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2 Maggio 2026
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Motori e rinascita in Calabria: “L’8 sbilenco” del dopoguerra che trasformò strade povere in un circuito di sogni

Il Giro automobilistico della regione tra fame e passione: uomini, donne e macchine in una sfida epica che accese l’immaginazione di un Sud dimenticato

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Nei prossimi giorni uscirà, per i tipi delle “Officine Editoriali da Cleto”, un nuovo libro di Bruno Gemelli: L’8 Sbilenco – La storia del Giro automobilistico delle Calabrie, che racconta una gara, un’epoca, un crogiuolo di persone, di cose, di bisogni. Un saggio storico-cronachistico di come eravamo sullo sfondo di una vicenda sportiva e sociale che a distanza di 70 anni è ricordata con nostalgia in Calabria tra le persone anziane mentre tra i contemporanei suona come ammirazione perché, a quei tempi, con risorse ridotte, si riusciva ad organizzare eventi di grande spessore. Nel 1948 era da poco finita la guerra. L’Italia era materialmente a terra e il Sud, se possibile, era più arretrato ed affamato che mai.

Cercare l’ago nel pagliaio

In quel contesto di povertà c’era anche bisogno di momenti di distrazione per risollevare il morale della gente, i cui unici svaghi collettivi erano le canzonette che trasmetteva la radio. Per chi ce l’aveva. In quel clima di depressione lo sport cercò, come poteva, fare la sua parte con eventi e manifestazioni di massa che riuscissero ad attrarre il grande pubblico senza fare pagare il biglietto. Solo uno sport riusciva nell’impresa di attrare attenzione e pubblico. A lungo svolse l’opera di supplenza il ciclismo e i suoi “eroi”, i campioni alla Fausto Coppi e alla Gino Bartali, personaggi, rivali da seguire e da contrapporre alla rassegnazione. Era come cercare l’ago nel pagliaio. In quella ricerca ludica, un piccolo ma significativo spazio se lo ritagliò l’automobilismo, e per varie ragioni. La principale era quella di apparire irraggiungibile. A quei tempi la Mille Miglia era una competizione automobilistica stradale di granfondo che fu disputata in Italia in 24 edizioni tra il 1927 e il 1957. Si trattava di una gara di velocità in linea con partenza ed arrivo a Brescia in cui i concorrenti arrivavano fino a Roma attraverso il Centro-Nord Italia.

Il nome della gara deriva dalla lunghezza del percorso; infatti, nonostante diverse variazioni nel corso degli anni, rimase lungo circa 1600 chilometri equivalenti a circa mille miglia imperiali. Fu cancellata dopo l’edizione 1957 a causa della tragedia di Guidizzolo in cui perì il pilota spagnolo, Alfonso de Cabeza de Vaca (17° marchese del casato “De Portago”).Sulla base di quel vissuto l’Automobil Club Catanzaro, associazione di élite a quei tempi, individuò nella Mille Miglia l’esempio da seguire. Detto, fatto. Nel 1949, o giù di lì, il direttore dell’Aci Catanzaro, avvocato Gabriele Finelli, s’iscrisse alla Mille Miglia. Non già perché avesse velleità sportive, quanto per vedere e capire come funzionava quella corsa. Detto, fatto. Nello stesso anno nacque “Il Giro automobilistico delle Calabrie”. Che durò sino al 1957, in coincidenza della morte del pilota De Portago. Questa che qui si cerca di raccontare è la storia di quella gara e di chi ne fu partecipe.

Da dove nacque il nome

In passato, l’autore di questo libro s’è occupato di questa gara con tre pubblicazioni. Una del 2013, “Il grande otto” (La città del sole – Reggio Calabria), in cui faceva una panoramica della corsa. E poi con L’ape furibonda (Rubbettino, 2018) e Sayonara (Officine Editoriali da Cleto, 2025), faceva un focus sulle donne-pilota che parteciparono al Giro Automobilistico delle Calabrie. Ora, perché l’autore ritorna a bomba? Per vari motivi. Primo, perché analizza i vari aspetti della gara, dall’idea iniziale all’albo d’oro con i suoi protagonisti, attivi e passivi. Secondo, perché scende nel dettaglio dei piloti, delle macchine, dell’ambiente e dell’organizzazione nei suoi vari aspetti. Ultimo, ma non ultimo, narra delle storie nella storia. Come la vicenda della famiglia del conte Gaetano Marzotto, proprietario della catena dei Jolly Hotels che nello specifico albergo di Catanzaro (che negli anni ’70 diventerà Hotel Guglielmo) aveva stabilito il suo quartier generale. Il conte Marzotto era padre di quattro dei suoi otto figli che facevano i corridori automobilistici e, per questo motivo, venivano chiamati i «conti correnti».

Gli additivi nel motore

Oppure come la storia d’amore di due piloti che si conobbero a Catanzaro, partecipando alla medesima gara, Ada Pace e Giulio Cabianca che si dovevano sposare ma la morte prematura e tragica di Giulio spezzò quel sogno. Lui morì nel 1961 all’età di 38 anni sul circuito di Modena provando una Cooper-Ferrari, le mori nubile nel suo letto, nel 2016, arrivando ai cent’anni. Infine: oltre al rumore dei motori che si udivano da lontano c’era un odore tipico, acre, che proveniva dai motori medesimi delle macchine in gara. Infatti, si aggiungevano nel motore gli additivi per aumentare le prestazioni delle stesse macchine nelle gare lubrificando al meglio i pistoni. Questo additivo era il “famigerato” (riferito ai trascorsi politici), puzzolente,  olio di ricino, fornito dalle ditte specializzate come la Castrol. Com’è noto l’olio di ricino ha forti proprietà lubrificanti, rigeneranti, ammorbidenti; e, per la salute, doti lenitive, cicatrizzanti, idratanti, antiossidanti e antimicotiche.

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