In tutta Italia si ride amaramente del titolo: L’anno che verrà. Perché a Catanzaro, più che un auspicio sul futuro, è andata in onda una rievocazione storica. Un programma che sembrava concepito non per accompagnarci nel 2026, ma per rassicurarci sul fatto che il passato è sempre disponibile, basta spolverarlo dal naftalene una volta l’anno. Attenzione: non è una questione di età, e sarebbe troppo facile (e scorretto) ridurla a questo. Il problema non sono i “vecchi”, ma il target. A mezzanotte, sul palco del Capodanno Rai, l’età media artistica sfiorava quella di una riunione condominiale con il bonus ascensore all’ordine del giorno. Orietta Berti che canta quattro brani che non sono da piazza di Capodanno ma da salotto pomeridiano, Ivan Cattaneo impegnato in un medley che neanche lui sembrava voler rivendicare e cover di Umberto Tozzi cantate da chi il repertorio non ce l’ha mentre il vero Tozzi, ironia suprema, canta in contemporanea su Canale 5.
Non nostalgia: surrogato
Il messaggio che passa è chiarissimo: la Calabria come palcoscenico va bene, purché il pubblico sia considerato di seconda fascia. Un pubblico da intrattenere con ciò che altrove non si sa più dove collocare. E qui la responsabilità non è solo artistica, ma politica e strategica.
Perché la verità — detta senza ipocrisie — è che il presidente Occhiuto ha evidentemente puntato, per la promozione della Calabria, su un pubblico agee. Scelta legittima, per carità. Ma allora diciamolo chiaramente: non è promozione turistica internazionale, non è attrazione di flussi stranieri, non è racconto contemporaneo di una regione che vuole competere. Questa trasmissione non la guardano gli italiani all’estero, figuriamoci gli stranieri. Pensare che un turista tedesco o francese scelga la Calabria dopo aver visto Ivan Cattaneo precedere immagini cartolina è un atto di fede che neanche San Francesco.
Detto questo, va anche ristabilita un po’ di verità: no, non è corretto dire che sono “i soldi dei calabresi”. Non direttamente. Non sono fondi regionali in senso stretto, né il risultato immediato delle tasse di chi sui social grida allo scandalo, spesso con una disinvoltura fiscale tutta personale. Sono fondi nazionali, allocati secondo scelte politiche e amministrative e il Dipartimento Turismo ha deciso di affidarli alla Film Commission, che a sua volta ha operato una scelta: puntare sulla collaborazione con la Rai.
Scelta legittima. Ma sbagliata
Sbagliata perché la Rai, ancora una volta, ha trattato la Calabria come un pubblico di serie B. Come un luogo dove puoi portare ciò che altrove non funziona più, confidando che “tanto è Capodanno, tanto è festa”. E invece no. La Calabria non è una dependance nostalgica del palinsesto nazionale.
E allora, calabresi, anche meno lamenti a comando. Perché se davvero vogliamo gridare allo scandalo sui “soldi delle nostre tasse”, ricordiamoci che quelli finiscono soprattutto nella sanità. E lì sì che lo spettacolo è peggiore di qualunque medley di Capodanno. Perché se un turista, affascinato dalle immagini patinate dopo l’esibizione di Ivan Cattaneo, viene in Calabria, mangia benissimo, si innamora del mare… ma poi si ammala, scopre davvero l’anno che fu. Altro che Rai. La Calabria non è sbagliata. È sbagliato raccontarla con quel cast e quella trasmissione del pur ottimo Liorni. È sbagliato pensare che basti un palco, qualche nome fuori tempo massimo e una diretta nazionale per fare promozione. La Calabria non ha bisogno di nostalgia televisiva, ma di rispetto. E di una visione che guardi avanti, non indietro. Quello, semmai, sarà davvero l’anno che verrà.
Ultima nota
Film Commission, alla quale il presidente Occhiuto attribuisce una certa importanza, sia più vigile sulle scalette e sulla qualità delle produzioni: meno acquisti a scatola chiusa e più controllo. Se paghiamo regolarmente, e profumatamente, la merce che acquistiamo, dobbiamo pretendere di più, e dirlo con chiarezza alle produzioni, senza quei timori reverenziali tipici di certi provincialotti che fanno i ganzi a casa e poi abbassano la testa fuori. Più autorevolezza e meno mosse, please.









