31 Agosto 2026
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“Ultras come ‘ndrine”: il capo della Mobile di Milano ricostruisce i retroscena dell’inchiesta “Doppia Curva”

A due anni dall'omicidio di Antonio Bellocco, Alfonso Iadevaia ha ricostruito a Chora Media la struttura criminale della curva interista e i retroscena dell'inchiesta

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A due anni esatti dall’omicidio di Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre 2024 da Andrea Beretta, Alfonso Iadevaia, capo della Squadra mobile di Milano e supervisore dell’inchiesta “Doppia Curva”, ha ricostruito il retroscena investigativo che ha portato alla luce le infiltrazioni della ‘Ndrangheta nella tifoseria organizzata di Milan e Inter. Lo ha fatto in un’intervista rilasciata a Chora Media, nella serie “Le mani sulla città” curata da Piero Colaprico, ripresa e trascritta integralmente da Klaus Davi per Dagospia.
Secondo la ricostruzione offerta da Iadevaia, le curve di San Siro avrebbero replicato, nelle loro dinamiche interne, gli stessi meccanismi di ascesa e resa dei conti tipici dei clan di ‘ndrangheta: “Le curve di San Siro? Come la ‘Ndrangheta. Nelle ore in cui Antonio Bellocco è stato ucciso da Andrea Beretta era pronta un’ordinanza del Gip di Milano. Bellocco è stato chiamato a Milano per contrastare il clan Morabito di Africo. Beretta non si è piegato ai Bellocco, lui è un combattente, ha resistito al clan. Le società Milan e Inter? La Procura nominò periti per verificare il loro comportamento con le cosche”, ha dichiarato il funzionario.

Bellocco, chiamato a Milano per contrastare i Morabito

Secondo quanto raccontato da Iadevaia, l’origine dell’inchiesta risale al 2022: “Quando arrivai da Reggio Calabria a Milano, nel marzo 2024, constatai che l’indagine sull’omicidio di Vittorio Boiocchi si era trasformata in un’indagine diversa. Era venuto fuori dall’indagine che i vertici della curva, lungi dall’esercitare solo una sana attività di sostegno alla squadra, in realtà lucravano su tutta una serie di attività: dalla vendita dei biglietti al merchandising, piuttosto che nella gestione dei parcheggi. Insomma un tifo organizzato trasformato in una vera e propria organizzazione criminale che ha messo su una serie di affari illeciti”.

Al vertice di questa struttura, secondo la ricostruzione degli investigatori esposta da Iadevaia, si sarebbero collocati Andrea Beretta, Marco Ferdico e Antonio Bellocco: “A dirigere tutte le operazioni non solo del tifo ma di tutte queste attività illecite sono Andrea Beretta, Marco Ferdico e un certo Antonio Bellocco”.
L’omicidio di Boiocchi, nell’autunno del 2022, avrebbe aperto una crisi di successione all’interno della curva interista, fino a quel momento guidata da Boiocchi stesso, seppur già colpito da Daspo. In questa fase, secondo Iadevaia, Beretta e Ferdico si sarebbero trovati a contendere la leadership a un altro storico gruppo, gli “Hammerskin”, riconducibile a Domenico Bosa, che a sua volta si sarebbe appoggiato ad alcuni esponenti della famiglia Morabito. È in questo contesto che, secondo il racconto del funzionario, Beretta e Ferdico avrebbero chiamato in causa Antonio Bellocco per contrastare gli Hammerskin e assumere la direzione della curva: “Bellocco è stato chiamato dai vertici degli Ultras per contrastare i Morabito”, ha dichiarato Iadevaia.

Il poliziotto ha aggiunto un dettaglio relativo a una conversazione intercettata dagli investigatori, in cui Bellocco, giunto a Milano nell’autunno 2022, avrebbe rivendicato il proprio peso criminale rifacendosi al blasone della propria famiglia, incluso il riferimento alla madre Aurora Spanò, detenuta al 41 bis da oltre 25 anni: “Antonio Bellocco arriva nell’autunno del 2022, sa che deve contrastare la famiglia Morabito e in una conversazione emblematica, che viene intercettata a suo tempo dagli investigatori della squadra mobile, lui mette sul tavolo tutto il peso mafioso, tutto il blasone della sua famiglia: si presenta come figlio di una donna, Aurora Spanò, che ormai è in carcere da oltre 25 anni, una delle donne di mafia più famigerate, detenuta per gravissimi reati. Quindi lui cala subito sul piatto della bilancia tutto il peso, il blasone della sua famiglia e soprattutto avverte quelli che saranno i suoi soci per il futuro, Beretta e Ferdico, che ovviamente un tradimento sarebbe stato punito in maniera gravissima fino ad arrivare a minacciarli di morte e di ammazzarli qualora fosse stato tradito”. Si tratta, in questo caso, del contenuto di un’intercettazione riferito dall’investigatore nel corso dell’intervista, e non di una circostanza già passata al vaglio di una sentenza definitiva.

Beretta e la “resistenza” al clan Bellocco

Il rapporto tra Beretta e il gruppo Bellocco-Ferdico si sarebbe incrinato, secondo la ricostruzione di Iadevaia, sulla spartizione dei proventi del merchandising: “In una casa a Pioltello Andrea Beretta viene quasi messo all’angolo, gli viene chiesto di fare di più, di dare più soldi alla famiglia perché quello che dà non è sufficiente. Beretta però, dal canto suo, resiste, è nelle sue corde, Beretta è un ‘combattente’, non è uno che è abituato ad abbassare la testa e quindi resiste, rivendica soprattutto fortemente il suo ‘diritto’ ad avere la maggior parte degli introiti sul merchandising perché il merchandising, che rappresentava una fetta importante dei guadagni della curva, lo rivendica quasi tutto per sé, lo rivendica come una sua creatura, per cui altra cosa sono i biglietti e altro è il merchandising. È su questo terreno che si consuma l’ennesima frattura”. Da quella rottura, ha proseguito Iadevaia, sarebbe nato un progetto omicidiario ai danni dello stesso Beretta, portato avanti dall’asse Ferdico-Bellocco.

Il ruolo di D’Alessandro

Secondo Iadevaia, a essere individuato per attirare Beretta in una trappola sarebbe stato inizialmente Daniel D’Alessandro, considerato dagli altri un tifoso di secondo piano: “Daniel D’Alessandro viene considerato anche la persona giusta, magari un po’ per fare da esca e per attirare Beretta in qualche trappola per poi portare a termine il suo assassinio”.
Un diverbio da stadio all’inizio della stagione 2024/2025, in cui Beretta sarebbe stato l’unico a prendere le difese di D’Alessandro, avrebbe però spinto quest’ultimo a rivelargli il piano ordito ai suoi danni: “Però un episodio apparentemente banale, una classica baruffa di curva all’inizio del campionato 2024/2025 in cui D’Alessandro, che appunto era stato sempre considerato un soggetto di second’ordine, viene un po’ trascurato dagli altri tifosi e l’unico a prendere le sue difese è Beretta, induce D’Alessandro a svelare a Beretta i progetti omicidiari ai suoi danni”, ha raccontato ancora Iadevaia.

Il Gip pronto a firmare gli arresti, poi l’agguato

Il 4 settembre 2024, mentre la Procura si preparava a chiedere le prime ordinanze di custodia cautelare, Bellocco avrebbe raggiunto Beretta in palestra invitandolo a seguirlo in auto.
Secondo la ricostruzione di Iadevaia, Beretta avrebbe interpretato quell’invito come un tentativo di eliminarlo, reagendo con l’aggressione mortale ripresa dalle telecamere esterne della palestra: “Ed è per questo che il 4 settembre del 2024, quando ormai sono imminenti gli arresti, quando il gip sta per spiccare a momenti gli ordini di cattura, quando Bellocco si reca in palestra dove Beretta si sta allenando e lo invita a seguirlo e andare in macchina con lui, è in quel momento che Beretta pensa che la sua morte si stia avvicinando, che i suoi ex compagni di viaggio siano veramente determinati ad ammazzarlo. Ed è lì che scatena la sua rabbia, la sua furia omicida, ammazzando Antonio Bellocco con diverse coltellate in una scena drammaticamente ripresa proprio dalle telecamere esterne della palestra da cui Beretta era uscito”, ha spiegato il capo della Mobile di Milano.

La collaborazione di Beretta

Dopo l’arresto per l’omicidio Bellocco e il coinvolgimento nell’inchiesta per associazione a delinquere ed estorsione, Beretta ha scelto di collaborare con la giustizia. Secondo quanto riferito da Iadevaia sulla base delle dichiarazioni rese dallo stesso Beretta, sarebbe stato lui a ideare l’omicidio di Vittorio Boiocchi nell’ottobre 2022, dopo che quest’ultimo aveva contestato la gestione della curva e la ripartizione dei proventi: “Racconta che ad aver progettato e ideato la morte di Vittorio Boiocchi nell’ottobre 2022 è stato proprio lui, è stato lui perché Boiocchi cominciava a contestare pesantemente la sua gestione della curva, cominciava a contestare pesantemente la ripartizione degli affari economici dei proventi che derivavano dalla curva”.
Sempre secondo quanto riferito da Beretta, nel progetto sarebbero stati coinvolti Marco Ferdico e il padre di quest’ultimo, Gianfranco Ferdico, mentre gli esecutori materiali sarebbero stati individuati in Daniel D’Alessandro e in Pietro Simoncini, suocero di Marco Ferdico: “Beretta spiegherà che ad eseguire materialmente l’omicidio di Boiocchi sono stati quel Daniel D’Alessandro, che gli aveva probabilmente salvato la vita, e Pietro Simoncini, suocero di Marco Ferdico, appositamente salito dalla Calabria per commettere l’omicidio di Vittorio Boiocchi”, ha proseguito Iadevaia.
Si tratta, va precisato, di accuse fondate sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, al momento non riscontrate da una pronuncia definitiva nei confronti delle persone chiamate in causa.

“Le dinamiche sono sovrapponibili a quelle di un clan”

Nella lettura di Iadevaia, la sequenza di violenze che ha attraversato la curva interista negli ultimi due anni – l’omicidio di Boiocchi, il progetto poi non realizzato contro Beretta e infine l’omicidio di Bellocco – riprodurrebbe uno schema tipico delle organizzazioni mafiose: “È tipico dei clan mafiosi questa sorta di ciclo che porta i leader ad assurgere al comando con un atto di forza, con un omicidio, per poi cedere il comando rimanendo a loro volta vittima di un omicidio […] la curva dell’Inter, o quantomeno lo zoccolo duro, gli Ultras, si fossero trasformati in tutto e per tutto in un’organizzazione criminale caratterizzata da dinamiche del tutto simili a quelle dei clan, a una ‘ndrina piuttosto che a una famiglia mafiosa. Perché le dinamiche sono assolutamente sovrapponibili”, ha sottolineato.

Milan e Inter, l’auspicio sulla prevenzione

Interpellato sul ruolo dei due club, Iadevaia ha ricordato che la Procura ha nominato consulenti tecnici per verificare l’adeguatezza degli assetti organizzativi di Milan e Inter rispetto al rischio di infiltrazioni nella tifoseria: “La posizione di Inter e Milan è stata un tema dell’inchiesta, tant’è vero che al termine dell’indagine la Procura ha nominato dei consulenti proprio per verificare quelli che erano gli asset organizzativi delle due società […] Il risultato è stato che c’era un’organizzazione inadeguata. Evidentemente le società non erano adeguatamente attrezzate nel gestire e prevenire questo tipo di infiltrazioni”, ha detto, definendo l’inchiesta “Doppia Curva” un’occasione per correggere quelle carenze: “L’auspicio è ovviamente che si possano in futuro prevenire questo tipo di infiltrazioni”.

Il nodo Caminiti-Calabrò e i parcheggi di San Siro

L’ultimo passaggio dell’intervista riguarda la gestione dei parcheggi intorno allo stadio. Secondo Iadevaia, il pizzo versato da Gherardo Zaccagni per la gestione dei parcheggi sarebbe stato incassato da Giuseppe Caminiti, figura che il funzionario ha espressamente definito non direttamente coinvolta nell’indagine, pur descrivendola come beneficiaria, “per come è emerso dallo sfondo”, della protezione di Giuseppe Calabrò, ritenuto figura di rilievo della ‘Ndrangheta in Lombardia: “A riscuotere il pizzo che Gherardo Zaccagni pagava per la gestione dei parcheggi di San Siro era un’altra figura importante dell’indagine, Giuseppe Caminiti, il quale a sua volta, per come è emerso dallo sfondo, per quanto non direttamente coinvolto nell’indagine, beneficiava della protezione e della copertura di un’altra figura storica e chiave della ‘Ndrangheta in Lombardia, quel Giuseppe Calabrò”.
Calabrò, ha ricordato Iadevaia, è stato recentemente arrestato dopo una condanna in primo grado all’ergastolo per il sequestro Mazzotti: una pronuncia non ancora definitiva, tuttora soggetta ai successivi gradi di giudizio. Per Iadevaia, quel coinvolgimento rappresenterebbe una conferma della presenza storica della ‘Ndrangheta in Lombardia.

L’intervista integrale è stata rilasciata da Alfonso Iadevaia a Chora Media, nell’ambito della serie “Le mani sulla città” a cura di Piero Colaprico, e trascritta da Klaus Davi per Dagospia.

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