È una sentenza destinata a fare scuola quella pronunciata dalla Cassazione il 3 febbraio 2025 relativa al processo scaturito dall’operazione Carminius, con la quale con cui la Direzione Distrettuale Antimafia di Torino aveva scoperchiato le attività illecite dell’articolazione piemontese della cosca Bonavota. Nelle scorse ore i giudici della Suprema Corte hanno reso pubbliche le motivazioni che mettono il sigillo definitivo sull’esistenza del “locale” di Carmagnola legato alla cosca di Sant’Onofrio, tra le più potenti della ‘ndrangheta con ramificazioni ormai accertate tra Piemonte e Liguria.
I giudici della sesta sezione penale, presieduta da Massimo Ricciarelli, nel rigettare diversi ricorsi degli imputati, ha affermato un principio che ormai non può più essere ignorato: la ‘ndrangheta non è solo un fenomeno calabrese. A Carmagnola, nel Torinese, esisteva un “locale” di ‘ndrangheta pienamente operativo, riconosciuto come emanazione diretta della cosca Bonavota di Sant’Onofrio, nel Vibonese. Non una cellula occasionale, né una rete sporadica di contatti, ma un sodalizio stabile, strutturato, radicato nel territorio, capace di gestire affari, influenzare voti e penetrare l’economia legale.
Il verdetto tra annullamenti, rigetti e inammissibilità
La sentenza della Corte di Cassazione, depositata il 3 febbraio 2025, aveva sancito in via definitiva l’esito del processo nato dall’operazione Carminius. Un verdetto articolato, che distingue con precisione tra annullamenti senza rinvio, annullamenti con rinvio per nuovo giudizio, rigetti dei ricorsi e dichiarazioni di inammissibilità.
Tra i principali imputati figurava Antonio Pilutzu, 51 anni, di Carignano (To), la cui assoluzione è stata definitivamente confermata dalla Cassazione. Il ricorso del Procuratore Generale di Torino è stato dichiarato inammissibile. Pilutzu è stato difeso dagli avvocati Andrea Cianci e Michela Malerba.
Ricorso rigettato invece per Francesco Arone, 63 anni, originario di Sant’Onofrio (Vv), ritenuto promotore del locale di ‘ndrangheta di Carmagnola. La sua condanna è stata confermata in via definitiva. A rappresentarlo, l’avvocato Roberto Macchia. Il nipote, Raffaele Arone, 49 anni, nato a Carmagnola, ha visto il proprio ricorso dichiarato inammissibile. La sua difesa era affidata all’avvocato Cristian Scaramozzino. Più articolata la posizione di Salvatore Arone, 66 anni, anche lui di Sant’Onofrio. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio le condanne relative ai reati di intestazione fittizia (capi F e H), riconoscendo che “il fatto non sussiste” o che non fu lui a commetterlo. Tuttavia, è stata confermata la condanna per associazione mafiosa, con una pena rideterminata a 16 anni di reclusione. È stato difeso dagli avvocati Vincenzo Gennaro e Roberto Macchia.
Per Antonino Buono, 67 anni, di Caltavuturo (Pa), la Corte ha disposto l’annullamento con rinvio per diversi capi d’imputazione (tra cui il reato associativo e numerose aggravanti). La sua difesa era curata dagli avvocati Salvo Lo Greco e Cosimo Palumbo. Situazione più favorevole per Mario Burlò, 51 anni, di Torino. La Cassazione ha annullato senza rinvio il capo d’imputazione Q1, dichiarando che “il fatto non sussiste”. È stata anche revocata la confisca degli immobili a Moncalieri e Pragelato. Difeso dagli avvocati Bruno Naso e Fabio D’Amato.
Enza Colavito, 57 anni, originaria di Tricarico (Mt), è stata coinvolta nell’accusa di scambio elettorale politico-mafioso. Il capo R1 è stato annullato con rinvio, per un nuovo giudizio. La difesa è stata condotta dall’avvocato Maurizio Riverditi. Per Ivan Corvino, 53 anni, di Torino, la Cassazione ha annullato senza rinvio l’accusa di cui al capo P1, con la motivazione che “il fatto non sussiste”. È stata inoltre cessata l’efficacia della misura cautelare. Il suo difensore era l’avvocato Saverio Ventura.
Anche Carlo De Bellis, 59 anni, nato a Matera, ha ottenuto un annullamento senza rinvio per il capo S1, ma dovrà affrontare un nuovo giudizio per il capo R1. È stato rappresentato dall’avvocato Pierpaolo Lucchese.
Antonino Defina, 59 anni, di Sant’Onofrio, ha visto il proprio ricorso dichiarato inammissibile. A difenderlo, gli avvocati Giuseppe Caprioli e Salvatore Staiano.
Nicola De Fina, 50 anni, nato a Vibo Valentia, ha ricevuto un verdetto di annullamento con rinvio per il capo A dell’imputazione. Sarà quindi sottoposto a un nuovo giudizio per verificare la sussistenza del reato associativo. È stato difeso dagli avvocati Gianluca Tognozzi e Michela Malerba.
Nazzareno Fratea, 70 anni, originario di San Costantino Calabro (Vv), è uscito definitivamente dal processo: la Cassazione ha infatti dichiarato l’estinzione del reato per morte dell’imputato, annullando senza rinvio ogni precedente decisione.
Alessandro Longo, 46 anni, di Polistena (Rc), ha ottenuto un annullamento senza rinvio per due capi d’imputazione: il capo H è stato dichiarato non costituente reato, mentre per il capo N1 è stato accertato che “il fatto non sussiste”. La sua difesa è stata affidata agli avvocati Michela Malerba e Valerio Spigarelli.
Per Angiolino Petullà, 54 anni, nato a Wolfsburg in Germania ma calabrese d’origine, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d’Appello. A rappresentarlo, l’avvocato Rocco Femia.
Roberto Rosso, 64 anni, ex assessore regionale piemontese, originario di Casale Monferrato (Al), ha visto l’annullamento con rinvio della condanna relativa al capo R1, che riguarda il reato di scambio elettorale politico-mafioso. Sarà dunque giudicato nuovamente da un’altra sezione della Corte d’Appello. I suoi difensori sono stati gli avvocati Filippo Dinacci e Franco Coppi.
Infine, Francesco Santaguida, 47 anni, di Vibo Valentia, ha ricevuto una pronuncia di inammissibilità del ricorso, che ha consolidato la decisione di secondo grado. È stato assistito in giudizio dall’avvocato Luca Cianferoni.
Un giudizio limpido: “Sodalizio di ‘ndrangheta trapiantato al Nord”
I giudici della Suprema Corte sono chiari: “Una volta riconosciuta […] la consorteria di Carmagnola quale articolazione di ‘ndrangheta cd. delocalizzata, derivata dal clan Bonavota egemone nel territorio del Comune di Sant’Onofrio (Vv) e zone limitrofe a partire quanto meno dal 1991”, risulta comprovato il radicamento mafioso in Piemonte, basato su rapporti personali, scambi economici e logiche criminali coerenti con la casa madre calabrese.
La Cassazione sottolinea inoltre che “i giudici di merito hanno rispettato le coordinate giuridico-interpretative” che rendono possibile l’inquadramento del locale come manifestazione autonoma ma integrata della ‘ndrangheta tradizionale, con capacità di «intromissione nella composizione di dispute private» e «modalità intimidatorie” riconducibili al tipico “metodo mafioso”.
Collaboratori credibili, anche se imputati
Una delle questioni più spinose era legata all’utilizzabilità delle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia che risultavano imputati in procedimenti connessi. La difesa aveva contestato l’acquisizione delle deposizioni di Ignazio Zito, Andrea Mantella e Bartolomeo Arena, ma la Corte ha respinto in pieno la tesi: “è noto il principio da tempo affermato […] in ordine alla non applicabilità degli artt. 195 e 210 cod. proc. pen. alle dichiarazioni dibattimentali rese dai collaboratori di giustizia, sottostanti invece ai normali riscontri di cui all’art. 192”. In altri termini: le loro dichiarazioni sono pienamente valide, se corroborate da elementi oggettivi.
Una verità processuale ormai consolidata
L’operazione Carminius, nata da anni di indagini, ha trovato ora una definitiva consacrazione giudiziaria. La Cassazione conferma che le ‘ndrine calabresi possono attecchire fuori dalla Calabria e che le loro dinamiche di controllo, intimidazione e penetrazione economica sono replicabili e riconoscibili anche nel Nord Italia.
Il locale di Carmagnola non era un’allucinazione investigativa, ma un ramo operativo della ‘ndrangheta, ben innestato nel tessuto urbano, imprenditoriale e persino politico del Piemonte. Un fenomeno non folkloristico ma sistemico, di cui ora non si può più negare l’esistenza.








