Prosegue l’inchiesta della Procura della Repubblica di Vibo Valentia sui presunti illeciti legati ai crediti d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno. Nella giornata di oggi i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di una misura cautelare interdittiva, emessa dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, nei confronti di una società riconducibile all’imprenditore e commercialista Domenico Fraone, 55 anni, ex consigliere provinciale di Vibo Valentia e residente a Filadelfia. Secondo l’ipotesi accusatoria, la società sarebbe coinvolta nell’illecito amministrativo dipendente dal reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche mediante l’utilizzo di crediti d’imposta ritenuti inesistenti.
Il nuovo provvedimento dopo il maxi sequestro
La misura eseguita oggi rappresenta un ulteriore sviluppo dell’indagine che, il 2 luglio scorso, aveva portato al sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni per complessivi 8.519.513,89 euro nei confronti di Fraone e delle società da lui amministrate. L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Vibo Valentia e sviluppata dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria con il supporto del Gruppo della Guardia di Finanza, ruota attorno alla presunta indebita fruizione del Credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, l’agevolazione fiscale destinata alle imprese che realizzano nuovi investimenti produttivi nelle regioni meridionali. Secondo gli investigatori, l’imprenditore avrebbe operato attraverso la ditta individuale e due altre società a lui riconducibili attestando falsamente la realizzazione di ingenti investimenti per ottenere crediti d’imposta milionari, successivamente utilizzati anche in compensazione di debiti tributari.
Le contestazioni della Procura
Le indagini, condotte attraverso acquisizioni documentali, verifiche fiscali, sopralluoghi e riscontri presso gli enti competenti, avrebbero consentito di accertare che molti degli investimenti dichiarati risultavano inesistenti oppure non ammissibili ai benefici previsti dalla normativa. Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, gli investimenti sarebbero stati riferiti a strutture ricettive in stato di abbandono, prive dei necessari titoli autorizzativi o comunque sprovviste dei requisiti richiesti per accedere all’agevolazione fiscale. L’ipotesi accusatoria contesta a Fraone i reati di indebita percezione di erogazioni pubbliche e indebita compensazione di crediti d’imposta, mentre nei confronti delle società viene contestata la responsabilità amministrativa degli enti prevista dal Decreto legislativo 231 del 2001.
La finalità della misura interdittiva
Il provvedimento eseguito oggi non ha natura patrimoniale ma preventiva. L’obiettivo, spiegano le Fiamme Gialle, è impedire che la società possa continuare a essere utilizzata per conseguire indebiti vantaggi fiscali, prevenendo così il rischio di reiterazione delle condotte contestate e tutelando le risorse pubbliche, il corretto funzionamento del sistema tributario e la concorrenza tra le imprese.
La precedente condanna
Domenico Fraone è stato inoltre condannato in primo grado il 16 luglio 2025 a sette anni e sei mesi di reclusione in un diverso procedimento per usura ed estorsione finalizzata alla turbativa d’asta. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva chiesto una condanna a dodici anni e sei mesi, ma il Tribunale di Vibo Valentia ha escluso sia l’aggravante mafiosa, contestata in relazione all’agevolazione del clan La Rosa di Tropea, sia quella relativa al tentativo di estorsione.
La presunzione di innocenza
L’attuale procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate nei confronti dell’indagato e delle società coinvolte dovranno essere accertate e potranno trovare conferma soltanto con una eventuale sentenza definitiva, nel pieno rispetto del principio del contraddittorio e della presunzione di non colpevolezza prevista dall’ordinamento.











