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17 Febbraio 2026
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Calabria
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Ciao Michele, sentinella di verità: la Calabria piange il giornalista che ha raccontato la ’ndrangheta con rigore e dignità

Per anni sotto scorta per le sue inchieste sulla ’ndrangheta, ha vissuto con discrezione e fermezza una vita segnata dalle minacce. Un esempio silenzioso di chi ha scelto di restare e raccontare, senza arretrare

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Michele Albanese è morto domenica scorsa all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza. Il giornalista dal 2014 era sotto scorta per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta. Era stato ricoverato all’ospedale dell’Annunziata per un infarto le cui conseguenze l’hanno portato alla morte. Oggi si è consumato l’ultimo atto della sua vita terrena con la celebrazione dei funerali nel suo paese natio: Cinquefrondi, che non ha voluto mai abbandonare nonostante la ‘ndrangheta lo avesse condannato a morte. Aveva 66 anni.

Una vita sotto scorta per la legalità

Ha lasciato questo mondo scolpendo sulla dura terra di Calabria valori eterni come la legalità e il rispetto per gli altri. Michele Albanese ha avuto il coraggio di ribellarsi alla violenza e ai soprusi delle ndrine, pagando un prezzo pesantissimo: anni e anni di vita blindata e sotto scorta.

La sua testimonianza di amore per la nostra terra non la facciamo morire mai. La Calabria del futuro avrà bisogno di testimoni come Michele Albanese che non si è mai piegato alla prepotenza e arroganza delle cosche, che non sono affatto sconfitte. Anzi, con rinnovata violenza, hanno rialzato la testa soprattutto nella provincia di Vibo Valentia, dove con spavalde intimidazioni incendiarie hanno nuovamente fatto sentire il loro “urlo” di morte. Raccogliamo il suo testimone e facciamo di tutto per arginare lo strapotere di questi gruppi criminali che hanno i “bunker” sotto terra strapieni di soldi e di armi da guerra.

Il legame con la Cittadella della Gioia

Michele Albanese l’ho conosciuto nella “Cittadella della Gioia” di Mamma Natuzza. Anche lui, giornalista antimafia, era innamorato spiritualmente della Mistica che, a chi le stava vicino, sapeva regalare affetto, speranza e conforto. Quel conforto che Michele Albanese cercava per il peso della condanna a morte che i mafiosi gli avevano comminato.

I suoi occhi, quel giorno di preghiera, erano tristi. Raccontavano il malessere che stava vivendo da anni conducendo una vita blindata. Da uomo “braccato” dalle forze del male che in Calabria siamo abituati a chiamare ndranghetisti.

Il sogno di una Calabria libera

Tutto si è compiuto per Michele Albanese che, da uomo di prima linea, ha vissuto tante primavere di sofferenza perché sognava una Calabria libera dalla stretta mafiosa. Ha lasciato questo mondo presentandosi davanti a Dio con una scorta luminosa di Angeli che adesso lo custodiranno per la vita eterna.

I funerali e il ricordo della comunità

Stamane nella Chiesa di San Michele Arcangelo, la sua gente si è stretta attorno alla sua bara che parlava ai cuori del suo coraggio, che gli è costato una vita da prigioniero. “Caro Michele continua a insegnarci che il coraggio può essere mite e la verità, anche sotto scorta, non cammina mai sola”. Ha scritto Don Pino De Masi, parroco della vicina Polistena e referente territoriale dell’associazione Libera, a cui il giornalista era molto legato, in un testo letto da monsignor Giuseppe Alberti, che nella celebrazione è stato affiancato dal vescovo Francesco Oliva.

“Ieri sera ho visto le mani pallide pallide di Michele che stringevano il Rosario, ma stringevano anche il taccuino e la sua penna. Questo racconta chi era Michele”, ha concluso la celebrazione eucaristica Don Luigi Ciotti. “Lui è morto, ma noi dobbiamo essere più vivi. Non cerchiamolo nella tomba, ma nella vita, in tutti coloro che ha amato. E allora ciao Michele – ha concluso il sacerdote -. Ciao a te che scendevi sempre in profondità e scavavi nella verità, anche le più scomode. Noi continueremo a camminare con te”.

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