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23 Giugno 2026
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Da società di famiglia a cassaforte della ‘ndrina, l’autonoleggio di Lamezia sotto il controllo occulto del clan Iannazzo

Dalle carte dell’inchiesta della Dda di Catanzaro emerge il sistema di controllo mafioso del territorio. Intercettazioni, rendiconti e comandi dal carcere svelano il ruolo di Francesco e Pierdomenico Iannazzo

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Dietro la vetrina di un regolare autonoleggio, un sistema rodato di controllo mafioso, di gestione occulta e di distribuzione dei profitti tra i vertici del clan. È quanto emerge da una lunga e articolata attività investigativa della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, che ha portato il gip distrettuale Sara Melini a disporre 8 misure cautelari, di cui sei in carcere e due ai domiciliari (LEGGI) e che ha fatto luce sulla trasformazione sospetta della società “R & P S.r.l.s.”, poi diventata “Unirei S.r.l.”, con sede operativa a Lamezia Terme, in un’impresa funzionale agli interessi economici della cosca Iannazzo.
Un mosaico inquietante, incastrato pezzo dopo pezzo grazie a intercettazioni ambientalicolloqui carcerari e rendiconti contabili che documentano in modo puntuale la gestione di fatto da parte di Francesco Iannazzo, boss mafioso detenuto, e successivamente del figlio Pierdomenico, anch’egli coinvolto in operazioni riconducibili all’associazione mafiosa.

La metamorfosi della società: da vendita all’ingrosso ad autonoleggio

La R & P S.r.l.s. nasce nel settembre 2017 come società di vendita all’ingrosso, ma nel marzo 2019 si converte in impresa di autonoleggio. Il 3 settembre dello stesso anno, il catanzarese Giuseppe Ruffo ne diventa socio unico, mentre il 26 aprile 2022 la società cambia denominazione in Unirei S.r.l., aumenta il capitale sociale e amplia l’oggetto dell’attività, includendo autofficina, agenzia pubblicitaria, vendita mezzi e imbarcazioni. Dietro queste modifiche si celerebbe però una regia occulta: Francesco Iannazzodetenuto per reati di mafia, che avrebbe diretto l’impresa in modo sotterraneo, beneficiando dei ricavi attraverso la mediazione della moglie Giovannina Rizzo e dei parenti formalmente al vertice della società.

Il controllo occulto: intercettazioni e direttive

Numerose intercettazioni telefoniche e ambientali dimostrano come Francesco Iannazzo, pur non ricoprendo alcuna carica ufficiale, impartisse ordini relativi alla gestione dell’impresa, dalla compravendita di veicoli fino al recupero crediti. In una telefonata, lo si sente coordinare un trasporto di auto da Torino, incaricando direttamente il trasportatore e indicando di passare tramite “mio nipote”, ossia Giuseppe Ruffo. In altre conversazioni, richiede preventivi da girare ai clienti, dispone intestazioni fittizie per coprire le operazioni e interviene sulla gestione contabile per garantire, testualmente, che si possano “recuperare soldi” per affrontare le spese legali del figlio Pierdomenico, all’epoca detenuto per l’operazione “Imponimento”.

Rendiconti mensili e spartizione dei profitti

A confermare il controllo del clan, anche le modalità di rendicontazione dei profitti: mensile, con divisione al 50% tra i gestori formali (Ruffo e Debora Iannazzo) e i titolari occulti (Francesco e Pierdomenico Iannazzo). Le conversazioni rivelano come Debora e Giuseppe si recassero regolarmente da Giovannina Rizzo per consegnare denaro contante, frutto delle attività della società. Una delle intercettazioni più emblematiche è quella in cui Rizzo si confonde, credendo che una somma ricevuta fosse la sua “paga”, mentre Ruffo la corregge: “gliel’ho donati io, è la stessa cosa”.

Le decisioni passavano dal carcere

Anche dopo l’arresto di Francesco Iannazzo, la sua direzione continuava dal carcere, grazie a messaggi recapitati dal nipote Francesco Iannazzo junior, incaricato di veicolare le richieste di Ruffo. In un colloquio carcerario, il giovane chiede il consenso per vendere una Fiat Punto bianca, così come precedentemente “istruito” da Ruffo: «Dille che è tua, così glielo dici come se fosse una tua iniziativa». La risposta del boss? Autorizzata la vendita a 4.000 euro.

Pierdomenico, il vicario del clan

Scarcerato nel gennaio 2021, Pierdomenico Iannazzo assunse il ruolo prima ricoperto dal padre, sovraordinato ai titolari formali. Dalle intercettazioni emerge un suo coinvolgimento pieno e diretto nella gestione: dà istruzioni su quali auto acquistare, controlla documenti contabiligestisce i fornitori e partecipa alla ripartizione dei guadagni. In una conversazione, esamina insieme a Ruffo lo stato delle vetture, suggerisce di acquistare nuovi veicoli da un concessionario e critica la qualità delle auto in uso, ritenute “troppo vecchie” da alcuni clienti.

Una società al servizio della ‘ndrina

Secondo l’informativa della Dda, la R & P/Unirei S.r.l. era una società integralmente assoggettata al controllo mafioso della cosca Iannazzo, finalizzata a garantire entrate alla famigliasostenere i detenuti e presidiare un segmento del mercato locale con metodi di interposizione fittizia e gestione simulata. L’intera architettura societaria serviva a schermare la presenza del clan, rendendo formalmente ineccepibile l’impresa ma di fatto diretta e controllatada presunte persone socialmente pericolose.  Per la Dda il caso della Unirei S.r.l. rappresenta un esempio emblematico di come le cosche calabresi siano in grado di infiltrarsi nel tessuto economico legaleoccultare il proprio ruolo dietro prestanome e continuare a operare anche dal carcere

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