7 Settembre 2026
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Caro affitti e cattedre vuote, docenti calabresi rinunciano al posto fisso al Nord: “Con questi stipendi non possiamo partire”

Dopo anni di precariato, sempre più insegnanti del Sud dicono no alla stabilizzazione lontano da casa. Centinaia di cattedre restano scoperte: tra affitto, bollette e viaggi, lo stipendio non basta per vivere

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Per anni hanno inseguito il posto fisso, accettando supplenze, cambiando scuole e accumulando punteggio. Quando però arriva la chiamata per l’immissione in ruolo, sempre più docenti scelgono di rinunciare. Non per mancanza di volontà, ma perché lavorare lontano da casa, soprattutto nelle città del Nord, rischia di trasformarsi in una perdita economica.

Il paradosso della scuola italiana emerge alla vigilia del nuovo anno scolastico: da una parte ci sono istituti alla ricerca disperata di insegnanti, dall’altra precari che non possono permettersi di accettare la stabilizzazione. Tra affitti alle stelle, utenze, trasporti e viaggi per tornare al Sud, lo stipendio non basta più.

Oltre 300 rinunce soltanto in Toscana

Il dato più significativo arriva dalla Toscana, dove, secondo le stime della Flc Cgil, oltre 300 docenti avrebbero rinunciato all’immissione in ruolo: circa 250 su posto comune e una sessantina sul sostegno.

Il fenomeno non riguarda, però, una sola regione. I numeri diffusi dall’Anief indicano 383 posti rimasti vacanti in Friuli Venezia Giulia su 1.097 autorizzati, mentre in Liguria sarebbero state effettuate 562 nomine a fronte di 1.407 disponibilità. In Lombardia il quadro appare ancora più difficile, con migliaia di cattedre da coprire e una particolare sofferenza nella scuola primaria. Le procedure e gli scorrimenti delle graduatorie sono ancora in corso, ma il segnale è evidente. 

Le cattedre lasciate libere dovranno essere assegnate attraverso nuovi scorrimenti o supplenze. Il risultato è un sistema che continua ad alimentare il precariato, rallenta la formazione degli organici e mette a rischio la continuità didattica.

Uno stipendio da 1.480 euro, una stanza può costarne 700

La ragione principale delle rinunce si trova nei conti mensili. Lo stipendio di un insegnante all’inizio della carriera può aggirarsi intorno ai 1.400-1.500 euro netti. Una somma che, nelle grandi città, viene divorata dal costo dell’abitazione.

Milano una stanza singola in un appartamento condiviso può costare tra 600 e 800 euro al mese, mentre per un monolocale si può arrivare o superare quota mille euro. A Bergamo una camera può richiedere circa 500 euro e un piccolo appartamento 700-800. Anche a Firenze e Roma trovare una sistemazione compatibile con lo stipendio di un docente è diventato sempre più difficile.

All’affitto bisogna aggiungere deposito cauzionale, condominio, bollette, trasporti e spesa alimentare. Per chi lascia la famiglia al Sud ci sono poi i biglietti ferroviari o aerei per rientrare periodicamente. In alcuni casi il docente deve sostenere contemporaneamente un mutuo nella città d’origine e un affitto nella sede di servizio. La stabilità lavorativa, a queste condizioni, rischia di esistere soltanto sulla carta.

Meglio una supplenza vicino casa che il ruolo a mille chilometri

La scelta più difficile riguarda soprattutto i precari provenienti dal Mezzogiorno. Dopo anni trascorsi nelle graduatorie, molti si trovano davanti a un bivio: accettare il ruolo al Nord, separandosi dalla famiglia e spendendo quasi tutto lo stipendio, oppure restare precari e continuare a lavorare più vicino a casa.

Una contraddizione che interessa direttamente anche la Calabria, terra dalla quale ogni anno numerosi insegnanti partecipano alle procedure nazionali sperando nella stabilizzazione. Il posto fisso resta un traguardo importante, ma non può diventare una condanna economica o familiare.

“Le retribuzioni non coprono il costo della vita”, ha denunciato il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile, chiedendo interventi sia sugli stipendi sia sul welfare destinato al personale scolastico.

Cattedre vuote e lezioni a orario ridotto

A pagare le conseguenze non sono soltanto gli insegnanti. Le rinunce e i ritardi nelle nomine ricadono direttamente sugli studenti e sulle famiglie.

In alcuni istituti milanesi, dopo la prima tornata di assegnazioni, sono rimasti scoperti numerosi posti, soprattutto sul sostegno. In una scuola primaria sono stati segnalati circa 50 posti ancora liberi su 71, con la necessità di iniziare le lezioni a orario ridotto. In altri istituti il tempo pieno potrebbe partire soltanto dopo il completamento degli organici. Il rischio è quello di assistere alla solita corsa alle supplenze, con docenti che arrivano a lezioni già iniziate, insegnanti costretti a dividersi tra più scuole e alunni con disabilità che attendono ancora il proprio docente di sostegno.

La richiesta dei sindacati: indennità per chi lavora fuori sede

I sindacati chiedono una risposta strutturale. Tra le proposte avanzate ci sono un’indennità per i lavoratori fuori sede, sgravi fiscali sugli affitti, agevolazioni per i trasporti e misure specifiche per chi presta servizio nelle città dove il costo della vita è più elevato. Il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico, ha definito le rinunce una “beffa” per lavoratori che attendevano da anni la stabilizzazione, sollecitando risorse da inserire nella legge di Bilancio. Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il sostegno ai fuori sede. 

Al centro resta il livello degli stipendi degli insegnanti italiani, considerato insufficiente rispetto alle responsabilità, alla formazione richiesta e all’aumento generalizzato dei prezzi. La scuola si prepara così a riaprire con un paradosso difficile da ignorare: le cattedre ci sono, gli insegnanti anche, ma accettare il posto può costare più di quanto il posto stesso garantisca.

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