21 Settembre 2026
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Esequie in chiesa per il boss di ‘ndrangheta Belfiore. L’ira di Don Ciotti: “Dobbiamo chiedere scusa”

Il funerale per il mandante del delitto Caccia apre una frattura tra Libera e la Diocesi di Ivrea. Ci pensa il Questore di Torino a mettere tutti d'accordo: "Nessuna cerimonia in chiesa"

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Il feretro di Domenico Belfiore, l’uomo che ordinò l’esecuzione del procuratore Bruno Caccia nel 1983, varcherà la soglia della parrocchia Madonna del Loreto a Chivasso. Una decisione che trasforma un atto di pietà cristiana in un caso politico e morale, riaccendendo il dibattito sulla zona grigia tra istituzioni ecclesiastiche e criminalità organizzata. Mentre la parrocchia si prepara alla funzione, il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti, lancia un monito durissimo dalle colonne de La Stampa: celebrare un mafioso che non ha mai rinnegato il proprio passato significa tradire la missione profetica della Chiesa.

L’affondo di Don Ciotti: “Il silenzio nutre il male

Per Don Ciotti, la distinzione tra preghiera privata e rito pubblico è netta. “Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?” si chiede il sacerdote.

L’accusa va oltre la liturgia: concedere il tempio a chi ha seminato morte rappresenta un secondo schiaffo a chi è rimasto. “Un funerale in chiesa per chi ha ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un fratello per mano della mafia: ‘Il vostro dolore può essere messo da parte’. Dobbiamo chiedere scusa per questo”. Secondo Don Ciotti, la neutralità dei parroci è un’illusione pericolosa: “Quando una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male”.

La linea della Curia: il mistero del pentimento

Di segno opposto la posizione di Monsignor Daniele Salera, vescovo di Ivrea, che invoca il principio della misericordia imperscrutabile. “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore”, spiega il presule, distinguendo tra i crimini visibili (foro esterno) e il segreto della coscienza (foro interno). La scelta della Curia è quella di una via di mezzo: una liturgia della Parola caratterizzata da “maggiore sobrietà e semplicità”, rinunciando alla messa esequiale completa.

In trincea resta don Tonino, il parroco di Chivasso, che ammette candidamente il proprio disorientamento: “Non sapevo chi fosse quell’uomo. Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”. Una difesa che, per Don Ciotti, conferma l’esistenza di quella “zona grigia” che ancora fatica a riconoscere il valore civile del sacro.

Questore Torino, niente funerale in Chiesa per boss

Il questore di Torino, Massimo Gambino, ha disposto delle prescrizioni per il funerale di Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni all’ospedale di Chivasso (Torino). Le esequie non si terranno in chiesa. Vietato anche il corteo funebre: la sepoltura, al cimitero di Chivasso, dovrà avvenire in forma privata. Belfiore era stato condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il 26 giugno del 1983. Non si era mai pentito e il funerale in chiesa aveva suscitato polemiche, tra le quali quella di Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

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