmente, ogni persona sottoposta a indagine deve essere considerata innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. È un principio irrinunciabile dello Stato di diritto. Ma proprio perché la giustizia vive di trasparenza e di responsabilità, oggi è indispensabile che ogni aspetto di quella vicenda venga chiarito senza reticenze, senza ambiguità e senza zone d’ombra.
Le parole del procuratore davanti all’Antimafia
Particolarmente significative sono state le dichiarazioni rese dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Con parole inequivocabili ha affermato che l’indagine su “Mafia e Appalti” sarebbe stata, in qualche modo, fermata. Un’affermazione di tale portata non può essere archiviata come un semplice dettaglio investigativo: interpella direttamente la coscienza delle istituzioni e il diritto dei cittadini a conoscere la verità.
“L’Italia non può più attendere”
L’Italia non può più attendere. La memoria di Paolo Borsellino e degli uomini e delle donne che hanno sacrificato la propria vita per lo Stato impone un accertamento pieno e definitivo dei fatti. La ricerca della verità non è un esercizio accademico, ma un dovere morale e civile verso la Repubblica.
Per questa ragione, coloro che oggi risultano indagati dovrebbero sentire il dovere, prima ancora che giuridico, morale e istituzionale, di offrire pubblicamente la propria versione dei fatti. Parlare non significa ammettere responsabilità; significa contribuire a dissipare i dubbi, difendere il proprio operato e rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Finora, invece, a prevalere è stato un silenzio che pesa quanto le domande rimaste senza risposta.
Il caso Scarpinato-Natoli
Nel dibattito pubblico hanno trovato spazio anche le dichiarazioni del senatore Roberto Scarpinato, il cui nome è emerso in relazione a un’intercettazione nella quale conversava con uno dei magistrati indagati, Gioacchino Natoli, in vista della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Anche questo episodio, ormai noto, alimenta la necessità che ogni elemento venga chiarito con assoluta trasparenza.
La verità appartiene alla Repubblica
Perché la verità non appartiene ai magistrati, ai politici o agli investigatori. La verità appartiene ai familiari delle vittime, appartiene ai cittadini onesti e appartiene alla Repubblica. E finché ogni interrogativo non avrà trovato una risposta fondata sui fatti, Via d’Amelio continuerà a essere non soltanto il luogo di una strage, ma il simbolo di una verità che l’Italia ha il dovere di cercare fino in fondo. (Ger. Lar.)











