17 Ottobre 2026
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La minicar della noia e la coscienza smarrita: quando il male diventa un passatempo

Figli sotto controllo, coscienze fuori controllo. Due adolescenti aggrediscono sconosciuti per strada: il problema non è solo la violenza, ma un'educazione che non insegna più il limite

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La cosa più inquietante della vicenda della minicar romana non è soltanto la violenza di due adolescenti che aggrediscono degli sconosciuti per strada, ma la banalità della motivazione che avrebbe accompagnato quei gesti: la noia. Una parola apparentemente innocua, dietro la quale si intravede qualcosa di molto più grave di una bravata, perché quando il dolore degli altri diventa un modo per riempire il proprio tempo non siamo più davanti alla semplice trasgressione giovanile, ma a una forma di analfabetismo morale che dovrebbe interrogare soprattutto gli adulti.

La generazione di oggi

Abbiamo trascorso anni a discutere di una generazione fragile, iperconnessa, ansiosa, incapace di tollerare le frustrazioni, ma forse abbiamo trascurato un fenomeno ancora più insidioso: la nascita di un’adolescenza che può essere emotivamente fragilissima quando subisce un torto e sorprendentemente insensibile quando lo infligge. Ragazzi ai quali è stato insegnato a riconoscere ogni sfumatura del proprio disagio, senza necessariamente sviluppare la stessa attenzione per quello degli altri, cresciuti in una società che attribuisce un’importanza enorme a ciò che si prova e sempre meno a ciò che si provoca.

Naturalmente due adolescenti non rappresentano un’intera generazione, ma sarebbe altrettanto superficiale archiviare episodi del genere come deviazioni individuali senza interrogarci sul contesto culturale nel quale maturano. Perché la vera novità non è la violenza giovanile, che esiste da sempre, ma il rischio che si affermi una crudeltà senza rabbia, senza ideologia, persino senza un nemico, una violenza che non nasce necessariamente da un conflitto, ma dalla ricerca di uno stimolo, dalla necessità di sentire qualcosa in una quotidianità nella quale tutto è disponibile e quasi niente sembra più sufficiente.

Il ruolo dei genitori

E poi ci sono i genitori, protagonisti di una trasformazione educativa della quale si parla ancora troppo poco: da figure chiamate a rappresentare anche il limite sono diventati, in molti casi, gli avvocati difensori permanenti dei propri figli, pronti a contestare un insegnante, ridimensionare una scorrettezza, cercare attenuanti prima ancora di accertare le responsabilità. Non è amore eccessivo, è un equivoco sull’amore, perché difendere sempre un figlio significa talvolta impedirgli di sviluppare una coscienza capace di giudicarlo anche quando nessuno lo sta guardando.

Nella vicenda romana emerge un particolare emblematico: uno dei ragazzi aveva sul telefono un’applicazione che consentiva ai genitori di seguirne gli spostamenti. È forse l’immagine più precisa del paradosso educativo contemporaneo, quello di una società che investe nella localizzazione dei figli mentre fatica a costruirne l’orientamento, che può controllare una posizione geografica senza conoscere la distanza morale percorsa da chi dovrebbe educare. Abbiamo trasformato la vigilanza in una tecnologia e rischiamo di dimenticare che la coscienza non ha un GPS.

Non sappiamo quale educazione abbiano ricevuto i protagonisti di questa vicenda e sarebbe ingiusto processarne le famiglie attraverso un articolo, ma possiamo certamente processare un modello culturale nel quale il conflitto educativo viene vissuto come un fallimento, il divieto come un’offesa e la responsabilità come qualcosa da negoziare, mentre crescere significa anche imparare che non tutto ciò che desideriamo è lecito e che le conseguenze delle nostre azioni non possono essere continuamente assorbite da qualcun altro.

Dov’è finita l’idea di educazione

Forse il problema più profondo non è nemmeno che questi ragazzi si annoino, ma che una parte del mondo adulto abbia finito per considerare intollerabile qualsiasi loro vuoto, qualsiasi sconfitta, qualsiasi frustrazione, riempiendo ogni spazio e rimuovendo ogni ostacolo, salvo poi stupirsi quando alcuni non sanno più distinguere la libertà dall’arbitrio.

La domanda, allora, non è soltanto dove fossero i genitori mentre quei ragazzi giravano per Roma, ma dove sia finita l’idea stessa di educazione come costruzione di un limite interiore, quello che funziona anche quando non ci sono telecamere, controlli, insegnanti o adulti a intervenire.

Perché il vero fallimento educativo non è avere un figlio che disobbedisce. È crescere un figlio che, quando nessuno lo ferma, non trova dentro di sé una ragione per fermarsi.

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