14 Agosto 2026
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“L’attentato per il suo bene”: Lavitola confessa, ma sul caso Ranucci resta il grande buco del movente

L’ex editore ammette di essere il mandante e sostiene di aver voluto proteggere l’amico aumentando il livello della scorta. Ma il gip giudica la versione “fumosa” e priva di elementi concreti

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Ci sono confessioni che inchiodano, e poi ci sono confessioni che ribaltano la realtà fino a farla sembrare un romanzo distopico. Davanti al gip di Roma, Valter Lavitola ha ammesso l’incredibile: è lui il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Ma il colpo di scena non è l’ammissione in sé, quanto la motivazione offerta con candore surreale: «L’ho fatto per il suo bene». Un favore armato, insomma, per proteggerlo e costringere lo Stato a blindarlo. Una linea di difesa che i giudici hanno liquidato come un esercizio di fumo, smontando pezzo per pezzo il paradosso di un’amicizia che sceglie di sparare.

La confessione e la tesi difensiva

Nel vasto e spesso torbido teatro del diritto penale si è visto di tutto, ma la versione sfoderata da Valter Lavitola nell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia valica i confini del thriller politico per piombare dritto nel territorio del paradosso kafkiano. L’ex editore non indietreggia, ammette senza filtri di essere la mente dietro l’atto intimidatorio che ha preso di mira il conduttore di Report. Poi, però, affonda il colpo con una giustificazione che lascia gli inquirenti a bocca aperta: tutto sarebbe nato da un nobile, per quanto bizzarro, istinto di protezione.

Secondo la narrazione dell’indagato, il 16 ottobre 2025 l’attentato si sarebbe reso necessario perché Ranucci era finito nel mirino dell’intelligence israeliana, intenzionata a chiudergli la bocca dopo un’inchiesta sui cantieri navali Vittoria. E come si sventa una minaccia internazionale? Semplice, secondo Lavitola: organizzando un avvertimento in casa propria per spingere lo Stato ad alzare la guardia. Nelle parole cucite dai suoi legali, l’intento era “per il bene di Ranucci“. È il trionfo del cortocircuito logico: l’amico che ti manda i sicari per salvarti la pelle.

Il gip respinge la ricostruzione

La Procura di Roma e il giudice per le indagini preliminari non si sono lasciati incantare da questa favola nera travestita da favore criminale. Il gip ha sbarrato la porta a qualsiasi attenuazione della misura cautelare, rispedendo al mittente la richiesta dei domiciliari e bollando quelle dichiarazioni come “fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta”.

Nel tentativo di ridimensionare la propria posizione, Lavitola ha provato a scaricare il lavoro sporco sul suo factotum, Clesio Tavares – ora fantasma braccato in Africa –, giurando di aver chiesto solo “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta di Pomezia, rigorosamente senza esplosivi. Tuttavia, gli investigatori hanno smontato la favola dell’iniziativa autonoma del sottoposto, inchiodando Lavitola alle sue responsabilità all’interno di una regia criminale solida e strutturata. A sigillare le porte del carcere, oltre al timore che le prove venissero inquinate, c’è l’ombra lunga di una possibile fuga all’estero, facilitata dai vecchi contatti internazionali dell’indagato.

Le reazioni politiche dopo l’attentato

La miccia dell’attentato, fin da quel primo giorno d’autunno, ha fatto saltare gli argini del dibattito politico, trasformando le piazze italiane in un teatro di accuse roventi. All’indomani dell’agguato, i leader del campo largo si sono mossi come un sol uomo, stringendosi attorno a Ranucci in un abbraccio difensivo che si è subito fatto barricata.

Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per i vertici di Alleanza Verdi e Sinistra, i toni si sono dipinti di una rabbia profonda: l’accusa, lanciata senza sconti alla maggioranza di governo, puntava il dito contro un clima irrespirabile. Secondo le opposizioni, l’involuzione democratica del Paese e la sistematica delegittimazione del dissenso creano l’humus perfetto in cui prosperano le intimidazioni contro la stampa libera. Un atto d’accusa frontale che ha infiammato il Parlamento, trasformando la violenza contro il giornalista in un drammatico specchio della fragilità democratica italiana.

Le parole del legale di Ranucci e il nodo della vicenda

E adesso?

Per l’avvocato Roberto De Vita, che difende Ranucci, siamo di fronte a un “delirante teatro della follia”. Una definizione che restituisce il senso di smarrimento di fronte a un’aggressione verbale e materiale che si scontra con una verità cristallina: Ranucci convive con una scorta blindata dal 2021, esposto a minacce concrete e certificate che non hanno certo bisogno di «amici» generosi per essere ricordate.

Il vero, inquietante nodo gordiano di questa storia risiede tutto qui, sospeso tra l’ironia amara e la cronaca nera. Se la logica distorta di Valter Lavitola prevede che un amico ti mandi i sicari per “farti un favore” e blindarti la vita, viene spontaneo chiedersi quale trattamento sia riservato, nei suoi calcoli, a chi ha la sfortuna di figurare nella lista dei nemici giurati.

La tesi difensiva – l’attentato come gesto d’affetto preventivo – spalanca le porte a uno scenario grottesco, in cui la violenza armata viene edulcorata a forma di premura istituzionale. Ma l’ironia nera di questa giustificazione sbatte violentemente contro il muro della realtà: se l’amicizia si misura a colpi di pistola e ordigni, il celebre proverbio “dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io” non è più un semplice avvertimento, ma si trasforma nel manuale operativo di un cinismo talmente disarmante da cancellare, per sempre, il confine sottile tra l’abbraccio e l’agguato.

Gerri Lar

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