Tre arresti in Spagna, oltre vent’anni trascorsi in carcere, due clamorose scarcerazioni nel giro di pochi mesi e una storia criminale che attraversa la stagione più sanguinosa della ’ndrangheta reggina. Per comprendere chi sia realmente Domenico Paviglianiti, detto “Don Mico”, non basta partire dalla sua ultima cattura davanti a un ristorante di Soria. Bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni, quando gli equilibri criminali della provincia di Reggio Calabria venivano decisi con le armi.
Il suo rientro in Italia, avvenuto oggi dopo la consegna alle autorità italiane, chiude l’ultima latitanza ma riapre il racconto di uno dei nomi storici della criminalità organizzata calabrese. Paviglianiti deve espiare un cumulo di pene superiore a 19 anni di reclusione per associazione mafiosa, omicidio e reati in materia di armi.
Il potere della cosca nell’area jonica reggina
Paviglianiti è considerato dagli investigatori il vertice dell’omonima cosca, storicamente radicata nell’area jonica della provincia reggina, in particolare tra San Lorenzo, Bagaladi e Condofuri. Un’organizzazione capace, secondo le ricostruzioni investigative, di estendere nel tempo la propria influenza anche al Nord Italia e di inserirsi nei grandi traffici internazionali di sostanze stupefacenti.
“Don Mico” non viene descritto come una figura di secondo piano o come un semplice esponente territoriale. Il suo nome compare nelle principali ricostruzioni giudiziarie riguardanti la ’ndrangheta reggina e il sistema di alleanze che, tra gli anni Ottanta e Novanta, governava una parte rilevante della criminalità organizzata calabrese.
La seconda guerra di ’ndrangheta e l’alleanza con i De Stefano
È durante la cosiddetta seconda guerra di ’ndrangheta, combattuta tra il 1985 e il 1991, che Paviglianiti consolida il peso criminale successivamente riconosciutogli nelle inchieste e nelle sentenze. Lo scontro contrapponeva due grandi fronti. Da una parte l’alleanza costruita attorno ai De Stefano, dall’altra il gruppo guidato dai Condello e dagli Imerti. Fu una guerra feroce, combattuta attraverso omicidi, agguati, vendette trasversali e regolamenti di conti che insanguinarono Reggio Calabria e la sua provincia, modificando per sempre gerarchie e rapporti di forza.
Secondo le ricostruzioni processuali, Paviglianiti si schierò al fianco dei De Stefano, assumendo un ruolo di primo piano nella contrapposizione. Da quella stagione nasce la fama criminale che lo accompagnerà nei decenni successivi: quella di un boss in grado di muoversi tra alleanze mafiose, traffici di droga, armi e relazioni costruite anche fuori dall’Italia.
Le condanne, l’ergastolo e il 41 bis
Nel corso degli anni Paviglianiti è stato raggiunto da numerosi provvedimenti restrittivi e da condanne definitive per associazione mafiosa, omicidio e traffico internazionale di stupefacenti. La somma delle pene aveva inizialmente portato all’ergastolo, successivamente rideterminato in 30 anni di reclusione. La sua vicenda giudiziaria, tuttavia, è stata a lungo condizionata dalle modalità con cui era stato consegnato all’Italia dalla Spagna. Paviglianiti venne catturato per la prima volta a Madrid nel 1996 e trasferito in Italia tre anni dopo. Le autorità spagnole avevano subordinato quella consegna alla garanzia che non gli sarebbe stato applicato il “fine pena mai”. Quella condizione sarebbe diventata, molti anni più tardi, il fulcro di una complessa battaglia giudiziaria sul calcolo delle pene e sul rispetto degli accordi tra i due Paesi. Nel frattempo “Don Mico” aveva trascorso 23 anni in carcere, anche sottoposto al regime del 41 bis.
Le due clamorose scarcerazioni del 2019
Nell’agosto del 2019 il gip di Bologna dispose la scarcerazione di Paviglianiti, ritenendo che l’applicazione dell’ergastolo non fosse compatibile con le condizioni poste dalla Spagna al momento dell’estradizione. La libertà durò appena poche ore: il boss venne nuovamente arrestato sulla base di un diverso calcolo della pena ancora da espiare. La vicenda non era però conclusa. Nell’ottobre dello stesso anno arrivò una seconda scarcerazione per fine pena, disposta dopo l’accoglimento di una nuova istanza presentata dalla difesa. Un passaggio giudiziario clamoroso: uno dei nomi associati alla guerra di ’ndrangheta tornava libero non per il venir meno delle condanne, ma per una complicata controversia sulle modalità dell’estradizione e sul computo della pena.
La Spagna come rifugio e seconda geografia criminale
Dopo la scarcerazione, Paviglianiti lasciò nuovamente l’Italia. La destinazione fu ancora una volta la Spagna, Paese che ritorna con impressionante continuità nella sua storia. Nell’agosto del 2021 venne arrestato a Madrid dai Carabinieri di Bologna e dalla Policia Nacional. In quel momento era ricercato in forza di un ordine di esecuzione per pene concorrenti pari a 11 anni, 8 mesi e 15 giorni, relativo a condanne per associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga.
Quella cattura sembrava destinata a chiudere definitivamente il cerchio. Dal 2022, invece, “Don Mico” risultava nuovamente irreperibile. Nei suoi confronti erano stati emessi un nuovo ordine di esecuzione dalla Procura di Bologna, una misura di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e, nel luglio dello stesso anno, un altro mandato di arresto europeo.
Tre catture in trent’anni
La latitanza è terminata il 26 giugno scorso a Soria, città dell’entroterra spagnolo a circa 200 chilometri da Madrid. Gli investigatori sono arrivati a lui seguendo i contatti e gli spostamenti di persone ritenute vicine al boss. Paviglianiti è stato bloccato dalla Policia Nacional mentre usciva da un ristorante. Era la sua terza cattura in Spagna dopo quelle del 1996 e del 2021. Oggi il trasferimento a Roma e il successivo ingresso in carcere segnano il nuovo capitolo di una storia fatta di guerre di mafia, condanne, estradizioni, scarcerazioni e ripetute fughe oltreconfine. La parabola di “Don Mico” torna così a chiudersi nel luogo in cui più volte si era riaperta. Non più davanti a un ristorante di Soria, ma in una cella italiana, dove Domenico Paviglianiti dovrà scontare oltre 19 anni di reclusione.












