5 Ottobre 2026
5 Ottobre 2026
spot_img

Gerardo Lardieri, dalla caccia ai latitanti a ‘Senza resa’: “Mafia e politica? Quel legame non è mai tramontato” (FOTO-VIDEO)

A Napoli l’anteprima del romanzo edito da Libritalia. Il colonnello dei Carabinieri ed ex comandante della pg di Catanzaro racconta il confine tra criminalità, istituzioni e dovere. Poi il dolore per la madre: "Non mi ha visto rientrare a casa"

spot_img
spot_img
spot_img

Per quarant’anni ha indossato la divisa dei Carabinieri, ha diretto uomini e indagini, inseguito latitanti, affrontato organizzazioni criminali e vissuto in territori nei quali il confine tra Stato e mafia poteva diventare sottile e pericoloso. Oggi Gerardo Lardieri, conosciuto negli ambienti investigativi anche come il “cacciatore di latitanti”, racconta quel mondo in un romanzo.

“Senza resa”, edito da Libritalia Edizioni, è stato presentato in anteprima a Napoli nell’ambito del Campania Libri Festival, a Palazzo Reale. A moderare l’incontro il direttore di Calabria7 Mimmo Famularo e la vice direttrice Gabriella Passariello. Presenti, oltre all’autore, la direttrice editoriale di Libritalia Simona Toma e l’avvocato Giovanna Perna, autrice della prefazione. Un libro che parte dalla criminalità organizzata e dalle indagini, ma che dentro porta molto altro: paura, amore, amicizia, fragilità, senso dello Stato e peso del dovere.

“Mafia e politica camminavano a braccetto”

Nel romanzo, ambientato tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il protagonista Lattieri riceve un avvertimento da un esponente politico. Una frase apparentemente misurata, ma dal peso enorme. “Il romanzo è ambientato in Sicilia agli inizi degli anni ’90, fine anni ’80, inizi anni ’90, quando mafia e politica in Sicilia, con le dovute eccezioni ovviamente, possiamo dire che erano un’unica cosa. La mafia e la politica veramente camminavano a braccetto, erano delle cose talmente evidenti”, ha spiegato Lardieri. Poi il passaggio sugli avvertimenti: “Quando ti arriva l’avvertimento, in Sicilia la prima cosa è l’avvertimento, che è sempre velato, non è mai diretto. Te lo fanno capire. Prima te lo fanno capire che a un certo punto devi interrompere. Perché se non interrompi, dopodiché arriva la condanna”.

Lardieri ha richiamato i nomi di colleghi uccisi: “Il Capitano D’Aleo, il Capitano Basile, il Colonnello Russo. Tre uomini che non hanno abbassato la testa, sono andati avanti”. E proprio dalla vicenda di Mario D’Aleo arriva una delle ispirazioni del romanzo: “Un ragazzo di 28 anni, ex giocatore della Lazio, uno sportivo, un ragazzo brillante. Però non si è abbassato, è andato avanti, ha toccato i corleonesi e ovviamente gli hanno sparato sotto casa della fidanzata a Palermo. Un po’ l’ispirazione mi viene anche da questo, nel descrivere la scena dell’agguato sotto l’abitazione della fidanzata”.

Sul rapporto tra mafia e politica, Lardieri ha aggiunto: “È qualcosa che non è mai tramontato, tuttora, non in forma evidente come era una volta. Ci sono foto degli anni ’60, ’70, anni ’80, quando il politico andava a fare il discorso, il comizio, e accanto c’era il mafioso. Il mafioso rappresentava: guardate, io sono accanto a questo e gli dovete dare il voto”.

Il ritorno a casa e il dolore per la madre

Il momento più intimo dell’incontro è arrivato quando il racconto si è spostato sulla madre, alla quale Lardieri ha dedicato il libro. Nel romanzo, Lattieri torna ferito in Irpinia e viene accolto dalla madre con un abbraccio e con una frase semplice: “Bentornato a casa tua, figlio mio”. Nella vita reale, per Lardieri, quel ritorno ha avuto un significato diverso. “Io ho un grosso rammarico. Io con mia madre mi sono sentito per 40 anni tutte le sere. L’unica sera che non mi sono sentito è stata la sera che poi il giorno dopo è morta”, ha raccontato. Poi il ricordo diventa ancora più personale: “La notte mi ha chiamato mio fratello che era morta mia madre. È stato un grosso rammarico, non mi ha visto rientrare perché io sono partito 40 anni fa e non mi ha visto rientrare a casa”. Lardieri ha ricordato anche ciò che gli disse il padre una volta rientrato: “Noi per 40 anni non abbiamo mai dormito tranquilli perché sapevamo che eri in Sicilia, in Calabria”.

Per proteggere i genitori, aveva sempre ridimensionato il proprio ruolo: “Io li ho sempre rassicurati perché ho sempre detto che facevo lavoro d’ufficio. Non ho mai detto la realtà, però mio padre l’aveva capito. Forse mia madre no, ma mio padre sapeva quello che facevo, l’aveva intuito”. E infine: “L’unica sera che non l’ho sentita è stata la sera prima che mia madre morisse, e per me è stato un grande dolore che sento ancora”.

“Dire di non avere paura significa essere incoscienti”

Nel libro la paura non è nascosta né trasformata in debolezza. È parte del mestiere. Lardieri lo ha detto in modo netto: “La paura per chi fa il nostro lavoro c’è ogni giorno. Dire di non avere paura significa essere semplicemente incoscienti, perché la paura fa parte del lavoro”. Chi opera in certi contesti, ha spiegato, deve imparare a governarla: “Chi fa determinati lavori deve superare questo, lo deve superare con una forza interna non normale, perché comunque da un momento all’altro sai che ti può capitare qualcosa”.

Poi il riferimento ai rischi concreti: “Si andava a intaccare la libertà personale, si andavano a sequestrare patrimoni, si andavano a interrompere catene di comando e di controllo non di poco conto nell’ambito dell’organizzazione criminale. Si andavano a sequestrare partite intere di stupefacenti, che significa perdite elevate”. Ma per l’ex colonnello il passaggio più delicato arrivava quando le indagini andavano oltre la mafia in senso stretto: “Il problema più grosso è quando si toccano determinati equilibri che vanno al di là della mafia, quando si toccano le istituzioni. E toccare le istituzioni, come mi è capitato a me in Calabria ad esempio, mi è costato tanto”. Nonostante questo: “Sono uscito indenne da tutte le minacce, da tutti gli avvertimenti, da tutte le cose, perché sono stato sempre a testa alta, perché ho fatto il mio lavoro con coscienza”.

Alla domanda sul rapporto tra fragilità e coraggio, Lardieri ha risposto così: “Io quando ho fatto una cosa l’ho portata sempre a termine, con tutte le problematiche che ci potevano essere. Ho cercato sempre di non coinvolgere i miei affetti nelle mie situazioni di lavoro, li ho tenuti all’oscuro”. Poi la frase che sintetizza il senso del libro: “Ogni volta che ho preso un impegno per il senso dello Stato, il senso della patria, sono andato sempre avanti senza mai abbassare la testa. La paura c’è stata, ma c’è stato più coraggio”.

Il messaggio ai giovani e la dignità della persona

In chiusura, Lardieri ha rivolto un pensiero alle nuove generazioni: “Il messaggio per le nuove generazioni è quello di affrontare qualsiasi lavoro si faccia nella vita con consapevolezza e sempre dignità. Anche il lavoro più umile è dignitoso purché sia onesto”.

“Senza resa” è così un romanzo sulla mafia e sulle indagini, ma soprattutto sul prezzo che paga chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Dietro il carabiniere resta l’uomo, con le sue paure, le sue ferite e i suoi affetti. E proprio per questo il titolo assume il suo significato più pieno: non significa non avere paura, ma andare avanti nonostante la paura.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img
spot_img
spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor