““Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ad Amendolara il 2 giugno di quest’anno, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli afghani sono stati arsi vivi, la lezione morale, in quella occasione, l’aveva data a tutti un altro bracciante, sempre, afgano. Pur non riferendosi con certezza alla ‘ndrangheta, che comunque rimane sempre la protagonista, le parole di Taj, pronunciate in un italiano stentato, hanno descritto con forza l’inferno quotidiano vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel cuore del Materano. Un inferno noto a tutti eppure ignorato da molti. Uomini e donne trasformati in invisibili nelle mani di altri fantasmi. Esistenze sacrificate, provenienti dall’altra parte del mondo con il sogno di una vita migliore, che si ritrovano curvate sul lavoro per interminabili giornate, a fronte di compensi miseri”. E’ quanto afferma Potere al Popolo Calabria.
Ha denunciato la mafia pakistana
Che aggiunge: “Erano braccianti impiegati nella raccolta della nostra frutta e verdura, sfruttati come schiavi. Quando hanno trovato il coraggio di ribellarsi e di chiedere un contratto regolare, sono stati puniti in modo atroce: i caporali li hanno intrappolati e dati alle fiamme all’interno di un’auto in un’area di servizio.
Rammentiamo che quattro di loro hanno perso la vita, mentre il quinto è miracolosamente sopravvissuto e, con straordinaria determinazione, ha denunciato il sistema disumano contro cui lui e i suoi compagni avevano deciso di lottare. Ha parlato di mafia pakistana, specificando che lui stesso e tre dei quattro uccisi erano afghani. Ma a chi è funzionale questa rete criminale, capace di imporre paghe da 15 euro per giornate di lavoro di 12 ore? Serve le aziende regolari, le quali, a loro volta, riforniscono i principali supermercati. Un fenomeno che non colpisce solo i campi, e nemmeno solo il Sud. Ricordiamo che in Italia esiste un articolato quadro giuridico e di potere che non solo permette, ma in certe situazioni favorisce, condizioni simili alla schiavitù per i migranti. Le aziende ne approfittano per incrementare i loro profitti, sfruttando questa situazione. Pensiamo ai famosi marchi di moda o alle multinazionali della distribuzione a domicilio, frequentemente sotto indagine per l’eccessivo sfruttamento dei lavoratori, in particolare a Milano. Si tratta di una questione conosciuta, ma quanto spesso avete sentito un imprenditore denunciare in modo esplicito il fenomeno del caporalato?”
Nel 2020 l’inchiesta sulla manodopera nella Piana di Sibari
Dice ancora Potere al Popolo Calabria: “Le leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i decreti sicurezza hanno subordinato il rilascio del permesso di soggiorno dei migranti alla loro condizione lavorativa. Questo ha creato un meccanismo di ricatto terribile: o si accettano condizioni di lavoro degradanti, o si rischia di diventare irregolari. In questa dinamica trovano terreno fertile tutte le mafie, che prosperano sfruttando questa vulnerabilità. Ed è qui che emerge il ruolo dell’apparato istituzionale: il razzismo sistemico e le retoriche sulla sicurezza diventano strumenti funzionali a mantenere i migranti in condizioni di sfruttamento, ridotti a manodopera servile. Dal caporalato alle collusioni con figure più potenti, si delinea un sistema di capitalismo predatorio con una forte componente mafiosa. È questo meccanismo ad essere responsabile delle tragedie come quella che ha coinvolto i lavoratori braccianti a Cosenza. Si tratta di un sistema costruito su princìpi schiavisti che deve essere smantellato. Questa condizione estrema di sfruttamento e di schiavitù denunciavamo come Potere al Popolo lo stesso giorno della tragedia. A confermarla è l’inchiesta di questi giorni della Dda di Catanzaro. Un’inchiesta che parte nel 2020 e ricostruisce un sistema che avrebbe controllato la manodopera agricola nella Piana di Sibari. Lavoratori ammassati in alloggi fatiscenti, turni fino a dieci ore, salari decurtati e minacce. Contestato anche un sistema per ottenere ingressi e regolarizzazioni attraverso false assunzioni: che fa luce sul sistema di sfruttamento dei braccianti nella Piana di Sibari, in Calabria. Un sistema che vede insieme una rete di professionisti nascosta tra Caf, patronati e studi di commercialisti, composta da commercianti e aziende agricole compiacenti, pronti a coprire richieste in cambio di manodopera a basso costo o anche del tutto fittizia. Un vero e proprio mercato degli schiavi nella Piana di Sibari”.
Contro lo sfruttamento
Potere al Popolo Calabria passa alle conclusioni: “La ‘ndrangheta che controlla il territorio della Piana di Sibari, assume il ruolo fondamentale di tenere insieme tutti i protagonisti di questo sistema di sfruttamento e di schiavitù, compresi i caporali stranieri protagonisti del grande inganno perpetrato nei confronti di coloro che arrivano in Italia. Convinte di avere un lavoro regolare, si ritrovano nei campi a lavorare per 10 ore consecutive senza alcun riposo settimanale, ferie né alcuna tutela assicurativa o sanitaria, guadagnando al massimo 27-30 euro al giorno, che raramente venivano pagati. Da sempre siamo contro lo sfruttamento dei braccianti e il caporalato e ci battiamo, da sempre, per garantire diritti pari a tutti i lavoratori, italiani e stranieri”.












