29 Luglio 2026
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Tendopoli di San Ferdinando, via allo sgombero nel silenzio delle istituzioni: cento braccianti senza un futuro certo

Iniziate le operazioni di smantellamento della tendopoli nella Piana di Gioia Tauro in attuazione delle norme sulla sicurezza. Emergency denunzia la mancanza di pianificazione e il rischio di creare nuovi ghetti con la Fattoria Solidale da 3,6 milioni di euro

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Le ruspe e le forze dell’ordine hanno fatto il loro ingresso nella Piana di Gioia Tauro per dare il via allo sgombero definitivo della tendopoli di San Ferdinando. L’intervento d’imperio dà operatività ai decreti numero 228 e 238, emanati rispettivamente il 6 e il 23 marzo 2026. Si tratta di provvedimenti inseriti nella cornice normativa del Decreto Caivano, convertito in legge il 13 novembre 2023 e promosso dal Governo Meloni come strumento di contrasto al degrado urbano e alla criminalità giovanile nelle periferie. Le operazioni sul campo prevedono l’allontanamento graduale di circa cento lavoratori agricoli dall’insediamento informale, con un trasferimento parziale destinato alle palazzine pubbliche di Rosarno.

I decreti di sgombero e le incognite sul futuro dei lavoratori

L’operazione segna un passaggio decisivo per un’area segnata da anni di precarietà, ma apre interrogativi immediati sulla sorte degli abitanti. Il sito di San Ferdinando era nato quasi quindici anni fa per iniziativa del Ministero dell’Interno come misura d’emergenza provvisoria. Con il trascorrere del tempo, la struttura si è trasformata in un insediamento cronicizzato, caratterizzato dall’assenza dei servizi primari come l’acqua potabile e l’energia elettrica.

Sulla vicenda è intervenuta la sezione calabrese di Emergency, associazione presente nel presidio sanitario del territorio dal 2011, che ha diffuso una nota ufficiale per analizzare l’impatto del provvedimento: “Il superamento del modello della tendopoli, realizzata quasi quindici anni fa dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale, è in sé uno sviluppo positivo, ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione”.

L’organizzazione umanitaria ha evidenziato come il degrado dell’area sia il frutto diretto di un modello assistenziale inadeguato, sottolineando la natura giuridica e occupazionale della popolazione coinvolta: “Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni – senza acqua potabile e corrente elettrica – sono infatti l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale”. Gli abitanti della tendopoli sono infatti braccianti agricoli stagionali che soggiornano regolarmente sul territorio nazionale e risultano in regola con i permessi di soggiorno previsti dalle normative sull’immigrazione.

L’allarme di Emergency sul rischio di nuovi ghetti

Le criticità sollevate riguardano sia la gestione immediata dei soggetti vulnerabili sia la programmazione a lungo termine in vista dei prossimi cicli di raccolta agrumicola. Gli enti locali e le prefetture competenti non hanno finora dettagliato le strategie abitative per i centinaia di braccianti che ogni anno giungono nella Piana. In assenza di informazioni chiare sulla continuità lavorativa, sui servizi e sui documenti di residenza, il rischio evidenziato dalle associazioni è il semplice spostamento della marginalità verso altri siti informali della regione.

A definire l’impatto sanitario e sociale delle decisioni istituzionali è Mauro Destefano, coordinatore dei progetti di Emergency in Calabria, che ha rilasciato una dichiarazione sulle condizioni di vita dei lavoratori: “Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali. Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali. La salute non dipende soltanto dalla possibilità di ricevere una visita o una cura, ma anche dalle condizioni in cui si vive e si lavora, dalla possibilità di spostarsi, di accedere ai servizi sanitari e sociali e di sottrarsi a condizioni di sfruttamento che da anni caratterizzano il territorio della Piana di Gioia Tauro”.

Le criticità della Fattoria Solidale e delle abitazioni di Rosarno

Al centro della polemica si trovano anche i progetti strutturali finanziati con risorse pubbliche. L’attenzione si concentra sull’investimento di circa 3,6 milioni di euro destinato alla realizzazione della Fattoria Solidale, un’opera i cui tempi di cantiere prevedono una durata di almeno un anno e mezzo. Secondo le analisi dei tecnici e degli operatori sociali, la struttura rischia di replicare le medesime dinamiche di isolamento spaziale della vecchia tendopoli.

Nelle sue considerazioni conclusive, il coordinatore Mauro Destefano ha criticato l’impostazione complessiva degli interventi e l’assenza di concertazione con il territorio: “Costringere le persone a vivere ai margini significa continuare a comprometterne la salute, l’autonomia e la dignità. Per questo motivo l’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della Fattoria Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento”.

Rimangono indefiniti i criteri di accesso e i tempi di permanenza previsti per gli alloggi all’interno delle palazzine di Contrada Serricella a Rosarno, disposte al momento come soluzione di natura temporanea. Il quadro descritto da Emergency individua nell’azione governativa la prosecuzione di un approccio emergenziale nei confronti di un fenomeno produttivo e sociale ormai strutturato nell’economia agricola calabrese: “La scelta, avvenuta senza interlocuzioni da parte delle istituzioni con tutte le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli, è l’ennesimo fallimento di una politica che gestisce ancora una volta un fenomeno già fortemente radicato nel territorio calabrese come un’emergenza improvvisa”.

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