23 Settembre 2026
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“Forse è finito il tempo delle maggioranze”: la Chiesa del futuro sarà più profonda secondo don Corapi

Dal mondo universitario alla parrocchia, l’invito a ripartire dal Kerygma: “Non dalla norma, ma dall’incontro. Cristo è vivo e ti cerca”

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“Non funziona iniziare con cosa è giusto o sbagliato, ma annunciare: sei amato; la tua vita ha un senso; Cristo è vivo e ti cerca”.

È questo il cuore della riflessione di don Roberto Corapi, impegnato nella pastorale parrocchiale e nel mondo della cultura, dove svolge anche il ruolo di cappellano universitario.

Secondo il sacerdote, è necessario tornare al Kerygma, l’annuncio fondamentale del Vangelo, per costruire una pastorale “di azione a 360 gradi” in una società che appare sempre più smarrita. “Se si parte dalla norma, si perde l’uomo moderno; se si parte dall’incontro, si apre un cammino”, sottolinea.

Una società ferita, non solo peccatrice

“Viviamo – osserva don Corapi – in un’epoca segnata dalla sfiducia istituzionale, in cui il Vangelo è chiamato a intercettare le domande reali delle persone: solitudine, ansia, identità fragile, paura del futuro, fallimenti affettivi”.

Per questo, insiste, “non bisogna parlare solo di peccato ma di ferita, ricerca di senso, nostalgia di infinito”. Prima della dottrina viene l’incontro, prima della regola la relazione.

Comunità calde, non uffici di sacramenti

La riflessione si allarga al modello di Chiesa. Le comunità cristiane, secondo il cappellano, devono diventare “comunità calde”, non semplici “uffici di sacramenti”.

La domanda da porsi oggi non è come riportare le persone in chiesa, ma come far incontrare Cristo nel mondo di oggi. “La comunità non può essere intesa soltanto come struttura organizzativa, ma come esperienza viva, capace di accompagnare e condividere”.

Meno nostalgia, più profondità

“Le chiese si svuotano, sì. Ma le piazze interiori restano abitate da domande”, osserva don Corapi. Se la Chiesa saprà ascoltarle senza paura e senza nostalgia, potrà offrire ancora una parola significativa.

“Non come voce dominante, ma come lievito discreto. Non come potere culturale, ma come compagnia di strada. Forse il tempo delle maggioranze è finito. Ma può iniziare il tempo della profondità. E in un mondo affollato di rumori, anche una voce mite può diventare decisiva”.

Ripensare la pastorale oggi

La sfida, conclude il sacerdote, “è ripensare radicalmente il modo di fare pastorale, tornando all’essenziale dell’annuncio cristiano. Un percorso che non punta alla restaurazione di numeri o strutture, ma alla capacità di generare incontri autentici e cammini di senso dentro le ferite del nostro tempo”.

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