Ogni volta che torno a Caccuri ritrovo Olimpio Talarico nelle vesti di manager culturale, di direttore artistico, di uomo che, insieme al presidente Adolfo Barone, tiene insieme ospiti, stampa, istituzioni e bilanci. Eppure, prima di tutto questo, Talarico è uno scrittore. Puro, ostinato, legato alla sua terra come a una geografia interiore. È da questo cortocircuito tra l’organizzazione di uno dei Premi letterari più importanti d’Italia e la solitudine necessaria della scrittura che parte la nostra chiacchierata, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo atteso romanzo.
Ogni volta che vengo a Caccuri ti vedo nelle improbabili vesti di manager, ma tu sei uno scrittore puro, lo vuoi capire sì o no?
“Lo capisco benissimo, caspita se lo capisco. Me lo chiedo, me lo chiedono gli affetti, i miei lettori, in fondo mi diverte che me lo si chieda spesso. Io nasco scrittore, non manager, nella vita ho sempre cercato altro. Nel 2010, quando ho pubblicato il mio primo romanzo, ho scelto di presentarlo proprio a Caccuri, in piazza, davanti a trecento persone. Fu quella sera, insieme ad Adolfo Barone, che decidemmo di fondare l’Accademia dei Caccuriani, e da lì, quasi per conseguenza naturale, è nato il Premio. Il ruolo organizzativo è arrivato dopo, come una responsabilità che si è aggiunta, non come una vocazione che ha sostituito l’altra. Il vero manager del Premio resta Adolfo Barone. Anche Cataldo Calabretta, che si è legato all’evento nel corso degli anni, lo è. Resto invece convinto che la scrittura sia un atto solitario, mentre il Premio è un atto corale: sono due nature diverse che convivono in me, ma la radice resta sempre quella dello scrittore. Il Premio è Caccuri proiettata nel futuro, nel mondo. La scrittura contiene invece il senso sacro del passato, la marginalità aperta al mondo, la commozione dei piccoli gesti, della dedizione delle pietre, delle storie seppellite dal tempo. E poi l’affanno della morte, l’inquietudine delle assenze, la ricerca del divino presente e lontano nello stesso tempo. In poche parole, l’organizzazione del Premio mi stanca e mi regala enormi soddisfazioni. La scrittura mi strugge, mi angoscia nella mia solitudine.”
I continui corrugamenti tra queste due placche esistenziali che effetto hanno su di te, sulla scrittura?
“È un attrito continuo, un confronto costante, hai ragione a chiamarlo così. Ma non lo vivo come un conflitto sterile: il Premio mi ha insegnato ad essere meno istintivo, ad ascoltare e valutare, mi ha messo in contatto diretto con centinaia di storie, stili, modi di intendere la vita. È un allenamento costante allo sguardo. La scrittura è il momento in cui il mondo osservato e soprattutto ricordato si scontra con la mia anima, le mie paure, le mie ossessioni, i desideri. Guardare mi mette in relazione con la fragilità, con la limitatezza del vivere. Resta, però, un momento mio. Certo, il rischio concreto, se non stai attento, è che l’organizzazione ti tolga il silenzio necessario per scrivere. Nei giorni del Premio non scrivo una sola riga, eppure continuo fra strette di mano, sorrisi elargiti, inciampi organizzativi, a captare il sacro nella confusione dell’evento, a scovare l’intensità di timidi gesti che sfuggono al pubblico, alla stampa, alle telecamere. Anche in quella confusione carica di adrenalina riesco a cogliere gli struggenti segreti della vita.”
La tua opera letteraria, prima e poi insieme al Premio, ha permesso a un borgo sperduto di essere conosciuto in Italia e nel mondo.
“È vero, ed è la cosa di cui vado più fiero, più di ogni bilancio o di ogni nome illustre passato da Caccuri. Vedere questo microcosmo di poco più di mille abitanti celebrato nelle ambasciate italiane di Buenos Aires e Montevideo, raccontato nelle università di mezzo mondo, immortalato dalle telecamere delle reti nazionali e nelle pagine dei più autorevoli quotidiani italiani è qualcosa che va oltre il sogno iniziale. Ma non è stato un miracolo calato dall’alto: è nato dal basso, dalla gente che si è autotassata, che ha aperto le proprie case agli scrittori, che ha accolto chi arrivava portandolo a tavola con sé. Solo dopo, come conseguenza naturale, sono arrivate le relazioni internazionali. Quando un luogo piccolo dimostra di avere una visione grande, prima o poi il mondo se ne accorge.”
Quando si scrive tanto del proprio habitat ambientandovi storie dalla grande fascinazione, non si corre il rischio di rimanerci impantanati o peggio prigionieri?
“È una domanda che mi faccio anch’io e che mi pongono in molti, ma la risposta, per ora, mi rassicura più che spaventarmi. Quando penso a un romanzo nuovo, la prima cosa che faccio è costruire la geografia reale dei luoghi: individuo la casa del protagonista, le strade, gli spazi vissuti. È rassicurante far muovere i personaggi in territori che vivono in un interstizio fra il cuore e il polmone, fra un battito e il respiro, in luoghi evocativi che mi aprono la porta del tempo, delle assenze, della trasformazione. Il rischio di rimanerci impantanato potrebbe esistere: quando i miei personaggi si allontanano da quella geografia, faccio fatica a sentirli, temo di non riuscire a rappresentarli in modo genuino. Ma non mi sento affatto prigioniero, perché il microcosmo di Caccuri nei miei romanzi finisce sempre per incontrare la grande storia, i grandi eventi universali. Ed è lì che capisco di avere uno sguardo da scrittore e di non essere uno scrittore di paese.”
In autunno esci con un nuovo romanzo..
“Sì, ed è un’emozione grande, perché arriva con una casa editrice a cui sono legato per motivi quasi simbolici: La Rocco Carabba, editrice storica. È una realtà importante, tra fine Ottocento e inizio Novecento una delle case editrici più prestigiose d’Italia, che pubblicò autori come D’Annunzio, Pirandello, Saba, Salgari, con collane curate da Papini e Soffici. Chiusa nel 1950, oggi un gruppo di intellettuali ha deciso di farla rinascere, pubblicando solo tre testi di narrativa l’anno, curati in ogni dettaglio da un’editor calabrese molto brava e scrupolosa, Angela Bubba. C’è qualcosa che mi commuove in questo incontro tra un romanzo nuovo e una storia editoriale antica riportata alla luce: mi sembra quasi di partecipare a una piccola rinascita, non solo mia.”
Come si riesce a restare originali in questa ipertrofia letteraria che, sovente, degenera in grafomania: la gente al mattino si leva e scrive libri anziché leggerli.
“È una domanda che mi tocca da vicino, perché la vivo ogni giorno. Lo stesso Premio è inondato di romanzi pubblicati, io direi stampati, a pagamento. La mia scrittura nasce da un desiderio quasi inconscio di disotterrare me stesso e tutto quello che mi circonda, non dal bisogno di occupare uno spazio editoriale. L’originalità, secondo me, non si insegue rincorrendo mode o assomigliando a modelli già affermati: si trova restando fedeli al proprio mondo interiore, alle proprie ossessioni, ai propri luoghi. In un tempo di grafomania diffusa, credo che l’unica vera differenza la faccia ancora la sincerità. Si scrive solo quando si ha davvero qualcosa da tirare fuori e si vuole condividere il proprio mondo con chi ha gli strumenti emotivi e tecnici per cogliere le sfumature di una singola parola, di una virgola. Ci vuole attenzione.”












