Cinquant’anni fa l’Italia scopriva di poter avere più di una voce. La televisione smetteva di essere soltanto quella raccontata dal monopolio pubblico e l’etere locale diventava uno spazio aperto alle comunità, ai territori, alle persone.
La sentenza n. 202 della Corte costituzionale del 28 luglio 1976 rappresentò una svolta storica: non cancellò completamente il monopolio della Rai, ma ne dichiarò illegittima la parte che impediva ai privati, previa autorizzazione statale, di trasmettere via etere in ambito locale.
Una rivoluzione giuridica che diventò soprattutto una rivoluzione civile: per la prima volta città, paesi e province poterono raccontarsi direttamente.
Quando la Calabria iniziò a raccontare se stessa
Anche la Calabria fu protagonista di quella stagione pionieristica. Una fase fatta di pochi mezzi, tanta passione e una convinzione precisa: anche dai territori poteva nascere un racconto capace di arrivare lontano.
Tra le esperienze più significative ci fu Telespazio Calabria, nata dalla visione e dalla determinazione di Tony Boemi, considerato uno dei protagonisti dell’emittenza privata meridionale.
Le televisioni locali non furono semplici copie delle grandi reti nazionali. Furono qualcosa di diverso: furono le piazze dei paesi portate dentro le case.
Raccontarono sindaci e cittadini, lavoratori e famiglie, feste popolari e proteste, partite di calcio e tragedie, ospedali, scuole, quartieri e trasformazioni urbane.
Televisioni spesso artigianali, talvolta imperfette, ma capaci di custodire una cosa che oggi rischia di andare perduta: la memoria quotidiana di una regione.
Scarpino negli studi di Archimedia: “Sono entrato nel tempo”
È proprio da questa consapevolezza che nasce la visita del presidente del Co.Re.Com. Calabria, Fulvio Scarpino, agli studi di Archimedia, accompagnato da Antonio Angotti e accolto da Vittore Ferrara, Pino Iannì e Lorenzo Ferrara.§
Un viaggio negli archivi audiovisivi che si è trasformato in un’immersione nella storia recente della Calabria.
“Entrando negli studi di Archimedia non ho visitato semplicemente un luogo di produzione televisiva. Sono entrato nel tempo. Vittore Ferrara, Pino Iannì e Lorenzo Ferrara mi hanno restituito, attraverso le immagini, una Calabria che credevo perduta e una Catanzaro che avevo quasi dimenticato”, racconta Scarpino.
Quelle immagini hanno riportato alla luce una città diversa.
“Ho rivisto il Moderno quando era ancora un albergo nel quale si cantava, si ballava e la città sembrava avere davanti a sé un futuro. Poi ho pensato a ciò che quell’edificio è diventato, a quella che considero una ferita architettonica rappresentata oggi dal palazzo della BNL. Il confronto è impietoso. Il Moderno raccontava la Catanzaro che avrebbe potuto essere. Ciò che è venuto dopo racconta, invece, una città che troppo spesso ha rinunciato alla propria bellezza”, aggiunge.
Un archivio che racconta una Calabria scomparsa
Il patrimonio custodito da Archimedia non è soltanto televisivo. È un archivio della vita calabrese: immagini urbane, eventi pubblici e privati, volti, tradizioni, luoghi trasformati dal tempo.
Un patrimonio che, secondo Scarpino, non può restare nascosto.
“Ho visto immagini di una bellezza sconvolgente. Non uso questa espressione per enfasi. Le uso perché sono un tesoro nascosto. Un patrimonio che rischia di rimanere conosciuto da pochi, mentre dovrebbe essere studiato, digitalizzato, catalogato e restituito ai cittadini, alle scuole, alle università e alle nuove generazioni”, sottolinea.
Un valore riconosciuto anche grazie al lavoro della Calabria Film Commission e del suo presidente Anton Giulio Grande.
“Anton Giulio Grande mi aveva parlato del grande lavoro compiuto da Vittore Ferrara e mi aveva mostrato, prima ancora di questa visita, un autentico gioiello, per me inedito, dedicato a Pier Paolo Pasolini in Calabria. Avevo intuito il valore di quel patrimonio. Entrando nell’archivio ne ho compreso la vastità. A lui va il mio plauso per aver saputo riconoscere e valorizzare questo lavoro”, afferma Scarpino.
Dall’eredità di Tony Boemi al Museo delle televisioni locali
Da anni, anche attraverso la proposta rilanciata dal giornalista Nico De Luca, si discute della possibilità di creare un museo dedicato alle televisioni locali calabresi.
Una proposta che, nel cinquantesimo anniversario della liberalizzazione dell’etere locale, assume un significato ancora più forte.
“Non serve un deposito di vecchie telecamere. Serve un luogo vivo. Un Museo delle televisioni locali e della memoria audiovisiva calabrese. Un centro nel quale conservare gli archivi, digitalizzare le pellicole, raccogliere le testimonianze dei pionieri, formare i giovani e ricostruire la storia sociale della Calabria attraverso ciò che le televisioni hanno visto e raccontato”, dice il presidente del Co.Re.Com.
Il progetto, secondo Scarpino, dovrebbe partire proprio dall’esperienza di Tony Boemi e dal patrimonio custodito da Archimedia, coinvolgendo emittenti, università, enti locali, Calabria Film Commission e famiglie dei protagonisti di quella stagione.
“Salvare le immagini significa salvare la memoria”
La sfida non riguarda soltanto il passato. Per Scarpino riguarda il futuro della democrazia.
Perché una televisione locale non è soltanto un mezzo di comunicazione: è uno strumento attraverso cui una comunità riconosce se stessa.
“Le televisioni locali continuano a rappresentare un presidio democratico perché la democrazia non vive soltanto nei Parlamenti e nei palazzi istituzionali. Vive anche in una telecamera che arriva dove gli altri non arrivano. In un microfono offerto a chi non ha potere. In un cronista che conosce il nome di una strada, la storia di un quartiere e il dolore di una famiglia”, afferma.
E il messaggio finale guarda proprio alla necessità di non disperdere quel patrimonio.
“Cinquant’anni fa la Corte costituzionale liberò l’etere locale. Oggi abbiamo un altro dovere: salvare ciò che quella libertà ha prodotto. Un popolo che perde le proprie immagini perde prima la memoria e poi la capacità di comprendere se stesso. La Calabria non può permetterselo”, conclude Scarpino.











