Il caldo di agosto non si ferma davanti ai cancelli del carcere. Entra nelle celle, si accumula nei corridoi, rende ancora più difficile una quotidianità già scandita dalla privazione della libertà. Nell’istituto penitenziario “Ugo Caridi” di Catanzaro viene affrontato con ventilatori e con un frigorifero per ogni sezione. Un apparecchio da dividere, in alcuni casi, tra circa quaranta detenuti. È uno dei dettagli contenuti nel resoconto della visita compiuta nell’ambito di “Ristretti in agosto”, l’iniziativa promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dall’Osservatorio Carcere Nazionale per portare avvocati e rappresentanti delle istituzioni dentro le prigioni italiane proprio nel mese più difficile dell’anno.
All’Ugo Caridi sono entrati circa venti avvocati, tra componenti del direttivo, dell’Osservatorio Carcere territoriale e soci della Camera penale. Con loro anche il presidente del Consiglio comunale di Catanzaro Gianmichele Bosco e la vicesindaca Giusy Iemma. Ne è uscita la fotografia di un carcere attraversato da due realtà parallele: da una parte il sovraffollamento, il disagio mentale e le carenze materiali; dall’altra i laboratori, il lavoro, lo studio e quei progetti che provano a dare un significato costituzionale alla pena.
Oltre cento detenuti in più rispetto ai posti disponibili
Il primo numero è quello che non lascia spazio alle interpretazioni. Secondo il report, la capacità ricettiva effettiva dell’Ugo Caridi è di circa 600 posti, anche a causa dei lavori di manutenzione che interessano alcune aree. Le persone detenute sono invece circa 715. Significa che nell’istituto catanzarese ci sono oltre cento detenuti in più rispetto alla sua reale capacità. Una condizione che riporta il carcere su livelli di affollamento che, ricordano i penalisti, evocano quelli che nel 2013 portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia per le condizioni inumane e degradanti presenti negli istituti penitenziari.
La situazione di Catanzaro si inserisce in un’emergenza nazionale ancora più ampia. Nel documento si stima una capacità effettiva delle carceri italiane di circa 45mila posti, a fronte di oltre 65mila detenuti: ventimila persone in più rispetto agli spazi realmente disponibili. Il sovraffollamento non è soltanto un problema numerico. Significa meno spazio, servizi sottoposti a una pressione continua, difficoltà nell’assistenza sanitaria e minori possibilità di accesso alle attività formative e lavorative. La libertà personale può essere sottratta in esecuzione di una condanna, osservano gli avvocati, ma “la dignità non può esserlo”.
Centocinquanta persone con problemi psichiatrici
Il dato più delicato riguarda la salute mentale. All’interno dell’Ugo Caridi sarebbero circa 150 le persone con problematiche psichiatriche. Per una settantina di loro il quadro viene indicato come grave. I posti destinati all’osservazione sono però soltanto 13. Una sproporzione che finisce per caricare sugli agenti di polizia penitenziaria, sui medici e sugli altri operatori una responsabilità enorme. Il rischio è che la cella diventi la risposta impropria a patologie che avrebbero bisogno di strutture sanitarie, percorsi terapeutici e personale specializzato. “La cella non può essere il luogo di cura di una persona affetta da una patologia psichiatrica”, denuncia il report. La sofferenza mentale, quando non viene intercettata e curata fuori dal carcere, finisce così dietro le sbarre. E lì può aggravarsi, fino a trasformarsi in autolesionismo, tentativi di suicidio o gesti estremi. È dentro questo quadro che torna attuale la definizione utilizzata da Filippo Turati nel 1904: il carcere come “cimitero dei vivi”. Un’espressione antica che continua a risuonare nei suicidi, nelle vite sospese e nella fatica quotidiana di chi deve impedire che la pena si trasformi in una lenta rinuncia all’esistenza.
Due docce per 32 detenuti e le segnalazioni sulle blatte
Il viaggio dentro l’Ugo Caridi passa anche dalle condizioni materiali. In alcune sezioni i detenuti avrebbero segnalato carenze nell’erogazione dell’acqua durante la notte, difficoltà nell’assistenza medica e spazi non adeguati per i colloqui con i figli minorenni. Al piano terra ci sarebbero due sole docce per 32 persone, insieme a problemi di privacy e sicurezza. Sono state raccolte anche segnalazioni sulla presenza di blatte. Alcuni padiglioni restano privi di docce all’interno delle camere detentive e i relativi lavori sarebbero programmati per il 2027. Non sono dettagli marginali. In un luogo dove ogni gesto dipende dall’organizzazione dell’istituto, poter bere, lavarsi o incontrare un figlio in uno spazio dignitoso diventa parte essenziale del modo in cui lo Stato esercita il proprio potere punitivo. Ci sono stati, tuttavia, anche interventi migliorativi: la sostituzione dei materassi, l’arrivo di nuove televisioni e la ristrutturazione di padiglioni e laboratori. È stata attivata anche la stanza dell’affettività, sebbene risulti ancora poco utilizzata.
La pasticceria, la biblioteca e il carcere che prova a ricostruire
Oltre le criticità esiste un’altra parte dell’Ugo Caridi. È quella della pasticceria, della falegnameria in fase di riapertura, dei progetti “Colore Dentro” e “La Vigna”, dei corsi professionali nel settore dell’edilizia e delle convenzioni con le università. La nuova biblioteca è operativa e viene gestita anche con il coinvolgimento di un detenuto. Sono esperienze che mostrano come il carcere possa diventare un luogo di formazione, responsabilizzazione e preparazione al reinserimento.
La pasticceria rappresenta uno dei progetti più significativi, ma rimane accessibile soltanto ai detenuti della sezione S1. Il divieto di incontro tra persone appartenenti a sezioni differenti impedirebbe infatti di ampliare il numero dei partecipanti. È il paradosso di molte esperienze penitenziarie: i percorsi che potrebbero ridurre la recidiva e restituire autonomia raggiungono soltanto una parte della popolazione detenuta. Per gli altri il tempo rischia di restare vuoto, ripetitivo, privo di strumenti con cui immaginare il dopo.
Il carcere come deposito delle fragilità sociali
Nel documento il giudizio dei penalisti è netto. Una politica fondata per decenni sull’aumento dei reati, delle aggravanti e delle pene avrebbe trasformato il carcere nella risposta prevalente anche a problemi di natura sociale e sanitaria. Dietro le sbarre finiscono così persone tossicodipendenti, malati psichiatrici, stranieri privi di reti familiari, poveri ed emarginati. Il carcere rischia di diventare, scrivono gli avvocati, una sorta di “discarica sociale” nella quale nascondere le fragilità che le istituzioni non sono riuscite ad affrontare prima. La questione non consiste nel cancellare la responsabilità individuale o nel negare la necessità della pena. Consiste nel domandarsi quale persona verrà restituita alla società alla fine della condanna. Chi esce dal carcere senza una casa, un lavoro, legami sociali o prospettive concrete è maggiormente esposto al rischio di tornare a delinquere. Per questo, sottolinea il report, il reinserimento non è soltanto un dovere costituzionale: è una politica di sicurezza.
Ciò che accade dietro le mura riguarda tutti
La visita termina, ma le domande rimangono fuori dal cancello. La sicurezza coincide soltanto con il numero delle persone rinchiuse oppure dipende anche dalla capacità di curare, educare e offrire una seconda possibilità? La risposta proposta dalla Camera penale parte dalla Costituzione: per la tossicodipendenza servono comunità e percorsi di recupero; per il disagio mentale occorrono servizi sanitari adeguati; per la povertà sono necessari lavoro, abitazione, istruzione e inclusione.
All’Ugo Caridi convivono dunque il carcere che affanna e quello che tenta di ricostruire. Ci sono celle troppo piene e laboratori che riaprono, sofferenze psichiche affidate a tredici posti di osservazione e libri consegnati a chi prova a rimettere insieme la propria vita. Raccontarlo significa impedire che quelle persone diventino invisibili. Perché il modo in cui uno Stato tratta chi è privato della libertà non riguarda soltanto i detenuti. Misura la qualità della sua giustizia e, in fondo, della sua democrazia.











