24 Luglio 2026
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Tre anni senza Otello Profazio, la voce libera della Calabria: “Qua si campa d’aria” diventò un inno

Il cantastorie morì a Reggio Calabria il 24 luglio 2023, all’età di 88 anni. Con 25 album, un disco d’oro e il Premio Tenco, trasformò il dialetto in uno strumento di racconto, ironia e denuncia sociale

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Tre anni dopo, la voce di Otello Profazio continua a viaggiare sulle strade della Calabria. Risuona nelle vecchie musicassette conservate dagli emigrati, nei ritornelli ripetuti durante le feste di paese, nelle parole di chi ha imparato dalle sue canzoni a ridere anche delle ferite più profonde del Sud. Profazio morì il 24 luglio 2023 al Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria. Aveva 88 anni, era nato a Rende e viveva a Pellaro, sul versante reggino dello Stretto. Soffriva da tempo di patologie cardiache ed era stato ricoverato due giorni prima.

La Calabria raccontata senza cartoline

Chiamarlo semplicemente cantante folk sarebbe riduttivo. Otello Profazio fu un cantastorie, un ricercatore della tradizione orale e un autore capace di trasformare la lingua del popolo in una forma di giornalismo musicale. Nelle sue canzoni trovavano spazio i contadini, gli emigrati, i briganti, le tasse, la fame, l’ingiustizia sociale e la distanza tra il Mezzogiorno e uno Stato spesso percepito come lontano. Ma Profazio non raccontava la Calabria con il tono della lamentazione. La osservava con ironia, sarcasmo e libertà, mostrando insieme la bellezza e le contraddizioni di una terra che conosceva profondamente. La sua non era una Calabria da cartolina. Era una regione viva, ruvida, capace di ridere di sé stessa e di denunciare i propri abbandoni. Il dialetto, nella sua voce, non diventava una barriera: era uno strumento universale con cui parlare di povertà, dignità e riscatto.

“Qua si campa d’aria”, la risata amara diventata un inno

Il titolo che più di ogni altro rimane legato al suo nome è “Qua si campa d’aria”, pubblicato nel 1974. Dietro quella frase apparentemente leggera si nascondeva una delle intuizioni più efficaci della canzone meridionalista: raccontare con una battuta feroce una terra ricca di bellezza ma povera di lavoro e opportunità. L’album superò il milione di copie e conquistò il disco d’oro, un risultato eccezionale per la musica popolare italiana. “Qua si campa d’aria” finì così per diventare molto più del titolo di un disco. Divenne una formula popolare, una battuta ripetuta nelle case e nelle piazze, ma soprattutto il simbolo di una Calabria costretta troppo spesso a vivere di promesse. Profazio riuscì a fare ciò che appartiene ai grandi cantautori: trasformare un’espressione quotidiana in un’immagine collettiva.

Da Rende allo Stretto, una voce oltre i confini

Nato nel Cosentino e legato profondamente all’area reggina, Profazio attraversò idealmente tutta la regione. Portò il canto calabrese fuori dai suoi confini, raggiungendo anche le comunità di emigrati in America, Australia e Argentina, dove le sue esibizioni diventavano occasioni per ritrovare una lingua, un ricordo e un pezzo di casa. Non si limitò a conservare le canzoni del passato. Le rielaborò, le fece dialogare con il presente e diede voce anche alla tradizione siciliana e alla poesia di Ignazio Buttitta. La televisione e la radio contribuirono a farlo conoscere al grande pubblico: le Teche Rai conservano, tra le altre, la sua partecipazione alla trasmissione musicale Tutto è pop del 1972, accanto ai protagonisti della canzone d’autore e del folk italiano. Nel 2016 arrivò il Premio Tenco alla carriera, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della canzone d’autore italiana.

Un’eredità che non deve diventare nostalgia

Ricordare Otello Profazio a tre anni dalla morte non significa soltanto celebrare un artista del passato. Significa interrogarsi sul destino della cultura popolare calabrese, sulla sua trasmissione ai più giovani e sulla capacità delle istituzioni di conservare registrazioni, testi, spettacoli e testimonianze. Profazio dimostrò che il dialetto poteva arrivare alla radio, in televisione, nei teatri e nelle case degli italiani senza perdere autenticità. Dimostrò che si poteva parlare della Calabria senza folclore di maniera, tenendo insieme comicità e denuncia, memoria e attualità.

Il 24 luglio non è soltanto l’anniversario della sua scomparsa. È il giorno in cui la Calabria torna ad ascoltare una delle sue voci più riconoscibili. Una voce libera, capace di prendere la povertà, l’emigrazione e l’abbandono e trasformarli in racconto collettivo. Perché, tre anni dopo, quella frase continua a far sorridere e pensare: “Qua si campa d’aria”.

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