10 Ottobre 2026
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La politica cambia le regole, ma non cambia se stessa. Il Gattopardo della legge elettorale

Forse sarebbe opportuno dedicare almeno altrettanta determinazione a quelle riforme che non riguardano il futuro dei partiti, ma quello dei cittadini

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Da mesi il dibattito politico italiano dedica un’attenzione straordinaria alla riforma della legge elettorale, definitivamente approvata l’8 ottobre dalla Camera. Un argomento certamente importante per il funzionamento delle istituzioni, ma la cui centralità nel confronto pubblico appare quantomeno singolare in un Paese alle prese con salari insufficienti, difficoltà di accesso alle cure, perdita del potere d’acquisto, scarsa produttività e giovani che continuano a cercare altrove opportunità di lavoro e di vita.

Non è in discussione il diritto del Parlamento di modificare le regole elettorali. È piuttosto la gerarchia delle priorità politiche a meritare qualche riflessione e c’è una circostanza che rende questa vicenda particolarmente interessante, per non dire paradossale.

Il primato di longevità

Appena un mese fa, il governo Meloni ha celebrato il primato di longevità nella storia della Repubblica, superando i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi. Un risultato rivendicato con soddisfazione dalla maggioranza come dimostrazione della stabilità finalmente raggiunta.

Ebbene, quel governo è nato proprio grazie alle elezioni svolte con la legge che oggi si è deciso di sostituire.Viene allora spontanea una domanda: che cosa aveva di così inadeguato quella legge, se ha consentito la formazione del governo più longevo della storia repubblicana?

Naturalmente la durata di un esecutivo non dipende esclusivamente dal sistema elettorale. Ma se la stabilità è il principale argomento utilizzato per giustificare la riforma, il primato appena festeggiato rende quantomeno necessaria una spiegazione più convincente.

C’è poi la questione della tempistica. Modificare le regole della competizione politica a poco più di un anno dalle elezioni, dopo aver potuto governare per quasi un’intera legislatura, solleva interrogativi legittimi. Non dimostra che la riforma sia stata concepita per favorire l’attuale maggioranza, ma rende indispensabile verificare quali effetti concreti possa produrre sui diversi concorrenti.

Soffermarsi su due aspetti

Soprattutto, sarebbe opportuno soffermarsi su due aspetti che rischiano di passare in secondo piano rispetto al dibattito sulla governabilità: le soglie di accesso alla rappresentanza e le firme necessarie per presentare nuove liste.

La nuova disciplina mantiene uno sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni, con specifiche eccezioni, mentre aumenta da 1.500 a 6.000 le firme richieste per collegio ai nuovi soggetti politici non rappresentati in Parlamento, prevedendo condizioni più favorevoli ed esenzioni per determinate forze già presenti nelle istituzioni.

È proprio quest’ultimo elemento a meritare particolare attenzione. Perché una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di votare, ma anche dalla possibilità concreta di partecipare alla competizione elettorale.Se chi è già dentro dispone di organizzazioni, risorse, visibilità e agevolazioni, mentre chi vorrebbe entrare incontra ostacoli organizzativi sempre maggiori, il rischio è quello di rendere il sistema politico progressivamente meno accessibile.

La contraddizione più ampia

E qui emerge una contraddizione ancora più ampia.

Da decenni assistiamo alla presenza degli stessi protagonisti sulla scena politica, talvolta con appartenenze e collocazioni differenti, ma sempre pronti a richiamarsi al cambiamento, all’innovazione e, naturalmente, al riformismo.Un riformismo che meriterebbe però di essere valutato attraverso le trasformazioni effettivamente realizzate negli anni in cui questi protagonisti hanno esercitato responsabilità di governo, piuttosto che attraverso le dichiarazioni ripetute nei convegni e nelle trasmissioni televisive.

Il ricambio della classe dirigente non può essere soltanto uno slogan. Richiede condizioni che permettano a persone nuove, competenti e portatrici di idee differenti di partecipare realmente alla vita politica, senza dover necessariamente ottenere il consenso preventivo di chi già controlla le organizzazioni esistenti.

In tutto questo, anche l’informazione dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo. Raccontare per mesi le trattative tra i partiti sulla legge elettorale è certamente legittimo,ma sarebbe altrettanto importante spiegare ai cittadini quali conseguenze quelle trattative potranno avere sulla loro effettiva possibilità di scegliere e di essere rappresentati.

Il rischio, altrimenti, è che il dibattito pubblico finisca per ruotare continuamente intorno alle esigenze della politica, lasciando sullo sfondo quelle del Paese.

La riflessione conclusiva

Rimane una considerazione finale.

In un’Italia che attende da anni riforme strutturali capaci di incidere sulla qualità dei servizi pubblici, sulle opportunità economiche e sulle condizioni di vita delle persone, la politica trova ancora una volta il tempo e le energie per intervenire sulle regole che disciplinano la propria competizione.

Forse sarebbe opportuno dedicare almeno altrettanta determinazione a quelle riforme che non riguardano il futuro dei partiti, ma quello dei cittadini.Perché il cambiamento dovrebbe essere misurato da ciò che migliora nella società, non soltanto da ciò che cambia nelle leggi.

Il Gattopardo ci aveva avvertiti: cambiare tutto perché tutto rimanga com’è.

*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”

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