10 Ottobre 2026
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Francesco Vangeli, otto anni senza un corpo e una giustizia a metà. Mamma Elsa aspetta “una tomba su cui piangere”

Dalle minacce alle ricerche nel Mesima, la storia del giovane di Filandari scomparsoi nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 2018. Una condanna definitiva per Giuseppe Prostamo, un nuovo appello per Antonio: la battaglia della famiglia continua

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Otto anni dopo, la famiglia di Francesco Vangeli aspetta ancora di poterlo seppellire. Il giovane artigiano di Scaliti, frazione di Filandari, uscì di casa la sera del 9 ottobre 2018 e non tornò più. Aveva 25 anni, era prossimo a compierne 26. La sua automobile fu ritrovata incendiata. Il corpo non è mai stato recuperato. La giustizia ha stabilito una responsabilità definitiva: quella di Giuseppe Prostamo, condannato a 17 anni, 6 mesi e 20 giorni. Resta aperta la posizione del fratello Antonio, per il quale la Cassazione ha annullato la condanna e disposto un nuovo processo d’appello. Sono due percorsi diversi dentro la stessa storia, che per i familiari continua a essere segnata dall’assenza dei resti di Francesco.

L’ultima sera e la Ford Fiesta bruciata

La mattina successiva alla scomparsa, la madre Elsa Tavella si rivolse ai carabinieri della Stazione di Filandari. Le prime verifiche portarono al ritrovamento della Ford Fiesta del figlio, completamente bruciata nel territorio di Dinami, nei pressi dello svincolo autostradale di Mileto. Un rinvenimento che indirizzò le indagini sulle circostanze dell’ultima serata e sulle persone incontrate dal ragazzo. Elsa ha ricordato l’ultimo messaggio del figlio alla fidanzata: “Sto salendo da Giuseppe”, il riferimento a Giuseppe Prostamo.

Il tavolino in ferro battuto e la ricostruzione del delitto

La svolta arrivò l’11 luglio 2019, quando i carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia fermarono Antonio Prostamo nell’ambito dell’operazione “Amore letale”. Le indagini del Nucleo operativo e radiomobile, coordinate dalla Dda di Catanzaro, avevano ricostruito una possibile trappola costruita intorno al lavoro di Francesco. Secondo le ipotesi accusatorie, il giovane sarebbe stato invitato nell’abitazione dei Prostamo a San Giovanni di Mileto con il pretesto di realizzare un tavolino in ferro battuto. L’incontro sarebbe degenerato: Francesco sarebbe stato colpito con un’arma da fuoco, rinchiuso ancora agonizzante in un sacco nero e trasportato verso il fiume Mesima, dove sarebbe stato gettato. L’automobile sarebbe stata poi incendiata per cancellare le tracce.

Le minacce su WhatsApp e i tre moventi indicati dalla Dda

La scomparsa era stata preceduta da una serie di messaggi minacciosi. Nella ricostruzione dell’accusa, Antonio Prostamo pretendeva che Francesco interrompesse la relazione con Alessia Pesce, la giovane con la quale anche lui aveva avuto un rapporto. Le cronache giudiziarie riportano comunicazioni inviate nell’estate del 2018, tra luglio e agosto. “Lei è mia”, “non avrai un momento di pace”, “ti farò sciogliere”: parole attribuite a Prostamo e inserite dagli inquirenti nella ricostruzione delle pressioni esercitate sul ragazzo. La Dda indicò anche altri possibili moventi: un debito di droga che Francesco avrebbe maturato nei confronti di Giuseppe Prostamo e la mancata restituzione di una pistola affidatagli dai fratelli. L’impianto investigativo comprendeva quindi anche rapporti economici e questioni legate alle armi, oltre alla contesa sentimentale.

Le intercettazioni e la cella telefonica delle 1.04

Un passaggio importante delle indagini riguarda le intercettazioni. Nel provvedimento di fermo gli investigatori valorizzarono alcune conversazioni sulle ricerche del corpo nel Mesima. In una di queste Antonio Prostamo avrebbe detto: “Vedi che questi lo trovano”. La Dda interpretò quelle parole come un segnale di preoccupazione per il possibile recupero dei resti. Un ulteriore elemento fu illustrato in aula il 2 novembre 2021, durante il processo davanti alla Corte d’assise di Catanzaro. Il vicebrigadiere Danilo Curcio, rispondendo alle domande della pm Annamaria Frustaci, riferì che alle 1.04 del 10 ottobre 2018 il telefono in uso ad Antonio Prostamo aveva agganciato una cella nel territorio di Dinami. Era la stessa cella che aveva registrato l’ultimo aggancio del telefono di Francesco, nell’area dove venne ritrovata l’auto incendiata.

Le ricerche nei fiumi e la pista dei resti in mare

Nel novembre 2018 i carabinieri cercarono Francesco lungo il Marepotamo, affluente del Mesima, e nel corso d’acqua principale. Intervennero subacquei dell’Arma, militari dello Squadrone cacciatori, reparti territoriali ed elicotteri. Furono controllate anche le campagne. Il 26 novembre 2018 le cronache registrarono l’interruzione delle ricerche nel fiume, senza risultati. Tra le ipotesi considerate c’erano lo spostamento dei resti durante le piene e la loro possibile copertura da parte di limo e detriti. Nessuna di queste possibilità permise di individuare il corpo.

Un’altra attesa si aprì nel 2020, dopo il recupero di resti umani nelle acque di San Ferdinando. Tra le ipotesi iniziali figurò anche quella che potessero appartenere a Francesco. Gli accertamenti genetici portarono però a un’identificazione diversa: nel dicembre di quell’anno fu reso noto che si trattava del comandante di un peschereccio affondato al largo della Sicilia. La pista Vangeli fu esclusa.

Giuseppe Prostamo: la condanna diventata definitiva

Per Giuseppe Prostamo il processo si è svolto con rito abbreviato. Il 23 dicembre 2020 la gup di Catanzaro Gabriella Logozzo lo condannò a 30 anni per il concorso nell’omicidio e nella soppressione del cadavere, escludendo l’aggravante mafiosa. Il primo verdetto dispose anche una provvisionale di 40mila euro in favore delle parti civili. Il 12 gennaio 2023 la Corte d’assise d’appello di Catanzaro ridusse la pena, escludendo le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. Il 30 maggio 2024 arrivò il rigetto del ricorso da parte della Cassazione e divenne definitiva la condanna a 17 anni, 6 mesi e 20 giorni.

Antonio Prostamo: l’annullamento e il nuovo appello

Per Antonio Prostamo, giudicato con rito ordinario, la Corte d’assise di Catanzaro pronunciò il 21 giugno 2022 una condanna a 30 anni. La pm Annamaria Frustaci aveva chiesto l’ergastolo. Nel primo verdetto furono escluse la premeditazione e l’aggravante del metodo mafioso. Nel luglio 2024 la Corte d’assise d’appello rideterminò la pena in 29 anni e 6 mesi. Nel giugno 2025 la Cassazione accolse il ricorso degli avvocati Sergio Rotundo e Alice Massara, annullando con rinvio la condanna. Per Antonio Prostamo il giudizio è ancora pendente per un appello-bis e resta quindi necessaria la presunzione di innocenza, fino a un eventuale accertamento definitivo.

Gli amici assolti dall’accusa di favoreggiamento

La ricostruzione completa comprende anche le assoluzioni. Il 14 marzo 2023 il Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dalla giudice Tiziana Macrì, assolse Fausto Signoretta e Alessio Porretta dall’accusa di favoreggiamento personale nei confronti dei fratelli Prostamo. La pm Irene Crea aveva chiesto per entrambi una condanna a tre anni. Quel filone riguardava il comportamento dei due amici di Francesco e le informazioni sulle ore precedenti e successive alla scomparsa. Il Tribunale pronunciò per entrambi un verdetto di assoluzione.

L’aggravante mafiosa esclusa e la denuncia della famiglia

La questione della matrice mafiosa ha attraversato l’intera vicenda. La Dda aveva contestato il metodo mafioso, richiamando le modalità del delitto e il contesto criminale dei Prostamo. Già nel gennaio 2020, in sede cautelare, la Cassazione aveva annullato le aggravanti mafiose contestate ad Antonio per omicidio e soppressione di cadavere. L’aggravante fu poi esclusa nei verdetti di primo grado riguardanti entrambi i fratelli. La famiglia continua invece a denunciare una violenza radicata nella cultura della ’ndrangheta. Nell’intervista del giugno 2025, Elsa Tavella contestò la lettura del delitto come una vicenda soltanto passionale e prospettò un appello al presidente Sergio Mattarella.

Elsa, il fratello Federico e una memoria diventata pubblica

La famiglia ha continuato a chiedere giustizia e il ritrovamento dei resti. Il 9 ottobre 2024, nell’incontro organizzato da Libera all’Istituto tecnico per geometri di Vibo Valentia, frequentato da Francesco, Elsa ricordò il saluto del figlio prima di uscire: “Mamma ciao, ci vediamo dopo”. Agli studenti chiese di parlare e denunciare i soprusi. Il 23 novembre 2024, nel giorno in cui Francesco avrebbe compiuto 32 anni, a Scaliti fu inaugurato un suo ritratto, realizzato dall’artista Fortunato Pedullà e donato dalla famiglia alla comunità. Il 28 luglio 2025 fu intitolata a Francesco la sala conferenze del Talent Hub del Vibo Center, su iniziativa dell’associazione Valentia e della direzione del centro commerciale. In quell’occasione il fratello Federico ribadì la volontà della famiglia di continuare a cercare verità e giustizia. Elsa riassunse la propria condizione con parole precise: “Non ho un corpo o una tomba su cui piangere”.

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