Si intitola “Il dolore degli altri” l’ultimo romanzo di Rosy Demarco, un’indagine lucida e dolorosa sui meccanismi della dipendenza affettiva, sul confine sottile tra amore e annullamento di sé, tra gratitudine e manipolazione. Una storia che parte da un arresto cardiaco in un ipermercato e arriva a scandagliare le ferite d’infanzia da cui nascono i nostri modelli relazionali.
Rosy, in Il dolore degli altri racconti il meccanismo della dipendenza affettiva. Nel libro qual è il segnale che fa capire al lettore che un personaggio ha messo il proprio benessere nelle mani dell’altro?
«Il romanzo si apre con la narrazione di un fatto tragico: un uomo cade a terra colto da un arresto cardiaco all’interno di un ipermercato. La moglie assiste alla scena incapace di qualsiasi intervento assiepata tra i curiosi. Fortunatamente un giovane riesce a portare soccorso al malcapitato rianimandolo, permettendo alla coppia di avere nuovi giorni insieme. Ma proprio la comparsa del soccorritore rimescolerà le dinamiche relazionali, mettendo in evidenza un rapporto logorato già da tempo. Tra i due, infatti, si creerà un legame molto forte, quello che definisco nelle pagine del romanzo la stanza della gratitudine dove godere della sensazione inebriante che può dare avere la vita salvata e dall’altra parte salvarla, uno spazio da cui la donna è rimasta esclusa proprio a causa della sua inettitudine. L’inserimento del terzo elemento nel rapporto di coppia romperà l’equilibrio che permetteva ad un meccanismo, pur se corrotto, di girare. Da questo momento la donna si ritroverà sbalzata all’esterno della sua stessa relazione prendendo consapevolezza dei sottilissimi abusi a cui è sottoposta. Questa presa di coscienza non cambierà solo la visione della loro vita quotidiana, ma le permetterà di vedere, come stesse riavvolgendo una pellicola, che quei comportamenti abusanti hanno caratterizzato anche il loro tempo passato. Non so se descrivo un segnale vero e proprio che faccia vedere che un personaggio ha posto il proprio benessere nelle mani dell’altro. So che chi ha un problema di dipendenza affettiva affida la propria vita a qualcuno non per una questione di fiducia ma di illusa necessità, per l’esigenza che nasce da ferite che risiedono in un tempo lontano, quello in cui si formano i modelli di attaccamento che condizioneranno per sempre la nostra esistenza e la scelta dei modelli relazionali che metteremo in atto».
Il titolo è molto forte: Il dolore degli altri. Nel romanzo come si vede che la dipendenza di un personaggio ricade anche su chi gli sta intorno? Che tipo di effetto domino descrivi?
«Quello che emerge dal romanzo è un meccanismo circolare che si ripete sempre uguale a sé stesso. Ci sono una dipendente affettiva e un narcisista che mettono in atto, come fosse un copione, una modalità relazionale che si ripete sempre nello stesso modo; può cambiare l’evento scatenante, ma ciò che emerge da entrambe le parti sono dinamiche manipolative in cui uno è vittima e l’altro carnefice. In questa storia i personaggi sono solo due, occasionalmente il giovane salvatore appare, in maniera ambigua, sovvertendo ogni volta il ripetersi di un ménage che nella sua disfunzionalità continua a funzionare. Sicuramente in un contesto allargato, il tutto non può che ripercuotersi negativamente su chi sta intorno. Ad un certo punto la protagonista dice non era la prima volta che mi innamoravo del dolore degli altri. È da qui che ha origine il titolo, dalla cognizione che ciò che in un tempo era parso innamoramento era semplicemente il riconoscimento delle proprie ferite nell’altro e il conseguente instaurarsi di un legame traumatico dove si alternano dolore e sollievo, strappi e riparazione, distanza e riavvicinamento, dove l’alternanza attiva i meccanismi dopaminergici tipici delle dipendenze. Il dolore degli altri è il riflesso della nostra stessa sofferenza che, vista al di fuori, ci sembra solo meno faticosa da affrontare».
Nel libro affronti il tema dei confini che si perdono: dire sì per paura, cercare conferme, annullarsi. Secondo te qual è l’episodio del libro che spiega meglio questa dinamica a chi non l’ha mai vissuta?
«Ogni cosa che accade in questa storia è caratterizzata dalla paura che l’affermazione di sé stessi possa provocare abbandono. Un semplice “no” può essere inteso come un intollerabile rifiuto, e allora dire sì diventa merce di scambio, illudendo l’altro di essere detentore di un potere fondato sul nulla. È per questo che tutti i confini necessari per la conservazione di sé vengono azzerati, nell’illusione che la promiscuità emotiva, travestita da complicità, possa essere la chiave per il successo di una relazione. È il gioco delle parti tra vittima e il manipolatore, ognuno incarna il suo ruolo, quello che gli è necessario per rivivere situazioni dolorose in una coazione a ripetere, nella speranza di guarire dal proprio male. La protagonista nel suo raccontare le vicende che li hanno portati a scegliersi, scandaglia il suo passato e quello del partner, ritrovando nel rapporto con i propri genitori il concetto dell’amore appreso, l’imprinting relazionale acquisito dalle figure di riferimento. Ho voluto fosse chiara la sospensione di qualsiasi giudizio tra chi manipola e chi si fa manipolare, proprio perché entrambi sono persone rotte (Avevamo bisogno l’uno dell’altra. Tu della tua martire. Io del mio aguzzino). Lo stesso legame con il giovane sembrerà rovesciare i ruoli, spostando l’uomo all’interno di quella nuova relazione su un piano differente».
I personaggi per uscire da quel meccanismo usano scrittura, lettura, Jung, cinema. Queste “ancore“ culturali servono davvero a cambiare o servono all’inizio solo per sopravvivere?
«Sono stata una bambina sola. I miei genitori immigrati dal sud hanno lavorato duramente per costruirci un futuro. Mi lasciavano con mia sorella di otto anni più grande, che certo non brillava in pazienza. Ero molto piccola, andavo alla scuola materna e quando ero a casa, non avendo nessuno con cui giocare, passavo il mio tempo attaccata al giradischi ascoltando le Fiabe sonore edite dai Fratelli Fabbri e raccontate magistralmente da Silverio Pisu. Conservo ancora i volumi che ho guardato fino a consumarli. Le ho raccontate ai miei figli e oggi le racconto ai miei alunni, cercando di trasfondergli tutta la consolazione che ne ho ricevuto. Libri, lettura, cinema, tutto quello che ci fa stare bene serve. I libri per me continuano ad essere sponda e rifugio nei momenti difficili. Mi hanno salvata infinite volte e sono certa lo faranno ancora».
Chiudendo il libro, quale messaggio speri arrivi al lettore sulla dipendenza affettiva? Non la morale, ma la cosa pratica che ti piacerebbe si portasse a casa.
«Che ce la si può fare. Che esiste una via d’uscita, un altro modo di vivere, la possibilità, non senza fatica, di sterzare verso un’altra direzione. La dipendenza affettiva è una tagliola, una gabbia con lo sportello spalancato da cui non si riesce ad andarsene. Non sempre è sufficiente la forza di volontà, a volte serve farsi aiutare. Il dolore se riconosciuto e accolto può diventare un’opportunità di vita nuova. Durante una presentazione mi è stato chiesto perché per combattere la dipendenza da sostanze, alcol o gioco si fanno campagne ministeriali e non per la dipendenza affettiva. Credo semplicemente che mentre gli abusi da sostanze e la ludopatia lasciano conseguenze tangibili, la dipendenza affettiva, anche se devastante, ha effetti che non si vedono nell’immediatezza. Si tratta di lividi sottopelle, non sono in evidenza, ma sono lì e fanno male. Oggi se non altro se ne parla e ci sono terapisti preparati in grado di accompagnarci in una dimensione dove potremmo vivere senza aspettare l’elemosina della conferma degli altri. Mi piacerebbe semplicemente arrivasse il messaggio che restare soli con sé stessi può nascondere occasioni inaspettate. Sto cercando di capire anche io».













