Per chi vive a Rossano e le decine di migliaia di rossanesi nel mondo, il 15 agosto non è solo Ferragosto, è il giorno. Il mese inizia il 31 luglio con l’intronizzazione del simulacro argenteo in Cattedrale e la serenata del coro polifonico, prosegue con quindici giorni di messe che scandiscono le giornate dalle 6.30 alle 19, e culmina nel Ferragosto della Patrona.
Il 12 agosto si celebra la Festa Diocesana, quest’anno presieduta da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari-Bitonto e già pastore di Rossano-Cariati, con i sindaci dei diciotto Comuni della diocesi.
Il 14 la processione attraversa la zona alta della città, il 15 quella per le vie principali del centro storico, entrambe accompagnate dalla Banda “A. De Bartolo”.
Il pomeriggio del 15, alla Messa Pontificale presieduta dall’arcivescovo Maurizio Aloise, il sindaco Flavio Stasi accende la lampada votiva davanti all’icona: un gesto che il Comune ripete da generazioni e che vale come atto civile prima ancora che religioso.
Poi la statua esce a spalla e il centro storico si trasforma.
Le stime di questi anni parlano di decine di migliaia di presenze — attorno alle ottantamila secondo le valutazioni che circolano tra organizzatori e forze dell’ordine — con navette gratuite che salgono dallo Scalo fino a notte fonda, il concerto al piazzale Traforo (nel 2026 Zero Assoluto il 14, Baby K il 15), il maxischermo tra piazza Sant’Anargiri e piazza Steri, i fuochi pirotecnici all’una del mattino sul colle della Santa Croce e il dj set fino all’alba.
Un’icona che nessuna mano ha dipinto
L’affresco custodito nella Cattedrale di Maria Santissima Achiropita si trova su un frammento di colonna della navata centrale, incastonato in una nicchia di marmo sopra un altare quattrocentesco.
Gli studiosi lo collocano tra il 580 e la prima metà dell’VIII secolo e lo considerano uno degli esempi più antichi di pittura bizantina conservati in Italia: la Vergine regge il Bambino sul braccio sinistro, indossa un mantello rosso scuro che le copre il capo, e sul lato destro dell’immagine corre in verticale la scritta greca Theotokos, Madre di Dio. Rilievi recenti hanno accertato che l’affresco visibile ne ricopre uno più antico.
Acheiropoietos significa “non dipinto da mano d’uomo“, e la parola appartiene al lessico teologico che l’Oriente cristiano elabora durante la crisi iconoclasta, quando la legittimità stessa delle immagini sacre viene messa in discussione e le icone “non fatte da mano umana” — il Mandylion di Edessa su tutte — servivano da argomento decisivo a favore del culto.
Una delle ipotesi più accreditate sull’origine dell’affresco rossanese attribuisce la sua esecuzione proprio ai monaci fuggiti in Calabria durante le persecuzioni iconoclaste dell’VIII secolo.
C’è poi un paradosso tutto materiale. Poiché l’affresco è vincolato alla colonna e non può muoversi, quello che sfila per le vie di Rossano è un simulacro d’argento: una copia “fatta” da mani umane di un’immagine che si venera perché nessuna mano l’avrebbe fatta.
La lista dei miracoli
Attorno a quell’immagine la città ha costruito nei secoli un vero e proprio elenco delle protezioni ricevute, un registro così colmo da fare intuire i motivi della temperatura emotiva della festa.
Intorno al 954 la Vergine sarebbe apparsa ai saraceni vestita di porpora, con una fiaccola in mano, e quelli si sarebbero ritirati senza attaccare.
Nel Seicento tenne la peste fuori dalle mura mentre infuriava nei paesi vicini. Del terremoto del 1783 Rossano riportò danni lievissimi; per quello del 1836, da cui uscì indenne, la statua esce ancora in processione ogni 25 aprile.
E quando i francesi invadono la Calabria e pretendono il simulacro d’argento, i rossanesi offrono in cambio il suo peso in metallo, e al momento della pesa — racconta la tradizione — l’argento diviene leggero come una piuma.
Il 25 e il 26 dicembre 1741 la Vergine si mostra visibilmente durante la messa solenne, con il vescovo Stanislao Poliastri e il sindaco Tommaso Pietra tra i testimoni. E così da quasi tre secoli, ogni 26 dicembre, la processione ripercorre le vie del rione Santo Stefano.
Il capitolo novecentesco è quello che i rossanesi raccontano con più convinzione. Durante la Seconda guerra mondiale la città non viene colpita dai bombardamenti perché una nebbia improvvisa la sottrae agli occhi di chi guardava dall’alto. L’ultimo miracolo la tradizione lo colloca il 12 agosto 2015, quando l’alluvione devasta l’area di Corigliano Rossano senza fare vittime; per ringraziamento l’effigie venne portata in processione fino al mare, con l’idea di ripetere il rito ogni cinque anni.
C’è infine una preghiera in dialetto, tramandata oralmente e recitata ancora davanti alla nicchia, che chiede alla Vergine di liberare il suo popolo “e’ guerre, terremoti, peste e fame”. Quattro flagelli in fila. Sui primi tre la tradizione accumula prodigi; sul quarto inizia l’altra metà di questa storia.
Una devozione che parte nel baule
Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento dalla Calabria si parte in massa, e i rossanesi che sbarcano a San Paolo del Brasile si stabiliscono a Bixiga, quartiere centrale nato dal Quilombo Saracura, un insediamento di afrodiscendenti liberi.
Arrivano in un posto che aveva già una storia di gente fuggita da qualcosa, e ci portano la propria. Nel bagaglio c’è anche un’immagine della Madonna e la lingua per pregarla.
L’effigie resta a lungo nella casa della famiglia Falcone, in rua Treze de Maio, dove i devoti si riunivano per le novene e dove risulta venerata su un altare domestico già dal 1908; usciva soltanto ad agosto, per essere collocata su un altare di legno montato in strada.
Le prime feste servono a comprare il terreno. Nel 1918 viene eretta una cappella così spoglia che i fedeli dovevano portarsi le panche da casa.
Un decreto del 4 marzo 1926 la eleva a parrocchia, con diritto a sacrario, battistero e libri dei registri; i proventi della festa di quell’anno saldano i debiti pregressi, e un gruppo di calabresi dona l’altare maggiore in marmo. La comunità viene affidata agli orionini, i figli di don Luigi Orione.
Cento anni di fogazza e di opere pie
Ad agosto 2026 la Festa de Nossa Senhora Achiropita ha raggiunto la centesima edizione. Per cinque fine settimana le rue Treze de Maio, São Vicente e Doutor Luís Barreto ospitano trentacinque bancarelle. Alla sola linea di produzione della fogazza fritta lavorano più di duecento persone, per circa quindicimila pezzi a sera. I volontari sono milletrecento, in larga parte discendenti degli emigrati, e le ricette si tramandano di famiglia in famiglia come si tramandava la preghiera in dialetto.
La novena si è tenuta dal 6 al 14 agosto, la messa solenne con l’incoronazione della Vergine il 15 alle 19.30, la processione si terrà il 16 alle 15. Gli organizzatori stimano tra le duecentocinquantamila e le trecentomila presenze lungo il mese, e nel marzo 2024 la legge federale 14.829 ha riconosciuto la festa come manifestazione della cultura nazionale brasiliana.
L’intero ricavato finanzia le opere sociali della parrocchia, e l’elenco è lungo: l’asilo nido Creche Mãe Achiropita, il Centro Educacional Dom Orione per il doposcuola, il programma di alfabetizzazione per giovani e adulti Mova, il centro diurno per anziani, il servizio di accoglienza per persone senza dimora, lo sportello legale gratuito Dom Orione, la Casa de Acolhida Rainha da Paz per uomini in percorso di recupero dalle dipendenze e il Memorial Achiropita, che custodisce la memoria della comunità. La conferenza vincenziana distribuisce circa ottanta pacchi alimentari al mese.
Insomma, se il flagello che a Rossano aveva vinto — la fame — a Bixiga viene combattuto ogni anno con la festa della stessa Madonna. E Cchi era partito perché qui non c’erano lavoro né dignità, ha costruito, attorno a un’icona bizantina, un pezzo di welfare di quartiere che funziona dodici mesi l’anno.
Il filo che non si è mai spezzato
Le due comunità raccontano perfino due leggende diverse sulla stessa immagine. A Rossano la tradizione la lega all’eremita Efrem, che nel 570 avrebbe trovato l’immagine miracolosa in un campo presso la sua grotta e avrebbe poi predetto a Maurizio di Costantinopoli l’ascesa al trono.
A Bixiga si racconta dell’imperatore Maurizio sorpreso da una tempesta, del santuario promesso in cambio della salvezza, del pittore che ogni giorno ricominciava un lavoro scomparso durante la notte, finché una donna con un bambino in braccio chiese di entrare a pregare e la sua figura restò impressa sul muro.
La stessa cosa è accaduta a Buenos Aires, nel quartiere della Boca, dove la festa dell’Achiropita si celebra il 15 agosto.
Il 30 agosto monsignor Maurizio Aloise sarà a San Paolo per la chiusura della centesima festa del Bixiga. Percorrerà, in aereo e in poche ore, il viaggio che i suoi diocesani fecero in nave e con i bauli di cartone, quando erano loro a doversi cercare altrove il lavoro e il rispetto che qui non trovavano.
Ad agosto, a Rossano, la processione passa davanti a tante case che per undici mesi restano chiuse. Vale la pena ricordarlo mentre si guardano i fuochi sulla Santa Croce: quella stessa Madonna, quindici giorni dopo, sfila davanti a un pubblico che discende da chi da qui è dovuto andare via.












