Un filo di ferro teso in una vigna riuscì dove non erano riuscite le ricerche condotte per anni sulle montagne. Giuseppe Musolino stava fuggendo da due carabinieri nelle campagne marchigiane quando inciampò, cadde e fu arrestato. Era il 9 ottobre 1901. Finiva così la latitanza dell’uomo che i giornali e i racconti popolari avevano chiamato “il re dell’Aspromonte”. La sua leggenda, invece, era appena cominciata. Oggi ricorrono 150 anni dalla nascita di Musolino, se si assume la data del 24 settembre 1876 riportata dal Notiziario storico dell’Arma dei Carabinieri.
La rissa, l’agguato e la prima condanna
Musolino era nato a Santo Stefano in Aspromonte, in una famiglia dalle condizioni economiche modeste, e lavorava nel settore del legname. La vicenda che cambiò la sua vita cominciò nell’ottobre 1897 con una lite in un’osteria del paese. Durante lo scontro fu ferito da Vincenzo Zoccali. Il mattino seguente qualcuno sparò a quest’ultimo. I sospetti ricaddero su Musolino, che negò di essere l’autore dell’agguato. Nel settembre 1898 la Corte d’assise di Reggio Calabria lo condannò a oltre 21 anni di reclusione per tentato omicidio premeditato. È qui che la storia giudiziaria e quella tramandata per generazioni cominciano a separarsi. Musolino sostenne di essere stato accusato ingiustamente. Secondo la ricostruzione pubblicata dall’Arma, nel 1933 Giuseppe Travia, emigrato in America, dichiarò di essere stato lui a sparare a Zoccali. Ma la stessa fonte riferisce che successivi atti processuali e rapporti di polizia lasciavano aperta l’ipotesi di un coinvolgimento di Musolino nella preparazione dell’agguato. La confessione tardiva non basta, da sola, a riassumere la vicenda con la formula “fu innocente”.
L’evasione e gli anni della vendetta
Il 9 gennaio 1899 Musolino evase dal carcere di Gerace Marina, l’attuale Locri, insieme ad altri detenuti. Fu praticato un foro nel muro; per calarsi vennero usate lenzuola annodate. Sulla sua testa fu posta una taglia. Per quasi tre anni riuscì a sottrarsi alla cattura, muovendosi tra l’Aspromonte e altri territori, protetto dalla conoscenza dei luoghi e da una rete di persone disposte ad aiutarlo.
La latitanza lasciò dietro di sé morti e feriti. La ricostruzione dell’Arma attribuisce a Musolino, tra gli altri delitti, l’uccisione di Francesca Sidari, del carabiniere Pietro Ritrovato e della guardia municipale Alessio Chirico. Sono nomi che il racconto romantico del brigante spesso cancella. Non furono figure secondarie di una storia avventurosa: furono vittime della violenza che accompagnò la sua fuga.
Eppure una parte della popolazione continuò a vedere in Musolino un uomo perseguitato da una giustizia inaffidabile. La prima condanna contestata, la povertà e la distanza tra lo Stato e molti paesi dell’entroterra alimentarono questa percezione. I giornali portarono la sua storia anche fuori dall’Italia; canzoni e cantastorie fecero il resto. Il sostegno popolare spiega come nacque il mito. Non assolve i delitti.
La caduta in una vigna e il processo
Quando lasciò la Calabria, Musolino era uno dei ricercati più noti del Paese. Nelle campagne di Acqualagna, vicino a Urbino, due carabinieri notarono un uomo dal comportamento sospetto e tentarono di fermarlo. Lui fuggì. Inciampò in un filo metallico della vigna e venne raggiunto dopo una colluttazione. I militari non avevano inizialmente riconosciuto il “re dell’Aspromonte”. La cattura diventò subito una notizia nazionale.
Il processo per i delitti della latitanza si celebrò a Lucca nel 1902, tra una grande attenzione della stampa. Musolino fu condannato all’ergastolo. Dopo decenni di detenzione e il manifestarsi di gravi problemi psichici, ricevette la grazia nel 1946. Morì nell’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria il 22 gennaio 1956. A centocinquant’anni dalla nascita indicata dall’Arma, la domanda più interessante non è se Musolino fosse un eroe o un criminale da romanzo. È come una condanna discussa e la sfiducia nelle istituzioni abbiano potuto trasformare un uomo responsabile di una stagione di violenza in un simbolo popolare. Per capirlo occorre tenere insieme entrambe le parti della storia: l’ingiustizia che egli denunciò e le persone che persero la vita durante la sua vendetta.













