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29 Aprile 2026
29 Aprile 2026
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Gang del terrore a Gioia Tauro, l’amara analisi del procuratore Crescenti: “Violenza quasi gratuita per esibirsi sui social”

L’operazione "Marijoa" ha portato alla luce uno scenario di degrado e ferocia tra i giovanissimi. "Nessun movente economico, solo il bisogno di esibirsi e imporsi sul territorio".

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L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palmi e condotta dai Carabinieri di Gioia Tauro e della stazione di Melicucco, vede coinvolte complessivamente 14 persone. Il bilancio delle misure cautelari è il seguente: 3 arresti ai domiciliari: Salvatore Carbone (22 anni), Francesco Bono (22 anni) e Francesco Oppedisano (21 anni) e 2 obblighi di firma: due ventiduenni sanzionati con l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

La “violenza da spettacolo”: l’amara analisi del Procuratore

In conferenza stampa, il Procuratore Emanuele Crescenti ha delineato i contorni di un fenomeno che va oltre la criminalità tradizionale, evidenziando una preoccupante componente narcisistica e territoriale. “La complessità dell’indagine, avviata quando alcuni degli indagati erano ancora minorenni. E’ stata un’attività approfondita, lunga e anche difficile non solo sotto il profilo repressivo, ma anche territoriale. Si è infatti registrata una ritrosia timorosa alla collaborazione con le autorità, ma siamo riusciti comunque a penetrare questo muro”.

Crescenti ha poi chiarito come il gruppo non cercasse il profitto, ma la visibilità: “Le azioni del gruppo non avevano un reale movente economico. Non c’è un ritorno criminale, ma una violenza quasi gratuita, con un forte bisogno di imporsi sul territorio e di esibirsi, anche sui social. Sono episodi che non hanno alcun vantaggio, se non quello di essere filmati ed è questo l’aspetto più allarmante. Quello che sorprende è la mancanza di consapevolezza del disvalore delle proprie azioni. Restano quasi stupiti, come se si trattasse di uno scherzo”.

Reati e modalità: dai sequestri alle sevizie su animali

Il quadro accusatorio è pesantissimo e spazia dall’associazione per delinquere al sequestro di persona, fino agli atti persecutori e alla detenzione di armi. I video acquisiti dagli inquirenti mostrano pestaggi e vessazioni accompagnati da risate e incitamenti.

Le vittime, paralizzate dalla vergogna e dal timore di ritorsioni, subivano: Aggressioni con materiale incendiario: venivano ferite con petardi e bottiglie incendiarie. Sequestri e umiliazioni: atti degradanti ripresi per essere condivisi nelle chat e sui social come segno di dominio. Crudeltà gratuita: in un filmato è documentato l’accanimento del gruppo contro un animale, un gesto che per gli inquirenti conferma la “totale assenza di empatia” dei giovani indagati.

Il clima di omertà e le armi

Nelle chat private, i componenti della gang esibivano con orgoglio fucili e pistole, utilizzando un linguaggio tipico delle organizzazioni criminali per rivendicare il controllo della zona. Questo atteggiamento ha generato un clima di terrore che ha costretto le vittime a un isolamento forzato e a un cambiamento radicale delle proprie abitudini di vita, prima che l’intervento dei militari ponesse fine alle scorribande della banda.

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