In primo grado era stato condannato a trent’anni di reclusione. Oggi la Corte d’assise d’appello di Catanzaro ha ribaltato il verdetto e assolto Giuseppe Spagnolo, accusato dell’omicidio di Salvatore Di Cicco, scomparso nel settembre del 2001. Il collegio, presieduto dal giudice Santese, con la giudice Capitò a latere, ha riformato la decisione pronunciata dal gup di Catanzaro al termine del processo con rito abbreviato. Un esito diverso da quello sollecitato dalla Procura generale: la sostituta procuratrice generale Marisa Manzini aveva chiesto la conferma della condanna. A sostenere l’appello di Spagnolo sono stati gli avvocati Gregorio Viscomi e Tiziano Saporito, che hanno concentrato le contestazioni sull’attendibilità dei due collaboratori di giustizia da cui provenivano le accuse.
Le contraddizioni dei pentiti al centro della difesa
Nell’atto di appello e durante la discussione orale, i difensori hanno sostenuto l’inattendibilità delle dichiarazioni di Nicola Acri e Ciro Nigro, evidenziando quelle che ritenevano contraddizioni interne ai rispettivi racconti. Le loro dichiarazioni avevano avuto un ruolo centrale nella sentenza di primo grado. Il gup le aveva giudicate attendibili, ritenendo che trovassero conferma sia nel confronto reciproco sia negli elementi esterni esaminati. Su questa valutazione si fondava anche l’affermazione di responsabilità di Spagnolo. L’assoluzione modifica radicalmente l’esito del processo per l’imputato. Le ragioni della decisione, e la valutazione compiuta dalla Corte sulle contestazioni difensive, saranno chiarite dalle motivazioni della sentenza d’appello.
La scomparsa di Di Cicco nel settembre 2001
Il procedimento riguarda la morte di Salvatore Di Cicco, scomparso il 1° settembre 2001. Secondo quanto ricostruito nella sentenza di primo grado, quel giorno l’uomo si era allontanato da Sibari a bordo del proprio fuoristrada e non aveva più fatto ritorno. La moglie ne aveva denunciato la scomparsa il giorno successivo. Durante le ricerche, insieme ai familiari, aveva trovato il veicolo parcheggiato nell’area di una stazione di servizio a Calopezzati, regolarmente chiuso a chiave.
Il caso era stato ricostruito dagli inquirenti come un episodio di lupara bianca. Nell’imputazione, il delitto veniva collocato a Torretta di Crucoli, nel Crotonese, e ricondotto ai rapporti tra gruppi criminali del territorio. In quella ricostruzione accusatoria era stato attribuito a Spagnolo il ruolo di esecutore materiale: un’accusa per la quale oggi è intervenuta l’assoluzione in appello.
Acri e Nigro: definitive le condanne a sette anni
La sentenza di primo grado, pronunciata il 5 luglio 2024 dalla gup Gilda Danila Romano, aveva condannato Spagnolo a trent’anni, Nicola Acri a sette anni e Ciro Nigro a sette anni. Ai due collaboratori erano state riconosciute le attenuanti generiche, quella speciale per la collaborazione e la riduzione prevista dal rito abbreviato. Acri e Nigro non hanno presentato appello e le loro condanne sono quindi diventate definitive. Il giudizio di secondo grado ha riguardato la posizione di Giuseppe Spagnolo, per il quale la Corte ha ora sostituito la condanna con l’assoluzione.














