17 Settembre 2026
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“Dodò”, vittima innocente della ’ndrangheta: “La scuola rinnovi la memoria attraverso conoscenza e contrasto alle mafie”

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani assume l'impegno "che il 20 settembre non chiuda ogni anno una pagina del passato, ma ne apra una nelle scuole italiane"

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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione dell’anniversario della morte di Domenico “Dodò” Gabriele, avvenuta il 20 settembre 2009, intende ricordare una delle più giovani vittime innocenti della ’ndrangheta e richiamare l’attenzione della scuola sulla necessità di mantenere viva la sua storia attraverso lo studio del fenomeno mafioso e degli strumenti predisposti dall’ordinamento per contrastarlo.

Perché ricordarlo

Spiega il Coordinamento: “Dodò aveva undici anni. Viveva a Crotone, amava la scuola, gli amici, la famiglia e il calcio. Era un alunno attento, disponibile verso i compagni e sensibile a ciò che accadeva intorno a lui. Tifava Juventus, ammirava Alessandro Del Piero e condivideva con il padre Giovanni la passione per il pallone. Ricordarlo significa innanzitutto restituirgli la sua identità di bambino, evitando che le circostanze drammatiche della morte finiscano per oscurare la vita, gli affetti e le aspirazioni che la precedettero. La sera del 25 giugno 2009 Dodò si trovava con il padre nei campetti di contrada Margherita, a Crotone. Mentre giocava a calcio, un agguato diretto contro Gabriele Marrazzo trasformò un luogo destinato allo sport e alla socialità in uno scenario di violenza. Dodò, completamente estraneo all’azione criminale, rimase gravemente ferito. Seguirono ottantacinque giorni di ricovero e diversi interventi nel tentativo di salvarlo. Morì il 20 settembre 2009. Le indagini e il successivo percorso giudiziario portarono all’accertamento delle responsabilità e alla condanna definitiva all’ergastolo di Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo. La vicenda di Dodò, tuttavia, non rimase confinata alle aule giudiziarie. I genitori, Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, scelsero di trasformare il dolore privato in un impegno pubblico costante, incontrando negli anni migliaia di studenti e portando nelle scuole la storia del figlio. La scomparsa di Francesca Anastasio, avvenuta l’11 maggio 2026 all’età di 58 anni, rende oggi ancora più importante dare continuità a quel percorso. Insieme al marito Giovanni, Francesca ha individuato nella scuola uno dei luoghi privilegiati nei quali affidare alle nuove generazioni non soltanto il ricordo di Dodò, ma la consapevolezza delle conseguenze concrete che la presenza mafiosa produce sulle persone e sulle comunità”.

La commemorazione da sola non basta

Il Coordinamento aggiunge: “È proprio su questo terreno che la scuola può assumere una funzione più incisiva. La commemorazione, da sola, non è sufficiente. Gli studenti devono essere messi nelle condizioni di comprendere come operano le organizzazioni mafiose, attraverso quali modalità si radicano nei territori, come condizionano attività economiche e relazioni sociali e quali strumenti lo Stato utilizza per contrastarne il potere. In tale prospettiva, la conoscenza dell’articolo 416-bis del codice penale può consentire di comprendere, con modalità adeguate all’età degli studenti, gli elementi che caratterizzano giuridicamente l’associazione di tipo mafioso. Altrettanto significativo è l’approfondimento del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, con particolare riferimento alle misure di prevenzione, al sequestro e alla confisca dei patrimoni riconducibili alla criminalità organizzata e alla successiva destinazione dei beni sottratti alle mafie”. Il CNDDU ritiene “che questi contenuti possano essere affrontati attraverso esperienze didattiche direttamente collegate ai territori. Le scuole potrebbero, ad esempio, ricostruire attraverso fonti pubbliche la storia di un bene confiscato presente nella propria realtà locale, seguendone il percorso dal sequestro alla destinazione finale. Gli studenti avrebbero così la possibilità di osservare concretamente come l’ordinamento intervenga sulla dimensione economica del potere mafioso e come un patrimonio sottratto alla criminalità possa essere restituito alla collettività. La stessa attenzione alle fonti dovrebbe accompagnare lo studio delle vittime innocenti. Ricostruire le loro storie distinguendo i fatti giudiziariamente accertati dalle testimonianze e dalle ricostruzioni giornalistiche permetterebbe di unire l’approfondimento delle mafie all’acquisizione di un metodo rigoroso di ricerca e verifica delle informazioni. In questo modo la storia di Dodò non sarebbe affidata soltanto alla forza della testimonianza, ma entrerebbe stabilmente in un percorso di studio documentato. Anche il calcio, così importante nella sua breve vita, potrebbe trovare uno spazio coerente all’interno di queste attività. Gli impianti sportivi e gli ambienti scolastici potrebbero ospitare incontri con magistrati, studiosi, rappresentanti delle istituzioni e soggetti impegnati nella gestione dei beni confiscati, preceduti da un lavoro di approfondimento svolto dagli studenti. Lo sport diventerebbe così un ponte autentico tra la vita di Dodò e un percorso formativo rivolto ai giovani”.

Il compito della scuola

Il Coordinamento dice ancora: “A diciassette anni dalla sua morte, la questione non è soltanto quanto ricordiamo Dodò, ma che cosa siamo capaci di fare di quella memoria. Se il 20 settembre rimane esclusivamente una ricorrenza, il trascorrere degli anni rischia inevitabilmente di allontanare i fatti. Se quella data entra invece nel lavoro educativo della scuola, può continuare a interrogare il presente. Dodò aveva undici anni e stava giocando a calcio. Questa semplice verità restituisce tutta la gravità di quanto accadde: la violenza mafiosa entrò in uno spazio della vita quotidiana e cancellò il futuro di un bambino che non aveva alcun rapporto con il mondo criminale. Per questo il 20 settembre non dovrebbe essere soltanto il giorno del ricordo. Dovrebbe segnare, ogni anno, il rifiuto di considerare le mafie un fenomeno distante, inevitabile o circoscritto ai territori nei quali manifestano la propria violenza. Le organizzazioni mafiose prosperano quando riescono a trasformare l’intimidazione in abitudine, il silenzio in convenienza e la presenza criminale in una componente apparentemente ordinaria della vita sociale ed economica. La scuola ha il compito di interrompere questo processo prima ancora che esso venga accettato come normalità: dando nomi corretti ai fenomeni, insegnando a riconoscerne i meccanismi, facendo conoscere le norme e le istituzioni che li contrastano e mostrando concretamente che il potere mafioso può essere colpito anche nei patrimoni e negli interessi economici sui quali costruisce la propria forza. È su questo terreno che il ricordo di Domenico “Dodò” Gabriele può assumere il significato più alto. Non soltanto conservare il nome di un bambino ucciso dalla ’ndrangheta, ma impedire che ciò che ne ha spezzato la vita trovi spazio, consenso, assuefazione o silenzio nelle generazioni che vengono dopo di lui”.

Responsabilità educativa precisa

Il CNDDU “assume questo impegno come responsabilità educativa precisa: fare in modo che il 20 settembre non chiuda ogni anno una pagina del passato, ma ne apra una nelle scuole italiane. Una pagina da studiare, comprendere e consegnare agli studenti affinché sappiano riconoscere il potere mafioso prima che diventi paura, dipendenza e normalità. Perché a Dodò è stato sottratto il futuro. Alla scuola spetta contribuire affinché alle nuove generazioni non venga sottratta la capacità di difenderlo.

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