23 Agosto 2026
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Turismo in Calabria, il flop che non c’è: stranieri +45,6%, voli record e 474 milioni di spesa. Ma il boom resta prigioniero dell’estate

Abbiamo incrociato i dati di Banca d’Italia, Istat, Regione, Teha, Svimez, aeroporti e Google Trends. I numeri smentiscono chi racconta un collasso regionale mentre non assolvono chi governa: l’85% delle presenze si concentra nei mesi estivi ma la strada intrapresa è quella giusta

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Il modo più semplice e banale per raccontare una stagione turistica è quella di fotografare una spiaggia meno affollata, raccogliere lo sfogo di un albergatore, contare i tavoli vuoti di un ristorante e trasformare quella scena nel bilancio dell’intera Calabria. C’è poi un altro modo per raccontare la stessa storia analizzandola nel modo più faticoso: consiste nel mettere in fila arrivi, pernottamenti, durata dei soggiorni, provenienza dei turisti, spesa internazionale, traffico aeroportuale, capacità ricettiva e interesse online. E nel confrontare ogni dato con lo stesso periodo dell’anno precedente, senza scegliere l’anno-base più conveniente. Calabria7 ha seguito questa seconda strada.

Il risultato non autorizza né i titoli sull’“estate da incubo” né i comunicati trionfalistici. Racconta una verità più complessa: il turismo calabrese sta crescendo, soprattutto grazie alla componente straniera, ma continua a essere concentrato in poche mesi, in pochi chilometri di costa e in una parte limitata dell’offerta ricettiva.

L’estate da incubo che non compare nei numeri

Secondo l’anteprima dello studio realizzato da TEHA Group sui dati Istat, nel 2025 la Calabria avrebbe raggiunto circa 2,1 milioni di arrivi turistici. Nel 2019, ultimo anno completo prima della pandemia, erano circa 1,9 milioni. Sulla base dei valori arrotondati pubblicati, l’incremento è dunque vicino al 10,5%. Non una rivoluzione, ma certamente neppure un collasso. Il dato più utilizzato dalla comunicazione istituzionale è però un altro: +75,2% di arrivi tra il 2021 e il 2025, da 1,2 a 2,1 milioni. Il calcolo matematico è corretto. Il problema è l’anno da cui parte.

Il 2021 era ancora dentro lo shock del Covid, con restrizioni, incertezza sanitaria e mobilità internazionale fortemente ridotta. Presentare il rimbalzo dal punto più basso come se fosse crescita ordinaria significa scegliere una base statisticamente favorevole. Il confronto più severo è quello con il 2019. E anche questo confronto dice che la Calabria è cresciuta, ma di circa il 10,5%, non del 75,2%. È la prima regola di questa inchiesta: un numero può essere vero e, contemporaneamente, raccontare una storia fuorviante.

Più turisti, ma soggiorni sempre più brevi

Gli arrivi non sono però le presenze. Gli arrivi contano le persone che effettuano il check-in. Le presenze contano le notti trascorse nelle strutture ricettive. Un turista che rimane una notte produce un arrivo e una presenza. Un turista che rimane sette notti produce sempre un arrivo, ma sette presenze. Ed è qui che emerge una delle debolezze strutturali del turismo calabrese.

Secondo il rapporto sull’economia regionale della Banca d’Italia, tra il 2014 e il 2024 gli arrivi in Calabria sono aumentati di circa un quarto. Le presenze, invece, sono cresciute soltanto del 4,9%. La permanenza media è scesa da 5,5 notti nel 2014 a 4,7 nel 2024. In Italia, nello stesso anno, la media era di circa 3,3 notti. La Calabria continua quindi ad avere soggiorni più lunghi della media nazionale, ma sta perdendo progressivamente questa caratteristica. Per le imprese non è un dettaglio. Più clienti che restano meno giorni significano più check-in, più pulizie, maggiore rotazione delle camere e più costi operativi, senza un aumento proporzionale dei pernottamenti e degli incassi. È una delle possibili spiegazioni del paradosso dell’estate 2026: i numeri regionali possono crescere mentre un singolo hotel registra ricavi inferiori alle attese.

Il 2024 non era ancora tornato ai livelli precedenti al Covid

Un’altra cautela riguarda il recupero delle presenze. Nel 2024 la Calabria aveva superato gli 8 milioni di pernottamenti, ma risultava ancora sotto del 14,4% rispetto al 2019. Nello stesso decennio, le presenze erano aumentate del 22,1% nel Mezzogiorno e del 23,4% in Italia, contro appena il 4,9% calabrese. Il 2025 ha cambiato la traiettoria. Banca d’Italia riferisce che le presenze sono cresciute “sensibilmente”, soprattutto grazie agli stranieri, e che il divario rispetto al 2019 si è più che dimezzato. Per sapere se la Calabria abbia recuperato integralmente le notti perdute rispetto al periodo precedente alla pandemia bisognerà attendere la serie Istat consolidata. Il dato di 2,1 milioni riguarda infatti gli arrivi, non i pernottamenti. Il verdetto corretto è quindi questo: il 2025 segna una forte ripresa, ma il pieno recupero delle presenze non può ancora essere dato per scontato.

La vera svolta è straniera

Il dato che modifica realmente il mercato calabrese è quello internazionale. Gli arrivi stranieri sarebbero passati da 226mila nel 2022 a 308.200 nel 2023, per salire a 331.400 nel 2024 e raggiungere 482.400 nel 2025. L’ultimo aumento è del 45,6% in un solo anno, il secondo risultato regionale più alto d’Italia dopo quello della Puglia. Nel 2024 la componente straniera rappresentava appena il 19,7% delle presenze calabresi, contro il 41,5% del Mezzogiorno e il 54,5% nazionale. Nel 2025 la quota sarebbe salita al 23,7%. La Calabria resta dunque molto più dipendente dal mercato italiano rispetto alle altre destinazioni, ma il divario comincia a restringersi.

I dati pubblicati dall’Osservatorio turistico della Regione Calabria consentono di entrare nel dettaglio dei primi sette mesi del 2025: 239.828 arrivi stranieri e 1.090.034 presenze estere, su un totale di 1.024.196 arrivi e 4.347.992 pernottamenti. Rifacendo i calcoli, gli stranieri rappresentano il 23,4% degli arrivi e il 25,1% delle notti del periodo. La permanenza media della clientela internazionale è di circa 4,5 notti, contro 4,2 per quella italiana.

Il principale mercato è la Germania, che tra gennaio e luglio genera 273.814 presenze, un quarto di tutte le notti straniere, con una permanenza media di 5,8 giorni. Seguono Polonia, Repubblica Ceca, Svizzera, Regno Unito, Austria, Francia, Stati Uniti e Canada. Il salto internazionale può avere anche un secondo effetto positivo. Nel 2024 soltanto il 39,5% delle presenze straniere si concentrava in luglio e agosto, contro il 63,5% di quelle italiane. Aumentare la clientela estera significa quindi non soltanto attrarre più persone, ma avere qualche possibilità in più di allungare la stagione.

Il brand Calabria cresce online

L’anteprima TEHA riporta che l’indice Google Trends relativo al termine “Calabria” sarebbe passato da 64 nel 2025 a 68 nel 2026, con un aumento del 6,2%. È un segnale interessante, coerente con la crescita degli stranieri e del traffico internazionale. Ma deve essere chiamato con il suo nome: interesse relativo, non numero assoluto di ricerche. Come spiega la metodologia di Google Trends, i dati vengono normalizzati rispetto al totale delle ricerche effettuate in una determinata area e in un determinato periodo, per poi essere rappresentati su una scala da zero a cento. Un indice pari a 68 non significa quindi 68mila o 68 milioni di ricerche. Due territori con lo stesso indice possono avere volumi assoluti molto differenti.

C’è poi un secondo problema. Cercare la parola “Calabria” non equivale automaticamente a voler prenotare una vacanza. La ricerca può essere generata da notizie, politica, incendi, calcio, cronaca, meteo o semplice curiosità. Per misurare realmente il brand turistico bisognerebbe analizzare nel tempo un paniere stabile di parole: “vacanze Calabria”, “hotel Calabria”, “Tropea”, “Capo Vaticano”, “Scilla”, “Sila”, “Soverato”. E confrontarlo con destinazioni concorrenti, mantenendo invariati Paesi di origine, periodi, categorie e tipologia di ricerca. Dire che “le ricerche della Calabria sono aumentate del 6,2%” è quindi troppo forte. È corretto affermare che la popolarità relativa del termine Calabria è salita da 64 a 68 nel perimetro utilizzato da TEHA.

Gli stranieri spendono 474 milioni: quasi il doppio del 2024

Secondo l’elaborazione TEHA sui dati Banca d’Italia, nel 2025 i viaggiatori stranieri avrebbero speso in Calabria 474 milioni di euro, con un incremento del 91,3% rispetto al 2024. La spesa media per viaggiatore sarebbe salita a 1.114,60 euro, la più alta tra le regioni meridionali nella comparazione presentata.

Il dato è coerente con l’aumento degli arrivi internazionali e con la maggiore durata media dei soggiorni stranieri. Ma non deve essere confuso con il fatturato degli alberghi. La spesa turistica comprende trasporti, ristorazione, acquisti, servizi e altre voci. Inoltre deriva dall’indagine campionaria di Banca d’Italia sul turismo internazionale. Non è quindi il registratore di cassa di tutte le attività calabresi. Nel 2024, sempre secondo Banca d’Italia, la spesa turistica complessiva rappresentava l’11,5% dei consumi interni regionali, sopra il 10,2% italiano. Il saldo tra la spesa dei non residenti in Calabria e quella dei calabresi fuori regione e all’estero era positivo per il 7,4% del Pil, uno dei valori più alti del Paese. Il turismo, insomma, non è una voce marginale dell’economia calabrese. Ma la crescita della spesa complessiva non garantisce che il valore raggiunga nello stesso modo alberghi, campeggi, appartamenti, ristoranti e stabilimenti balneari.

Gli aeroporti superano 4,37 milioni di passeggeri

Il segnale più fisico del cambiamento arriva dagli aeroporti. Nel 2024 i tre scali calabresi avevano movimentato complessivamente 3.607.923 passeggeri: 2.712.649 a Lamezia Terme, 622.119 a Reggio Calabria e 273.155 a Crotone. Nel 2025 il sistema raggiunge 4.379.824 passeggeri, con una crescita di circa il 21,4%. Lamezia sale a 3.049.594 passeggeri, con un incremento del 12,4%. Reggio Calabria arriva a 977.984, crescendo del 56,7%. Crotone raggiunge quota 340.286, con un aumento del 24,5%. I valori sono riportati nei documenti di SACAL e Assaeroporti.

Anche il 2026 continua nella stessa direzione. Tra gennaio e luglio i tre aeroporti avrebbero raggiunto 2.735.377 passeggeri, il 10% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel solo mese di luglio l’incremento complessivo sarebbe stato del 16,3%, con un +33,8% della componente internazionale. Naturalmente un passeggero non equivale automaticamente a un turista. Nel conteggio entrano residenti, lavoratori, partenze, ritorni e viaggi d’affari. Ma un aumento superiore al 20% in un anno rende poco credibile la rappresentazione di una Calabria improvvisamente isolata e svuotata. I voli possono essere contemporaneamente causa e conseguenza dell’attrattività: più collegamenti producono domanda, ma una domanda crescente rende sostenibili più collegamenti.

Il boom non è dappertutto: nove comuni si prendono quasi un terzo delle notti

La geografia turistica impedisce di parlare di una sola estate calabrese. Nel 2024 oltre il 90% delle presenze era registrato nei comuni marittimi. Quasi il 60% si concentrava sulla costa tirrenica e circa il 30% dell’intero turismo regionale in appena nove comuni della Costa degli Dei: Briatico, Joppolo, Nicotera, Parghelia, Pizzo, Ricadi, Tropea, Vibo Valentia e Zambrone. Quei nove comuni rappresentano soltanto l’1,3% della superficie e il 3,5% della popolazione regionale. Il litorale ionico raccoglieva circa il 35% delle presenze, per metà concentrate nell’area cosentina. La provincia di Reggio Calabria presentava invece la densità turistica più bassa, con una presenza per abitante contro una media regionale di 4,4, e un calo del 34,6% rispetto al 2019.  La domanda corretta non è soltanto “quanti turisti sono arrivati?”, ma dove, quando, per quante notti e in quale tipo di struttura hanno soggiornato.

L’85% delle presenze concentrato in quattro mesi

La seconda grande debolezza riguarda il calendario. L’85% dei pernottamenti si concentra tra giugno e settembre. Il 58,8% cade nei soli mesi di luglio e agosto. Banca d’Italia calcola per la Calabria un indice di stagionalità pari a 130, contro 85,2 nel Mezzogiorno e 59 in Italia. TEHA segnala un miglioramento tra il 2021 e il 2025, ma precisa che Calabria e Sardegna rimangono le due regioni con l’indice più elevato.

La regione dispone di circa 10,8 posti letto ogni cento abitanti, contro 9,3 in Italia. Ma il tasso lordo di utilizzo dei posti letto alberghieri è appena del 17,6%, la metà del 35,6% nazionale. Il tasso netto, calcolato sui soli giorni di effettiva apertura, arriva al 43,2%, contro il 55,2% italiano. Nei mesi invernali i posti letto disponibili sul mercato risultano inferiori di oltre l’80% rispetto a luglio e agosto. La Calabria non ha quindi soltanto bisogno di più turisti. Ha bisogno di trasformare la capacità ricettiva esistente in una stagione più lunga, portando domanda a maggio, giugno, settembre e ottobre.

Perché un albergo può perdere mentre la regione cresce

C’è poi il conflitto tra i dati aggregati e la percezione degli operatori. Un albergo può avere meno clienti perché una parte della domanda si è trasferita verso B&B, case vacanza e affitti brevi. Nel 2024 la Calabria contava 851 alberghi, oltre 3.200 strutture extra-alberghiere e quasi 200mila posti letto. Dal 2014 i posti letto negli affitti imprenditoriali sono passati dal 2,2% all’8% dell’offerta. Quelli dei B&B dallo 0,8% al 5%.

Una parte del “vuoto” percepito negli alberghi potrebbe dunque essere crescita in un’altra tipologia di ospitalità. A questo si aggiungono seconde case e offerta non registrata. In Calabria esistono circa 1,4 milioni di abitazioni e oltre il 40% risulta non occupato da residenti. Gli alloggi privati non imprenditoriali registrati nel 2025 erano però poco più di 7.300: 12,5 ogni mille abitazioni non occupate, contro 52 in Italia.

Questo divario non dimostra automaticamente l’esistenza di evasione o abusivismo. Segnala però un’area vasta che le statistiche ufficiali sulle strutture ricettive riescono a descrivere soltanto in parte. Un lido può inoltre vedere meno persone perché la domanda è cresciuta fuori dal suo tratto di costa, fuori dalla sua settimana, tra gli stranieri o tra clienti che soggiornano in appartamento e consumano meno servizi. Il bilancio di quell’impresa può essere autenticamente negativo. Ma non può diventare automaticamente il bilancio della Calabria.

Svimez: il disagio può dipendere dalle strozzature, non dai grandi numeri

Un recente studio di SVIMEZ sull’overtourism nel Mezzogiorno affronta proprio il conflitto tra percezione e misurazione. Anche considerando una stima dei pernottamenti non registrati, l’intensità turistica del Sud rimane ampiamente inferiore a quella del Centro-Nord e della media europea. La sensazione di sovraffollamento può derivare da strozzature infrastrutturali, trasporti insufficienti, servizi pubblici fragili e concentrazione dei flussi, non necessariamente da un eccesso strutturale di turisti.

La Calabria è un caso quasi scolastico. Ha un’intensità media di 4,4 presenze per residente, circa la metà del dato italiano. Ma in luglio e agosto raggiunge valori vicini alla media nazionale e concentra quasi un terzo delle notti in nove comuni della Costa degli Dei. Non sono “troppi turisti” in assoluto. Sono troppi turisti negli stessi giorni e negli stessi luoghi, mentre gran parte della regione resta esclusa dai flussi.

Il 2026, fino a oggi, non mostra un crollo

Al 21 agosto la stagione non è conclusa e i dati definitivi non esistono. Le indicazioni disponibili vanno però nella stessa direzione. L’anteprima TEHA, utilizzando dati del Ministero dell’Interno, segnala nel primo semestre un aumento del 10,5% delle registrazioni complessive e del 23,2% della componente straniera, contro incrementi nazionali rispettivamente del 4,4% e del 6,5%.

La terminologia utilizzata nelle slide — registrazioni, arrivi e presenze — non è sempre perfettamente uniforme. Per prudenza, questi valori non devono essere sommati o fusi con la serie Istat. Il Ministero del Turismo, sulla base di Alloggiati Web, indica inoltre nei piccoli comuni calabresi una crescita del 12,1% delle presenze nel primo semestre.

A livello nazionale, luglio avrebbe chiuso con un aumento del 4,4% delle presenze e del 4,5% degli arrivi. L’extra-alberghiero sarebbe cresciuto più dell’alberghiero: 6,7% contro 2,5%. Anche questo aiuta a spiegare perché la sensazione di un singolo hotel possa non coincidere con la dinamica complessiva del mercato.

La sentenza dei numeri: niente disastro, ma il lavoro è ancora a metà

Quattro famiglie di dati indipendenti convergono: ospiti registrati, turismo straniero, spesa internazionale e traffico aeroportuale. Non esiste, la prova di un collasso regionale del turismo calabrese nel 2025 o nella prima metà del 2026. Anche l’interesse relativo su Google è in aumento. I numeri non smentiscono però le difficoltà di singoli territori e imprese. E soprattutto non dimostrano tre cose: la redditività degli operatori, la distribuzione uniforme della crescita e l’effetto netto delle politiche pubbliche.

Le “cassandre” che trasformano una spiaggia meno piena nel funerale del turismo regionale ignorano i dati. Ma la propaganda che attribuisce automaticamente al governo regionale tutto il valore prodotto dai turisti commette l’errore opposto. Il titolo più onesto dell’estate calabrese è un altro. La Calabria non è vuota. È una destinazione che ha accelerato, soprattutto sui mercati internazionali, ma adesso è attesa dalla sfida più ardua: trasformare la propria capacità ricettiva in una stagione lunga, diffusa e redditizia.

La vera prova, dunque, non sarà contare gli ombrelloni occupati nella settimana di Ferragosto o celebrare l’ennesimo record aeroportuale. Sarà vedere alberghi aperti a ottobre, borghi e aree interne dentro i circuiti internazionali, soggiorni più lunghi, collegamenti efficienti e imprese realmente più redditizie. Il flop non c’è ma non c’è ancora neppure il miracolo. C’è una Calabria che ha finalmente imboccato la strada giusta e adesso deve dimostrare di saper andare oltre l’estate per trasformare in sviluppo questi numeri.

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