26 Luglio 2026
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‘Ndrangheta e racket a Vibo, il questore Ruperti: “Le cosche non ci mettono più la faccia. Se cade l’omertà, la mafia finirà”

Dal controllo della movida ai rinforzi sulla costa, dalle nuove leve criminali alla violenza sulle donne: il questore racconta la strategia della Polizia nel Vibonese. "Il crimine non paga: molti mafiosi che conobbi da giovani oggi sono morti o detenuti"

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Il volto della criminalità è cambiato. Non sempre scompare, ma arretra, si nasconde, prova a esercitare il proprio potere senza esporsi. Persino il racket ha modificato linguaggio e metodi: al posto dell’uomo che si presenta davanti all’imprenditore e pretende il pizzo, arrivano gli “inviti a offrire”. È la mafia che cerca di farsi cercare, perché ormai “ha paura di metterci la faccia”. Il questore di Vibo Valentia Rodolfo Ruperti parte da qui per raccontare la sicurezza in una provincia che continua a portare sulle spalle il peso della ’ndrangheta, ma nella quale lo Stato ha alzato il livello della presenza, della prevenzione e della risposta investigativa. Un territorio controllato attraverso pattuglie, fogli di via, ammonimenti, Dacur, Daspo e sospensioni dei locali pericolosi. Ma anche con il dialogo con i giovani, l’assistenza alle donne vittime di violenza e una collaborazione quotidiana tra Questura, Prefettura, Carabinieri e le altre istituzioni. “Non credo di aver imposto nulla – chiarisce Ruperti a “Pagina Protetta”, il podcast di Radio Onda Verde ideato e condotto da Nicolino La Gamba –. Semplicemente abbiamo provato a restituire al territorio un maggiore controllo di tutte le aree. È un lavoro che richiede sempre un grande impegno e impone di non abbassare mai la guardia”.

“Mappiamo il territorio e interveniamo sulle criticità”

Il punto di partenza è la conoscenza minuziosa della provincia. Non un controllo generico, dunque, ma un’attività costruita attorno ai luoghi e ai fenomeni considerati più delicati. “Cerchiamo di mappare il territorio, di individuare le esigenze e capire dove si sviluppano alcune criticità. Proviamo poi a modulare il controllo attraverso questo tipo di attività”, spiega il questore. Dal lavoro delle Volanti arrivano spesso elementi che diventano materiale per la Divisione anticrimine o spunti investigativi per la Squadra mobile, impegnata nelle inchieste coordinate dalla Procura ordinaria e dalla Direzione distrettuale antimafia. “Riusciamo a farlo grazie anche a un’importante cabina di regia che si è creata in Prefettura e alla sinergia con l’Arma dei carabinieri. In questa provincia si è creato veramente un modello di rapporto, perché non c’è momento in cui non ci aggiorniamo reciprocamente su quello che accade nel territorio”.

Una collaborazione che si traduce in provvedimenti concreti: “Penso ai Dacur, che ci permettono di allontanare dalla movida i soggetti responsabili di reati, aggressioni o spaccio di stupefacenti; ai fogli di via, per allontanare chi arriva in un territorio esclusivamente per delinquere; oppure all’articolo 100 del Tulps, che consente di sospendere l’attività di un locale quando diventa fonte di pericolo”.

Tropea e la costa, rinforzi contro i rischi dell’estate

Con l’arrivo di migliaia di turisti, il dispositivo di sicurezza si sposta anche sulla fascia costiera. Tropea resta lo snodo principale, ma l’attenzione si estende da Briatico a Ricadi, da Drapia fino a Nicotera. “Tropea è sicuramente uno snodo fondamentale della provincia, intesa come località di maggiore attrazione, ma fa parte di una fascia costiera nella quale anche Ricadi, con tutte le sue frazioni, raccoglie numerosissimi turisti”.

Ruperti rivendica il ruolo del posto fisso di Polizia di Tropea, struttura che conosce bene anche per averla utilizzata durante le indagini condotte molti anni fa alla Squadra mobile. “Ha sempre avuto operatori molto bravi, capaci di conoscere il territorio e di fornire le giuste informazioni. Grazie al Dipartimento, che ha ascoltato la mia richiesta, quest’anno abbiamo ottenuto ulteriori rinforzi per la stagione estiva, esclusivamente dedicati al controllo della costa”. Alle pattuglie della Polizia si aggiungono il Reparto prevenzione crimine e i servizi coordinati con Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Polizie locali, Vigili del fuoco, Asp e Ispettorato del lavoro.

Movida sorvegliata: “Controllo discreto per le famiglie, approfondito sui soggetti pericolosi”

La presenza delle forze dell’ordine è diventata particolarmente visibile durante i fine settimana. L’obiettivo, precisa il questore, non è comprimere il diritto al divertimento, ma impedire che pochi soggetti possano trasformare la notte in una zona franca. “Ci deve essere un controllo discreto per le famiglie, per chi va a divertirsi e per i ragazzi, ma più approfondito nei confronti dei soggetti che conosciamo. La movida è libera per tutti, ma bisogna evitare che possa degenerare in comportamenti particolari”. Quando emergono sospetti, vengono eseguite perquisizioni. Ruperti ricorda i risultati ottenuti in passato: “Abbiamo trovato armi, strumenti atti a offendere, pugni di ferro e mazze da baseball. Anche in possesso di qualche minorenne”.

Da quei controlli sono scattati fogli di via per chi proveniva da altri comuni e Dacur nei confronti dei residenti. “Abbiamo stretto un po’ con le misure di prevenzione, ma i fenomeni devono essere sempre monitorati. Oggi possiamo parlare di un risultato positivo e domani può accadere un fatto. Dobbiamo essere sempre attenti”.

Furti nelle abitazioni: “Non sono un allarme, ma non abbassiamo la guardia”

A differenza di altre province, il Vibonese non registra al momento una vera emergenza legata ai furti in appartamento. “Fortunatamente in questo territorio non rappresentano un allarme. Vengo da realtà nelle quali al mattino si trovavano sul mattinale sette, otto o dieci furti nelle abitazioni”.

In alcuni periodi si sono però registrati segnali di fibrillazione. “Abbiamo monitorato attentamente il territorio, in qualche circostanza abbiamo individuato gli autori e disposto fogli di via obbligatori nei confronti di soggetti che ritenevamo pericolosi proprio in relazione a quella tipologia di reato. Il fenomeno si è fermato. Può ripartire e noi dobbiamo essere sempre lì per provare a frenarlo nuovamente”.

Le misure di prevenzione e il limite da non superare

Il questore rivendica i risultati ottenuti attraverso avvisi orali, fogli di via, sorveglianze speciali, Daspo e ammonimenti, ma mette in guardia dal rischio di applicare automaticamente i provvedimenti senza distinguere le singole responsabilità. “È un lavoro di squadra, non esiste il merito di una sola persona. Bisogna però procedere sempre cum grano salis. Ci sono situazioni nelle quali non ritengo di dover applicare una misura di prevenzione. Bisogna discernere il comportamento del ragazzetto che una sera si è lasciato trascinare da quello di chi è invece un habitué di determinati comportamenti”.

Anche il provvedimento meno afflittivo può lasciare un segno: “Un avviso orale a un ragazzo rimane registrato. Magari in quel momento non ne comprende neppure il disvalore, ma bisogna valutare queste decisioni anche da buon padre di famiglia”. Più severo il giudizio nei confronti di chi dovrebbe rappresentare un esempio. “I provvedimenti che più mi addolorano sono i Daspo che a volte siamo costretti a emettere nei confronti dei dirigenti delle squadre di calcio, perché un dirigente dovrebbe dare l’esempio”.

“Sui giovani abbiamo le idee molto chiare”

L’abbassamento dell’età di chi commette reati è un fenomeno nazionale, ma a Vibo, secondo Ruperti, non ha ancora raggiunto dimensioni particolarmente allarmanti. “La soglia si è abbassata un po’ dappertutto. Qui il fenomeno non mi sembra particolarmente preoccupante, perché parliamo di contesti territoriali piccoli, nei quali il giovane che si mette in evidenza viene immediatamente individuato. Abbiamo le idee molto chiare su quello che succede e su quello che non succede, e abbiamo gli strumenti per frenare determinati comportamenti”.

A rappresentare un argine è anche la reazione della comunità. “La cittadinanza è ormai stanca delle vecchie meccaniche. C’è stata una bellissima reazione civile davanti a due balordi che avevano creato trambusto durante la sera”. L’invito del questore: “Non bisogna ritornare al passato. Vibo ha conosciuto una criminalità organizzata seria, pesante e strutturata. Registrava numerosi fatti di sangue e omicidi legati alle diatribe interne alla criminalità organizzata. Quel fenomeno è stato affrontato e debellato. Le giovani leve, se non sono sufficientemente attenzionate, possono rovinarsi con le proprie mani”.

“Il crimine non paga: molti mafiosi sono morti o in carcere”

Ruperti parla ai ragazzi partendo dalla propria esperienza maturata contro la criminalità organizzata in Calabria, Sicilia e Campania. “Faccio il poliziotto da molti anni e ho sempre lavorato in realtà nelle quali mi sono confrontato con la criminalità organizzata. Se penso alle persone che avevano più o meno la mia età e che da giovani erano banditi o mafiosi in auge, oggi ne trovo tanti deceduti per omicidio o per problematiche avute durante la detenzione. Tantissimi altri sono ancora detenuti”. La sintesi di tutto in quattro parole: “Il crimine non paga”. “Se guardiamo un arco temporale di trenta o trentacinque anni, di quella generazione sono rimasti in pochi. Molti sono morti per vicende legate alla criminalità organizzata e molti altri si trovano in carcere”.

Il racket cambia pelle: “Ora hanno paura di presentarsi”

La ’ndrangheta continua a esistere e a gestire traffici criminali, ma il suo peso sociale, secondo il questore, si è progressivamente indebolito grazie alle numerose operazioni giudiziarie. “Ho sempre pensato che il peso dei mafiosi, piano piano, sia sceso. Tante operazioni hanno colpito e debellato le organizzazioni. Il fenomeno continua a sussistere, ma noi cerchiamo di contrastare soprattutto ciò che può creare problemi diretti alla cittadinanza, come il fenomeno estorsivo”.

Anche le modalità utilizzate per chiedere il pizzo sono cambiate: “Una volta si presentavano con la loro faccia e chiedevano il pizzo. Oggi fanno arrivare questi inviti a offrire perché hanno paura di metterci la faccia. Vogliono che sia l’imprenditore o il commerciante a cercare quello che si atteggia a mafioso e a chiedergli conto”.

Su questo passaggio si gioca la capacità della società di liberarsi dal condizionamento criminale. “Se questo passaggio non avviene, la città avrà uno sviluppo sempre maggiore. Se l’associazione mafiosa è una forza di intimidazione che genera assoggettamento e omertà, quando quella forza diventa più flebile e l’assoggettamento e l’omertà non ci sono più, un giorno il fenomeno mafioso finirà”.

Il ricordo di Lamezia e il boss coinvolto in 25 omicidi

Nella lunga esperienza investigativa di Ruperti c’è anche la stagione trascorsa a Lamezia Terme, segnata da una guerra di mafia e da una serie di collaborazioni con la giustizia nate dopo l’arresto di tre esponenti della cosca Giampà. “Li arrestammo esclusivamente per un’estorsione. Uno di loro iniziò a manifestare la volontà di collaborare e da lì si aprì un primo squarcio. Poi arrivò un secondo collaboratore e realizzammo un’operazione con circa 36 arresti. Dopo ancora iniziarono quasi a cercarci perché volevano pentirsi, fino alla collaborazione di Giuseppe Giampà, un capo con un cognome che pesava tantissimo nell’economia mafiosa lametina”. A impressionare il questore fu il primo interrogatorio: “Confessò di essere coinvolto, prevalentemente come mandante, in 25 omicidi a soli 32 anni. Se una persona a quell’età aveva già partecipato in qualche modo a 25 omicidi, ci si rende conto di quale fenomeno criminale stiamo parlando”.

Violenza sulle donne, le “camere sospese” per lasciare subito casa

Tra i fenomeni maggiormente attenzionati c’è la violenza di genere. Il questore sottolinea l’aumento delle donne che si rivolgono alla Polizia, anche quando non si sentono ancora pronte a denunciare. “Molte si trovano in quello spazio intermedio nel quale non vogliono denunciare, perché hanno paura o provano ritrosia a mandare in carcere colui che magari è stato il compagno di una vita. Noi abbiamo lo strumento dell’ammonimento, che ci viene richiesto sempre più spesso”. Grazie alla collaborazione con Federalberghi e le associazioni di categoria, è stato inoltre avviato il progetto delle camere sospese.

“In caso di una donna che litiga, vuole andare via da casa e ha paura, riusciamo immediatamente a trovare una collocazione di emergenza. Quando abbiamo proposto il protocollo, ci hanno chiesto se le camere fossero messe a disposizione gratuitamente. Sì, gratuitamente. Questo dimostra la grande sensibilità dei vibonesi davanti al fenomeno”.

Ruperti ricorda anche il protocollo sottoscritto con la Procura guidata da Camillo Falvo, successivamente adottato in altre realtà italiane. “Consente una convergenza immediata delle informazioni verso il questore e permette di attivare più facilmente tutti i poteri previsti, anche quando è già pendente un altro procedimento”.

Truffe agli anziani: “La prevenzione ha permesso anche degli arresti”

Un’altra emergenza riguarda le truffe ai danni delle persone anziane, soprattutto quando vivono sole e lontane dai figli. “È un fenomeno grave. Abbiamo organizzato incontri e fornito linee guida. Qualche anziano particolarmente scaltro ci ha chiamati, consentendoci di catturare i responsabili mentre si trovavano ancora all’interno dei condomini. Questo dimostra che la prevenzione serve”. Anche l’app YouPol può diventare uno strumento importante per segnalare situazioni sospette: “Le segnalazioni vengono viste e attenzionate. A volte sono positive, altre volte non risultano veritiere, ma il dato importante è che vengono comunque esaminate”.

“La Polizia deve essere parte della comunità”

Per Ruperti la sicurezza non può essere affidata soltanto alla repressione. Il rapporto con le scuole, i ragazzi e le persone più fragili diventa parte integrante del lavoro della Questura. “La Polizia non deve essere lontana. Deve essere vista come qualcosa che fa parte della comunità, con ruoli che sono anche repressivi, ma la prevenzione passa attraverso l’educazione e noi vogliamo fare parte di questo sistema”.

Il questore ricorda con emozione la visita in Questura di alcuni bambini con disabilità: “È stata una gioia immensa vederli attenti ed entusiasti, farli salire sulle auto della Polizia e mostrare loro il lavoro dei cinofili. Dobbiamo sviluppare sempre di più queste iniziative e sostenere i bambini più fragili”. Anche il modo di parlare di legalità ai giovani deve cambiare. “Raggiungerli è più complicato, perché vivono in un mondo difficile. È inutile organizzare convegni di quattro, cinque o sei ore. Bastano cinquanta minuti buoni, capaci di lasciare una pillola, un messaggio sul quale tornare a casa e riflettere”. La strada scelta è quella dei piccoli gruppi accompagnati all’interno degli uffici della Questura: “Sono più partecipi. Alcuni di quei ragazzi, dopo le visite, hanno presentato domanda per entrare in Polizia. Significa che qualcosa del nostro mondo è riuscito a raggiungerli”.

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