La notizia della morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo e Carlo Cosco, sarebbe arrivata alla famiglia paterna soltanto attraverso i giornali e i siti internet. A raccontarlo è Domenico Cosco, nonno della giovane e padre di Carlo Cosco, intervistato da Klaus Davi.
“Ho saputo dai giornali che Denise si era suicidata”
Il primo passaggio riguarda proprio i giorni successivi alla morte della nipote. “Ho saputo dai giornali che Denise si era suicidata. Non sono stato avvertito, lo abbiamo visto dai siti on line, il giorno dieci settembre. Non eravamo al corrente che fosse stata in coma per cinque giorni e poi fosse morta”. Domenico Cosco ricostruisce poi quello che, a suo dire, sarebbe stato uno dei nodi più profondi nella vita di Denise: il cambio di identità legato al programma di protezione.
“Non voleva più chiamarsi Chiara Rossi”
“Quello che posso dire io è che questa ragazza è stata sotto protezione e le hanno cambiato il nome: la rovina sua è stata questa. Lei non aveva il suo nome, le avevano dato Chiara Rossi. Gli inquirenti ce l’avevano con lei perché voleva stare col padre. È andata a trovare il padre ed è riuscita ad andare a trovarlo anche con il bambino, glielo ha fatto vedere. Denise sapeva che quello che ha fatto il padre l’ha fatto per lei, per salvare lei. Perché il padre non voleva che lei andasse dietro a sua madre. Quando ha cominciato a crescere si è convinta e ha detto “io non voglio stare più nella protezione” e continuava a dire “io voglio il mio cognome”. Per fare questo, per riappropriarsi della propria identità, aveva incaricato un legale romano (che non era l’avvocato Enza Rando, ndr)”.
Le lettere e gli incontri con il padre in carcere
Uno dei punti centrali del racconto è il rapporto tra Denise e il padre Carlo Cosco, condannato per l’omicidio di Lea Garofalo. Secondo il nonno, tra i due si sarebbe instaurato negli anni un legame molto forte. “Tra loro esisteva una fitta corrispondenza. Lei ha scritto tante lettere a suo papà, è stata lei a volerlo conoscere e a dire che voleva stare con lui. Suo padre l’ha cercato lei, si sono trovati nel periodo in cui lei è uscita dalla Comunità. Le assegnavano città sempre diverse… L’hanno mandata perfino a Torino, una città ‘scabrosa’, fatta per ragazzi scabrosi… Poi si è trovata a Roma e non lo so come”.
A prendere l’iniziativa, sostiene Domenico Cosco, sarebbe stata la stessa Denise. “Fu Denise a prendere la decisione di ricontattare il padre. Fu lei a decidere di cercarlo perché voleva stare con lui. E quando Carlo venne a conoscenza di questo fatto la cercò a sua volta. Quando si incontrarono la prima volta non dissero nulla ma si abbracciarono e piansero a dirotto, mi disse Denise. Fu uno sfogo, un modo per ritrovarsi. Denise voleva bene a suo padre, non aveva nessuno, si è sentita appoggiata”.
Le difficoltà e le “frequentazioni sbagliate”
Il racconto del nonno si sposta poi sugli anni più difficili vissuti dalla giovane durante il percorso di protezione. “I problemi di Denise iniziarono a causa di frequentazioni sbagliate. Il servizio di protezione le assegnava città o luoghi dove secondo me non era tanto conosciuta. In una di queste località Denise ha trovato una comitiva e ha iniziato ad assumere droghe. Una ragazza sola, sbandata. Addirittura l’hanno mandata a Torino, una città inadatta per Denise e per i problemi che aveva”.
In una comunità terapeutica Denise avrebbe poi conosciuto l’uomo con cui avrebbe costruito una famiglia. “Il suo compagno lo incontrò in una comunità terapeutica. Si sono messi insieme e hanno fatto un figlio. Ripeto: voleva riappropriarsi della propria identità, era sotto cura ma non si curava più, non assumeva più i medicinali. Non voleva più chiamarsi Chiara Rossi, il nome di copertura che le aveva assegnato il servizio di protezione”.
Sul rapporto tra i due, Domenico Cosco esclude che Denise gli avesse mai raccontato particolari problemi. “Non c’erano problemi, andavano d’accordo. Erano due tipi particolari ma andavano d’accordo, stavano bene insieme. Litigi ci sono in tutte le coppie, ma con noi Denise non si era mai lamentata”.
Il rapporto con il nonno e il ritorno in Calabria
Domenico Cosco descrive il rapporto con la nipote come molto stretto. Racconta delle visite, dei viaggi e di un periodo trascorso da Denise in Calabria. “Avevamo un buonissimo rapporto, è stata qui a casa mia due anni fa. È venuta, mi chiamò lei: “Nonno voglio venire da te”. Io andai a prenderla. Sono stato da lei cinque volte, da Pagliarelle fino ad Ariccia saranno 600 km, a 82 sono andato con la macchina carica di roba, non le facevo mancare nulla. Quando ebbe il bambino le diedi 1.000 euro”.
L’ultimo contatto telefonico, racconta, sarebbe avvenuto appena poche settimane prima della tragedia. “L’ultima telefonata con Denise risale ad agosto, circa un mese prima di suicidarsi. Trovai la chiamata, la richiamai, lei non mi rispose. Poi m’ha chiamato e mi ha detto che non poteva rispondere perché era occupata. Nessun problema. Io allora le ho detto che alla fine di settembre sarei andato da lei per portarle i vestiti del bambino. Invece nel frattempo, in questi 10/20 giorni, è successo tutto questo…”.
Il nonno ricorda anche di averla incontrata quando Lea Garofalo era ancora in vita. “Andai a trovarla anche quando era con la mamma. Andai a Bergamo una volta in macchina, ero riuscito ad andarci, e c’era anche Lea”.

“Voleva essere libera e stare con noi”
Secondo Domenico Cosco, negli ultimi anni Denise avrebbe manifestato più volte il desiderio di riavvicinarsi alla famiglia paterna. “Lei voleva essere libera, e per essere livera voleva stare con noi. Specialmente quando poi lei mi ha cercato, io le chiesi se avesse avuto piacere se fossi andato a trovarla e lei mi rispose: “Nonno vieni, se vieni fai una cosa bella””.
Un riavvicinamento che il nonno collega anche a una vacanza trascorsa dalla giovane in Calabria due anni prima. “È stata da noi per 15 giorni a passare le vacanze due anni fa. Sembrava rinata. Non abbiamo avuto nessun sentore. Puliva la casa, chiacchierava, era serena… Io quando la vedevo non le chiedevo nulla di lei, era bella tranquilla. È stata qui 15 giorni, ha fatto tutto lei, puliva tutto, ordinata che non vi dico. Stava con me, con tutte le nipoti, lei stava con tutti. È venuta qui a salutare i suoi. Io l’ho portata con la macchina e l’ho lasciata lì a salutare chi voleva. Le ho detto: fai quello che vuoi. Pensava di essere respinta ma non è andata affatto cosi”.
Il funerale: “Una crudeltà inutile, gratuita”
Tra i passaggi più duri dell’intervista c’è quello relativo al funerale di Denise. Domenico Cosco sostiene che la famiglia paterna si sarebbe recata ad Ariccia senza però riuscire a partecipare alle esequie. “Noi eravamo là quel giorno. Però siamo andati la mattina, avevamo individuato il cimitero, siamo andati ma non c’era nessuno. Poi abbiamo avvistato una chiesa là vicino al cimitero, pensammo che forse lo facevano lì, invece niente: nella chiesa abbiamo visto tante suore, tante cose, c’era un movimento però senza funerale. La famiglia del compagno di Denise ci ha detto che non volevano che partecipassimo al funerale. Una crudeltà inutile, gratuita”.
“Mio figlio ha sbagliato ad uccidere Lea”
L’intervista tocca inevitabilmente anche l’omicidio di Lea Garofalo. Sul comportamento del figlio Carlo, Domenico Cosco pronuncia parole nette. “Ha sbagliato, cosa vuole che le dica. Carlo aveva paura che la figlia prendesse una strada sbagliata, come Lea, che faceva la barbona, dormiva di qua e di là. Certo, lei è stata abbandonata. E il motivo è comunque sbagliato. Se avessi saputo sarei intervenuto. Ma noi non sapevamo tutto. Abbiamo scoperto tutto a cose fatte”.
Il padre di Carlo Cosco ricorda inoltre un episodio precedente, avvenuto durante un colloquio in carcere con Lea. “Quando mio figlio era in carcere una volta eravamo andati a fargli visita con Lea, che quella volta si mise a gridare che Carlo l’aveva lasciata senza soldi. Carlo rispose che i soldi li aveva lasciati ma si trovava in carcere da tanto tempo e si trovava in difficoltà economiche. Quelle parole fecero male a mio figlio e si scagliò contro la moglie perché non voleva che dicesse queste cose. Io e altri due miei figli lo trattenemmo. Gli inquirenti sostennero che fummo tutti noi ad aggredirla, ci fu un processo, ma non andò affatto così, lo dimostrano le telecamere e le guardie che erano presenti. C’era pure Denise che assistette all’episodio”.
“Non siamo criminali, siamo lavoratori”
Infine Domenico Cosco respinge l’accostamento dell’intera famiglia alla criminalità organizzata. “Non siamo criminali, siamo lavoratori. Noi ‘Ndranghetisti? Assolutamente no. Semmai da parte della madre dei Garofalo. La faida è partita da loro, dalla parte di là. Io sono una persona pulita, siamo tutti lavoratori. I nostri figli non sono mai cresciuti in un ambiente criminale. Alcuni di noi possono avere commesso reati ma si trattava di reati comuni. Ci sono stati dei Cosco con problemi, ma non fanno parte della nostra famiglia, sono altri Cosco”.














