La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha impugnato la decisione con cui Gaetano Emanuele, indicato dall’accusa come capo promotore dell’articolazione di ‘ndrangheta Emanuele-Idà attiva nelle Preserre vibonesi, ha lasciato il carcere per essere sottoposto agli arresti domiciliari per motivi di salute. Con l’appello presentato al Tribunale del Riesame, i sostituti procuratori Andrea Buzzelli e Annamaria Frustaci chiedono una perizia medica e il successivo ripristino della custodia cautelare in carcere. L’impugnazione riguarda l’ordinanza emessa il 12 agosto 2026 dal gip di Catanzaro Giovanni Strangis, che aveva accolto l’istanza dell’avvocato Giuseppe Di Renzo, difensore di Emanuele, coinvolto nell’inchiesta antimafia “Jerakarni”.
La Dda di Catanzaro: “Totale carenza di accertamento”
Il punto centrale sollevato dai magistrati riguarda la portata della relazione sanitaria trasmessa dalla Casa circondariale di Ancona. Il documento descrive le condizioni di salute di Emanuele, bisognoso di cautele igienico-sanitarie e terapie specifiche da effettuare in ospedale. Nel penitenziario marchigiano, secondo quanto riportato nell’atto, il sovraffollamento non permetterebbe di assegnargli una stanza singola e il personale infermieristico non sarebbe in grado di garantire le cure richieste.
Per la Dda, però, quelle conclusioni dimostrerebbero soltanto l’incompatibilità temporanea con la permanenza in quello specifico istituto, nelle condizioni contingenti in cui si trova, e non con il regime carcerario in assoluto. La relazione attesterebbe, scrivono i pm, una circostanza “del tutto diversa”: la condizione dell’indagato sarebbe incompatibile con il carcere di Ancona per le sue attuali condizioni di sovraffollamento.
Secondo l’appello, prima di sostituire la misura sarebbe stato necessario verificare se le cure potessero essere assicurate in un altro istituto e, in seconda battuta, se la patologia fosse incompatibile anche con la detenzione in una struttura sanitaria penitenziaria idonea. La Dda contesta quindi un “macroscopico difetto” nell’accertamento e sostiene che il divieto di custodia in carcere per chi soffre di gravi malattie possa prevalere sulla presunzione di adeguatezza della misura più afflittiva solo dopo una verifica completa dell’incompatibilità.
Il domicilio indicato a Gerocarne
Un secondo fronte dell’impugnazione riguarda la casa scelta per l’esecuzione dei domiciliari a Gerocarne. A giudizio dell’accusa, il gip avrebbe disposto la sostituzione della misura senza una preventiva verifica dell’idoneità dell’abitazione sia rispetto alle necessità sanitarie sia rispetto alle esigenze cautelari. Emanuele, sottolinea il ricorso, avrebbe raggiunto il domicilio “libero e senza scorta”. La Dda osserva che l’ospedale più vicino, quello di Soriano Calabro, non disporrebbe di reparti di alta specializzazione o di day hospital dedicati alle terapie complesse indicate dai sanitari. Il primo presidio in grado di garantire le cure approprieta sarebbe l’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia, a circa trenta chilometri, mentre nel fascicolo – sempre secondo i pm – non risulterebbero depositati né un piano terapeutico né una richiesta al gip per autorizzare gli spostamenti necessari alle cure.
I rilievi sulle esigenze cautelari
L’accusa considera il domicilio inidoneo anche sotto il profilo della sicurezza. Nell’appello, Gerocarne e Soriano vengono indicati come il “cuore e l’epicentro” dell’organizzazione che gli inquirenti attribuiscono a Emanuele. I magistrati richiamano inoltre un episodio del luglio 2024: durante l’esecuzione della misura cautelare nell’inchiesta “Habanero”, l’indagato si sarebbe allontanato dalla stessa abitazione, sottraendosi in quella fase all’esecuzione del provvedimento. Nel ricorso viene infine segnalata la presenza nella casa della moglie, nei cui confronti la Procura aveva già chiesto, nell’aprile scorso, un divieto di incontro con Emanuele sulla base di circostanze investigative richiamate nell’atto.
Per i pm resta immutato il rischio di reiterazione dei reati. Lo stato di salute, sostengono, non basta da solo a dimostrare una minore pericolosità né l’impossibilità di mantenere contatti con il contesto criminale di riferimento. Nel ricorso si richiamano le precedenti decisioni cautelari, secondo le quali soltanto la stabile rescissione dei legami con l’associazione o la sua dissoluzione potrebbero superare la presunzione di pericolosità prevista per l’accusa di associazione mafiosa.
La richiesta al Tribunale del Riesame
La Dda chiede dunque al Tribunale di disporre, in via preliminare, una perizia medica per accertare se le condizioni di Emanuele siano compatibili con la detenzione, compresa quella in un’adeguata struttura sanitaria penitenziaria. All’esito, sollecita la riforma dell’ordinanza del gip e il ritorno in carcere dell’indagato. La decisione sui domiciliari resta nel frattempo fondata sugli accertamenti sanitari acquisiti dal giudice, che aveva ritenuto le condizioni di Emanuele temporaneamente incompatibili con il carcere e bisognose di cure e cautele non garantibili nell’istituto di Ancona. Sarà ora il Tribunale del Riesame a valutare se quelle risultanze siano sufficienti o se, come sostiene la Procura antimafia, occorra un nuovo accertamento tecnico prima di modificare la misura cautelare.













