18 Luglio 2026
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Il “carrozzone” Aterp e la riscossione cieca in Calabria: il conto dell’inefficienza rischia di essere scaricato sugli ultimi

L'esposto del Codacons alla Corte dei conti accende i riflettori sulla gestione delle case popolari: procedure avviate senza verifiche preventive su prescrizioni o errori. E mentre l'ente blinda costi fissi per 670mila euro a favore del concessionario, le richieste di pagamento spaventano anziani e famiglie fragili

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*di Francesco Di Lieto

Le case popolari dovrebbero essere il volto più concreto dello Stato sociale. Il luogo in cui le istituzioni proteggono chi non può reggere il mercato: anziani, invalidi, famiglie povere, lavoratori fragili, persone rimaste senza alternative. In Calabria, invece, attorno al patrimonio ATERP si sta consumando una vicenda amara: alloggi spesso lasciati senza la cura che meriterebbero, pratiche accumulate negli anni, crediti non sempre chiari, richieste di pagamento che arrivano oggi nelle case di chi, molte volte, non ha nemmeno gli strumenti per capire se quelle somme siano davvero dovute. Il punto non è difendere chi non paga. Il punto è impedire che il disordine amministrativo venga scaricato sugli ultimi.

Il problema diventa enorme

Il Codacons, il 17 novembre 2025, ha presentato un esposto-denuncia alla Procura regionale della Corte dei conti, segnalando criticità nella procedura di affidamento del servizio di riscossione coattiva dei crediti ATERP. Nell’esposto si evidenzia che l’operazione sarebbe stata costruita su una massa presuntiva di morosità pari a circa 80 milioni di euro, senza che risultasse una preventiva verifica puntuale della reale consistenza ed esigibilità dei singoli crediti. È qui che il problema diventa enorme. Prima di chiedere denaro a un cittadino, soprattutto se vive in una casa popolare, l’Ente deve sapere se quel credito esiste, se non è prescritto, se non è stato già pagato, se non riguarda un immobile riscattato, se non vi sono rateizzazioni in corso, errori, duplicazioni o posizioni ormai estinte. Non può essere l’anziano, l’invalido, il malato o la famiglia povera a dover ricostruire dopo anni quello che l’amministrazione avrebbe dovuto verificare prima. Nell’esposto il Codacons ha segnalato proprio l’assenza di una ricognizione preventiva idonea a distinguere i crediti effettivamente esigibili da posizioni prescritte, inesistenti, già estinte o riferite a cittadini che avrebbero acquistato l’immobile e riceverebbero comunque richieste di pagamento.

Il diritto trasformato in carrozzone

Le case popolari non possono essere il bancomat dell’inefficienza e il parcheggio della politica. Sono patrimonio pubblico, cioè patrimonio dei cittadini. Se un bene nato per garantire il diritto alla casa viene lasciato degradare, usato male o trasformato in un carrozzone, non siamo davanti a un problema gestionale: siamo davanti a una ferita sociale. Perché questa è la parte più dolorosa: una richiesta sbagliata, quando arriva a un soggetto forte, diventa contenzioso; quando arriva a una persona fragile, può diventare paura, rassegnazione, pagamento non dovuto. C’è chi paga perché non capisce. Chi paga perché non ha più le carte. Chi paga perché teme conseguenze. Chi paga perché non ha un figlio, un familiare o un avvocato che possa aiutarlo. La riscossione cieca non è amministrazione. È scarico di responsabilità. Anche la segnalazione inviata al Revisore contabile unico di ATERP va nella stessa direzione: il Codacons ha richiamato l’attenzione su procedure avviate senza preventiva verifica delle reali posizioni debitorie, con avvisi che, caso per caso, risulterebbero inesistenti, prescritti o riferiti a immobili mai goduti dai destinatari.

Ma c’è un punto ancora più amaro

Gli anni di disordine amministrativo, di manutenzioni rinviate, di patrimoni non pienamente censiti, di crediti non bonificati e di responsabilità sospese non sembrano avere impedito a molti di costruire ruoli, incarichi, relazioni e carriere attorno alla gestione della casa pubblica. Mentre gli assegnatari aspettavano risposte, il sistema continuava a produrre potere. Mentre gli alloggi invecchiavano, qualcuno cresceva. Mentre le famiglie vivevano il degrado, attorno alla casa pubblica si consolidavano posizioni. Il sospetto più amaro è che il disordine non abbia danneggiato tutti allo stesso modo. Per gli assegnatari ha significato attese, degrado, paura e richieste di pagamento. Per altri può essere stato occasione di potere, incarichi e carriere. La casa pubblica non può essere il luogo in cui i fragili aspettano e il potere avanza. La parte economica non è meno grave. Secondo l’esposto, ATERP avrebbe assunto costi fissi superiori a 670.000 euro, indipendentemente dal risultato della riscossione; inoltre, in base al capitolato, le spese di notifica ed esecuzione sarebbero comunque rimborsate al concessionario in caso di esito infruttuoso della procedura. Se tutto ciò fosse confermato, l’assenza di una bonifica preventiva dei crediti rischierebbe di produrre un cortocircuito: cittadini esposti a pretese dubbie, procedure inutili e costi certi per l’Ente anche senza recupero.

Non basta il recupero dei crediti

La Corte dei conti farà il proprio lavoro. Accerterà se vi siano responsabilità, irregolarità o danni erariali. Ma la politica e l’amministrazione hanno un dovere immediato: fermare la riscossione cieca, sospendere le posizioni contestate, verificare pratica per pratica e spiegare quali controlli siano stati effettuati prima di trasmettere le posizioni al concessionario. Non basta dire che bisogna recuperare i crediti. I crediti veri vanno recuperati. Ma il non dovuto non può essere chiesto. E il dubbio non può essere scaricato sul cittadino fragile. Le istituzioni non possono essere inflessibili con i poveri e distratte con le proprie carte. Recuperare il dovuto è giusto. Chiedere il non dovuto è inaccettabile. E quando il non dovuto viene chiesto a un anziano, a un invalido, a un malato o a una famiglia che vive con poco, non siamo più davanti a un errore contabile: siamo davanti a una ferita sociale. Le case popolari non sono il retrobottega della politica. Sono il banco di prova della civiltà di una Regione. E oggi la domanda non è se ATERP riuscirà a recuperare crediti. La domanda vera è un’altra: chi impedirà che, nel nome della riscossione, paghino ancora una volta gli ultimi?

*Vicepresidente nazionale Codacons

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