26 Giugno 2026
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La denuncia di Pippo Callipo: “In Calabria chi rispetta le regole viene penalizzato. Così perdiamo i giovani”

Il re del Tonno racconta un Sud che frena lo sviluppo invece di accompagnarlo. E rivendica un’idea di futuro che passa da lavoro vero, sport sostenibile e turismo, chiedendo solo rispetto per chi investe onestamente nel territorio

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Non ama i riflettori, non rincorre slogan, non indulge nell’autocompiacimento. Pippo Callipo parla con la voce di chi ha attraversato quattro generazioni d’impresa, mantenendo una linea chiara: qualità, lavoro, responsabilità sociale.
Nel lungo colloquio a Radio Onda Verde, ospite di Nicolino La Gamba, il re del Tonno, presidente del Gruppo Callipo, colosso con un fatturato da 100milioni di euro all’anno, non racconta solo la storia di un’azienda, ma mette a nudo le contraddizioni del Sud, chiamando in causa politica, burocrazia e cultura imprenditoriale. “Io sono andato avanti su un tracciato che è stato fatto dai miei: mio nonno, mio padre. L’ho condiviso, l’ho sposato. E mi auguro che i miei figli continuino su questa strada”.

Centoundici anni di storia industriale: quando l’impresa nasce dal territorio

Il Gruppo Callipo affonda le radici nel 1913, in un contesto in cui parlare di industria nel Sud era quasi un’eresia. La nascita dell’azienda è legata a un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: trasformare ciò che veniva considerato uno scarto. “Il tonno in esubero al consumo del paese veniva bruciato sulla spiaggia per evitare infezioni. Non c’erano mezzi di comunicazione, non c’erano mercati. Mio bisnonno ebbe l’intuizione di lavorarlo, di metterlo sotto sale. Da lì è nato tutto”.

Da quella scelta prende forma un percorso industriale che attraversa quattro generazioni, passando dalla lavorazione artigianale alle moderne tecnologie di conservazione. “Io ricordo da bambino che uno dei primi lavori che facevo era girare le scatole allo stagnino, perché si chiudevano ancora con lo stagno fuso. Parliamo degli anni Quaranta, Cinquanta. Poi piano piano si è passati alle scatole più piccole, fino ad arrivare a quelle da 80 grammi di oggi”.

La qualità come ossessione quotidiana e come scelta etica

Quando Callipo parla di qualità, non lo fa come slogan commerciale, ma come principio non negoziabile. È il vero segreto di una longevità industriale che ha resistito a crisi economiche, concorrenza globale e disattenzione politica. “Mio nonno mi diceva sempre: ricordati che la qualità ti porta lontano. Me lo ricordo come se fosse oggi. E noi questo lo abbiamo rispettato, io, mio padre e oggi i miei figli”.

Un’ossessione che si traduce in scelte precise, spesso controcorrente. “Noi non facciamo pubblicità in televisione, né alla radio, né sui manifesti. Quando andiamo alle fiere diciamo solo una cosa: provate il prodotto. Se sentite la differenza, allora scegliete”. E poi entra nel dettaglio tecnico, quasi a voler educare il consumatore. “Il tonno fatto da tre o quattro giorni non si può mangiare. Sa di cotto, l’olio è andato in ebollizione, è nauseante. Serve la stagionatura, serve il tempo. Altrimenti non è tonno sott’olio, è pesce cotto nell’olio”.

Reinvestire tutto: niente lusso, solo sviluppo

Nel racconto di Callipo non c’è spazio per il mito dell’imprenditore ostentatore. Gli utili, spiega, non sono mai diventati status symbol, ma strumenti di crescita. “Non ho yacht, non ho panfili, non ho macchine di lusso. Quello che ho guadagnato l’ho sempre reinvestito nell’azienda”.

È così che nascono nuovi rami del gruppo, dalla gelateria al turismo. “Il tartufo di Pizzo era una cosa chiusa nel territorio. Oggi arriva in Europa, in Australia, in Cina. Abbiamo spedito container anche lì. È così che si cresce: valorizzando quello che hai vicino”.

Lavoro, dignità e condivisione degli utili: il modello Callipo

Uno dei passaggi più potenti dell’intervista riguarda il rapporto con i lavoratori, raccontato senza paternalismi. “Quando al lavoratore riconosci tutto quello che prevede la legge, e forse anche qualcosa in più, allora puoi pretendere. E loro lavorano bene, spontaneamente, non perché c’è qualcuno che li controlla”.

Da qui la scelta, diventata notizia nazionale, di condividere parte degli utili aziendali. “Abbiamo 450 dipendenti. A fine anno abbiamo dato mille euro a ciascuno. Sono 450 mila euro. Non è stato un gesto di facciata, è stato fatto col cuore”. E aggiunge una frase che racchiude tutta la sua filosofia: “Questa non è generosità. È intelligenza. Il dipendente te la restituisce al doppio”.

Sommerso e ricatto salariale: “Siamo ancora a queste cose”

Il tono dell’intervista cambia bruscamente quando Pippo Callipo entra nel terreno più scivoloso e rimosso del sistema produttivo meridionale: il lavoro nero mascherato, il ricatto salariale, la pratica diffusa degli stipendi “gonfiati sulla carta” e poi restituiti sottobanco. Non è un discorso teorico, né una denuncia astratta: è il racconto diretto di una realtà che Callipo conosce bene e che definisce senza giri di parole umiliante e devastante. “C’è gente che sulla carta prende 1.900 euro al mese e poi, il giorno dopo aver incassato lo stipendio, ne restituisce 1.000 al datore di lavoro. Mille euro. È una cosa che fa rabbrividire. E la cosa più grave è che siamo ancora a queste cose”.

Un meccanismo che non solo altera il mercato del lavoro, ma distrugge la dignità delle persone e falsifica ogni tentativo di competizione sana tra imprese. Secondo Callipo, il sommerso non è una zona grigia inevitabile, ma una scelta precisa, alimentata dall’assenza di controlli efficaci e da una diffusa rassegnazione sociale. “Questo sistema crea un’illusione: sulla carta sembri pagare bene, nella realtà stai sfruttando. E chi accetta lo fa perché ha bisogno, perché non ha alternative”. È in questo contesto che maturano le decisioni più dolorose, soprattutto per le nuove generazioni. “Come possiamo dire a un ragazzo di restare in Calabria, se questa è la prospettiva che gli offriamo? Che futuro può costruire, che progetto di vita può immaginare?”.

Giovani costretti ad andare via: una sconfitta per tutti

Per Callipo, la fuga dei giovani dal Sud non è una fatalità storica né una legge naturale. È, al contrario, una responsabilità collettiva ben precisa, che chiama in causa politica, istituzioni, mercato del lavoro e cultura imprenditoriale. “I giovani se ne vanno perché qui manca il rispetto per loro. Manca dalla politica, manca dalle istituzioni, manca dal mondo del lavoro”.

Il presidente del Gruppo Callipo racconta storie concrete, vissute in prima persona, che restituiscono la dimensione reale del problema: laureati sottopagati, orari infiniti, zero prospettive di crescita, fino alla decisione obbligata di partire. “Ho segnalato una ragazza molto preparata a un’azienda calabrese. Dopo due mesi se n’era già andata. Mille euro al mese, sabati compresi, usciva la sera alle otto. È normale che se ne vada”.

Un’emorragia silenziosa che impoverisce il territorio non solo economicamente, ma culturalmente e socialmente. “Senza giovani ci impoveriamo. E forse questo fa comodo a qualcuno”. Una frase pesante, che Callipo pronuncia senza alzare la voce, ma che pesa come un macigno: un territorio senza giovani è un territorio più facile da governare, meno critico, meno conflittuale. “Le rivoluzioni le fanno i giovani, non quelli della mia età. Se i giovani non ci sono, tutto resta fermo”.

Burocrazia ostile e istituzioni cieche

La denuncia si sposta poi sul terreno dei rapporti con la pubblica amministrazione, dove Callipo descrive una burocrazia non solo inefficiente, ma spesso ostinatamente ostile verso chi lavora in modo corretto. Il caso della TARI sugli impianti sportivi diventa emblematico di un sistema che ignora deliberatamente le leggi dello Stato. “C’è una legge che prevede uno sconto del 30% sulla TARI per le attività sportive. È una legge dello Stato. Eppure i Comuni non la applicano”.

Non si tratta di un episodio isolato, ma di una prassi che si ripete ogni anno, nonostante i ricorsi vinti. “Noi facciamo ricorso alla Commissione, vinciamo. L’anno dopo succede la stessa identica cosa. Come se nulla fosse”. Secondo Callipo, questo atteggiamento alimenta un corto circuito pericoloso, che spinge molti a cercare scorciatoie illegittime. “Io non uso amici, non uso raccomandazioni, non uso questi sistemi. Ma così si innesta il meccanismo dell’amico dell’amico, del favore, della telefonata”.

Una burocrazia che, invece di accompagnare lo sviluppo, lo ostacola, trasformando il rispetto delle regole in una penalizzazione. “Qui spesso non conta quello che dice la legge, ma quello che ‘vede’ il funzionario. E se il funzionario decide di non vedere, tu sei fermo”. È questo, secondo Callipo, uno dei motivi principali per cui fare impresa onesta in Calabria è più difficile che altrove. Non per mancanza di capacità o di idee, ma per un sistema che scoraggia chi prova a stare dentro le regole.

Quando la legge esiste ma non viene applicata

Uno dei passaggi più duri dell’intervista riguarda il rapporto diretto con i funzionari pubblici, raccontato con esempi concreti. “Succede che vai in un ufficio pubblico e il funzionario ti dice: ‘Io la vedo così’. Tu rispondi: ‘Ma c’è una legge che dice il contrario’. E lui: ‘Io la vedo così e faccio così’”. Un arbitrio quotidiano che, nel caso della Callipo Sport, si traduce in atti amministrativi pesantissimi. “Abbiamo una minaccia di pignoramento per 6.000 euro di TARI. Perché il funzionario non vuole riconoscere che esiste una legge dello Stato che prevede il 30% di sconto per le attività sportive”.

Una norma chiara, ribadita più volte. “Gli impianti sportivi si usano una domenica sì e una no, fino a giugno o luglio. Lo Stato ha previsto lo sconto proprio per questo”. Eppure: “I Comuni, compreso Vibo Valentia, non lo applicano. Facciamo ricorso, vinciamo. L’anno dopo la stessa identica storia”.

Niente amici, niente scorciatoie: “Io questi sistemi non li uso”

Callipo rifiuta qualsiasi logica di favore o intermediazione. “Cosa dovrei fare? Andare a farmi trovare da qualche amico? Io non uso questi mezzi, non uso questi sistemi”. Ma è proprio questa rigidità etica, sottolinea, a rendere più difficile andare avanti. “Così si alimenta il discorso dell’amico, della raccomandazione. Perché chi vuole rispettare le regole resta bloccato”.

Il paradosso è evidente: un palazzetto comunale, dato in concessione, che diventa simbolo di un cortocircuito istituzionale. “Noi paghiamo, investiamo, portiamo il nome di Vibo in giro per l’Italia. Siamo primi in classifica. Ma nessuno si chiede se abbiamo ragione”.

ZES, occasioni mancate e tempi irreali

Pippo Callipo affronta anche la questione ZES e il racconto si fa tecnico ma anche profondamente politico. Perché, spiega, il problema non è l’idea in sé, ma come è stata snaturata nel tempo, trasformandosi da opportunità concreta a meccanismo farraginoso, privo di responsabilità chiare. “All’inizio era partita con la ZES Calabria, la ZES Campania. In Calabria era arrivata anche una persona veramente all’altezza, una che voleva lavorare davvero. Poi hanno avuto questa alzata d’ingegno di fare la ZES unica, una cosa che mi ha ricordato la vecchia Cassa per il Mezzogiorno”.

Secondo Callipo, la ZES oggi formalmente esiste, ma nella pratica è paralizzata. “Nessuno si prende la responsabilità di farla funzionare davvero”. Il nodo centrale, però, sono i tempi imposti agli investimenti, giudicati completamente scollegati dalla realtà industriale. “Oggi una macchina complessa, una macchina che fa gelati, tartufi, o che chiude scatolette ermeticamente, è lunga dieci metri, è piena di tecnologia. Per costruirla servono almeno dodici mesi”. E invece: “Se io presento la pratica a gennaio, entro il 15 novembre dovrei consegnare tutto. È impossibile. Bisogna comprimere i tempi in modo irrealistico”. La richiesta è semplice, ma resta inascoltata. “Una volta che mi approvi l’investimento, dammi il tempo. Non dodici mesi, ma almeno quindici o diciotto”.

Il rischio, concreto, è quello di investire milioni di euro confidando in contributi che poi non arrivano. “Parliamo di un 40% a fondo perduto. Tu fai l’investimento fidandoti. Poi basta sforare di un mese e non puoi chiudere la pratica. Questo crea squilibri enormi”.

Lo sport tenuto in piedi da solo: “Prima gli stipendi, poi la pallavolo”

Quando il discorso si sposta su Callipo Sport, il tono diventa ancora più personale. Callipo rivendica una scelta netta, fatta da imprenditore prima che da tifoso. “Io ho dovuto lasciare il tifoso. Prima vengono gli stipendi dei dipendenti, poi lo sport”. La rinuncia alla Serie A maschile, nonostante i successi, resta una ferita aperta ma necessaria. “Eravamo in A2, avevamo vinto il campionato con otto punti di vantaggio, la Coppa Italia. Ma non era più sostenibile. Ho dovuto chiudere”. La ripartenza è avvenuta dal basso, senza scorciatoie. “Con la femminile non ho voluto comprare titoli. Siamo partiti dalla Serie C, abbiamo vinto, ora siamo in B1”.

Uno dei passaggi più emblematici riguarda i danni al palazzetto, colpito da un temporale. “Ho fatto un’assicurazione, anche se il palazzetto non è mio, perché ne rispondo io”. Il danno viene riconosciuto. “L’assicurazione liquida 90.000 euro. Io ne metto altri 30. Ma per incassare serve la firma del Comune”. Firma che non arriva. “Non chiedo soldi, non chiedo favori. Chiedo solo di firmare per spendere quei soldi lì, sotto il controllo dell’assicurazione”. Intanto: “Ricevo le foto dei tifosi dentro il palazzetto con l’ombrello”. Callipo ricorda anche l’indotto concreto creato dallo sport. “Abbiamo venti appartamenti regolarmente affittati. Venti ragazzi che vivono a Vibo, fanno la spesa, consumano”. Non elemosina contributi. “Non chiediamo soldi. Chiediamo solo un po’ di simpatia”.

La pallavolo femminile e la scelta di ripartire dal basso

Quando Pippo Callipo parla di pallavolo, il ragionamento resta quello dell’imprenditore che prima mette in sicurezza i conti e poi coltiva i sogni. La scelta di ripartire dalla femminile non nasce da una strategia di facciata, ma da una valutazione concreta dei costi e della sostenibilità. “Nella femminile gli stipendi sono più bassi, perché c’è un numero maggiore di atlete, forse il doppio rispetto alla maschile. La pallavolo maschile è diventata un business come il calcio, e a un certo punto non era più sostenibile”. Da qui una decisione netta, controcorrente rispetto a molte realtà sportive. “Con la femminile non ho voluto comprare titoli, anche se erano in vendita a 40, 50, 60 mila euro. Ho voluto iniziare dalla Serie C”.

Una scelta che ha dato risultati immediati, sul campo e sugli spalti. “Siamo partiti dalla C, abbiamo vinto, siamo andati in Serie B e oggi siamo in B1”. Il percorso di crescita ha riavvicinato anche il pubblico. “I tifosi sono tornati. Due domeniche fa abbiamo giocato una partita importantissima contro la seconda in classifica. Abbiamo perso 3-2 contro una squadra molto forte, ben quadrata”. Ma anche quella sconfitta si è trasformata in un risultato. “Con quel punto ci siamo qualificati per la Coppa Italia. E quindi la Coppa Italia la faremo”.

L’idea ora è quella di riportare eventi di rilievo a Vibo Valentia, senza chiedere nulla alle istituzioni. “Si sta valutando di portare la Coppa Italia qui a Vibo Valentia, ovviamente sempre sulle spalle di Callipo. È una questione di posti, perché arriverebbero tantissime squadre”. E ribadisce, ancora una volta, la sua linea di condotta. “Non mi sogno proprio di andare negli uffici pubblici a chiedere interventi o contributi. Eventualmente li inviteremo solo a consegnare le coppe. A quello verranno tutti”. Una frase che sintetizza perfettamente il suo approccio allo sport: autonomia, responsabilità e rispetto, anche quando i riflettori sono spenti.

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