L’Europa ha adempiuto alla sua parte finanziaria, ma la macchina burocratica ed esecutiva della penisola mostra profonde crepe proprio nelle sue articolazioni locali. È questa la fotografia nitida e preoccupante scattata dall’ultimo Referto della Corte dei Conti sullo stato di attuazione dei progetti finanziati con le risorse del Pnrr e del Pnc, affidati agli enti territoriali in qualità di soggetti attuatori. Se da un lato il monitoraggio macroeconomico certifica l’efficacia dei flussi finanziari in entrata da Bruxelles, dall’altro la traduzione pratica di queste risorse in opere pubbliche concrete e concluse viaggia a ritmi drammaticamente asimmetrici, penalizzando in particolar modo le amministrazioni del Mezzogiorno e del Centro Italia.
Il paradosso dei numeri: miliardi incassati e opere incompiute
I magistrati contabili mettono in luce un divario evidente tra i traguardi formali e la realtà dei cantieri. La discrasia tra l’avanzamento procedurale dei progetti e la loro effettiva realizzazione materiale e finanziaria emerge con chiarezza dalle valutazioni contenute nella prima sezione dell’analisi della magistratura contabile.
“Da un lato l’Italia ha conseguito risultati significativi, con un trasferimento di risorse, da parte della Commissione europea, di 153,2 miliardi di euro, pari a circa il 79% della dotazione complessiva del Piano, a fronte di 366 traguardi e obiettivi su 575 considerati raggiunti. Dall’altro lato, l’avanzamento procedurale dei progetti nei territori non si traduce sempre in quello finanziario e materiale degli interventi”.
La ricognizione fissa lo stato dell’arte e fotografa una nazione spaccata in due. A fronte di 51.390 progetti ufficialmente ultimati, ne rimangono ben 70.702 ancora in corso d’opera. La nota critica risiede nel valore economico di questi ultimi, che assorbono quasi 44,9 miliardi di finanziamenti a fronte di appena 3,7 miliardi riferiti alle opere già completate. Le percentuali di ultimazione vedono in testa la Valle d’Aosta con il 65%, seguita da Lombardia al 57% e Piemonte al 55%. Al contrario, il Centro-Sud arranca vistosamente: la Campania si ferma al 38,3%, l’Emilia-Romagna al 37,6%, la Calabria al 33,9%, il Lazio al 33,1% e la Sicilia maglia nera con un esiguo 22,4% di interventi portati a termine.
L’allarme della Corte: l’ombra della scadenza del 30 giugno
Con i dati estratti dalla piattaforma Regis, i giudici contabili hanno analizzato una mole imponente di interventi, pari a 122.092 progetti complessivi che coinvolgono oltre ottomila enti locali, le Regioni e duecento aziende del Servizio sanitario nazionale, per un valore totale di investimenti che supera i 62 miliardi di euro. L’analisi sottolinea come le ingenti risorse destinate al Sud per favorire il riequilibrio territoriale (pari al 43,5% dei fondi complessivi) non corrispondano a una reale capacità di cassa. I pagamenti effettuati nel Mezzogiorno restano infatti fortemente contenuti, con la Calabria ferma al 29%, la Campania al 30,7% e la Sicilia al 32,1%, mentre il Nord mostra una maggiore fluidità con il Veneto al 54,5% e il Friuli-Venezia Giulia al 53,3%.
A preoccupare maggiormente la magistratura contabile è il fattore tempo, unito a un cortocircuito nei flussi finanziari: nonostante lo Stato abbia aumentato i trasferimenti agli enti attuatori, portandoli a oltre 15 miliardi, il divario rispetto ai pagamenti effettivi continua ad allargarsi, costringendo i territori a crescenti anticipazioni finanziarie.
“Dal punto di vista finanziario, nonostante i segnali di accelerazione nella fase finale del Piano – si evidenzia nell’analisi -, il livello complessivo dei pagamenti è inferiore alla metà del valore totale degli interventi, richiamando l’attenzione sulla concreta capacità di completamento degli investimenti entro il termine del 30 giugno 2026”.








