Le Preserre vibonesi ancora nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Stavolta in azione sono entrati oltre 140 militari dell’Arma dei Carabinieri dispiegati simultaneamente in otto province italiane — Vibo Valentia, Catanzaro, Cosenza, Torino, Sassari, Teramo, Terni e Viterbo — per dare esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Quindici le persone raggiunte dal provvedimento, di cui cinque già detenute. Tutte sono gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso e detenzione illegale di armi comuni e da guerra.
La faida per il controllo delle Preserre
L’indagine — terzo step di una progressione investigativa unitaria che nelle settimane precedenti aveva già smantellato i gruppi Maiolo e Emanuele-Idà — ricostruisce, sul piano della gravità indiziaria, la cruenta guerra di ‘ndrangheta che ha insanguinato le Preserre vibonesi a partire dal 2002. Quell’anno, con il duplice omicidio di Giuseppe e Vincenzo Loielo, avvenuto il 22 aprile, il controllo criminale dell’area era passato saldamente nelle mani della ‘ndrina Emanuele, facente capo alla famiglia omonima e appartenente alla Locale dell’Ariola. La cosca Loielo, privata del proprio territorio, avrebbe tentato di riconquistarlo con una strategia di terrore culminata, nel settembre del 2017, nella posa di un’autobomba, episodio che il Procuratore Capo della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, ha definito in conferenza stampa come “«”un attentato di una certa pericolosità sociale”.
I due omicidi al centro dell’indagine
La morte di Antonino Zupo
Il primo evento omicidiario ricostruito dagli inquirenti è l’omicidio di Zupo Antonino, classe 1981, affiliato alla ‘ndrina Emanuele, avvenuto il 22 settembre 2012. Secondo la ricostruzione investigativa, Zupo sarebbe stato avvicinato mentre si trovava agli arresti domiciliari da un soggetto che lo conosceva, il quale, con un pretesto, avrebbe stabilito un contatto diretto prima di estrarre una pistola e colpirlo a morte. Per questo omicidio è stato raggiunto da misura cautelare un indagato specifico, distinto dal gruppo di fuoco dell’agguato successivo. Il Tenente Colonnello Simone Puglisi, comandante del nucleo investigativo del Reparto Operativo di Vibo Valentia, ha precisato che “si tratta di un altro soggetto rispetto a quello che ha agito nell’agguato a Tassone. Il killer avrebbe avvicinato la vittima mentre era agli arresti domiciliari, attraverso un pretesto, e una volta raggiunto il contatto avrebbe estratto una pistola colpendolo a morte”.
L’agguato a Tassone e la morte di Filippo Ceravolo
Il secondo episodio, nel quale è cristallizzato il dramma che ha mobilitato le coscienze dell’intera comunità vibonese, è il tentato omicidio di Domenico Tassone, classe 1985, descritto dall’accusa come “uno degli azionisti di spicco della cosca degli Emanuele”, avvenuto il 25 ottobre 2012 a Vazzano. L’agguato era stato pianificato con cura maniacale: due soggetti, Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro, avrebbero avuto il compito dei cosiddetti “specchietti”, ovvero l’avvistamento del bersaglio. A bordo di una Fiat Punto di colore grigio, avrebbero atteso il passaggio dell’autovettura su cui viaggiava Tassone, segnalando al gruppo di fuoco il momento dell’esecuzione con tre colpi di clacson.
A sparare sarebbe stato Alessandro Nesci Giovanni , classe 1990, il solo per il quale il gip ha ritenuto sussistere la gravità indiziaria di colpevolezza idonea alla misura cautelare. L’arma utilizzata era un fucile da caccia a canna lunga a carica multipla: un errore nell’uso del mezzo di esecuzione trasformò l’agguato in una tragedia collaterale. A perdere la vita non fu Tassone — rimasto ferito solo lievemente — ma Filippo Ceravolo, 19 anni, completamente estraneo a qualsiasi contesto criminale, colpevole unicamente di aver accettato un passaggio dall’uomo designato come bersaglio per andare a trovare la propria fidanzata. Il procuratore Curcio ha sottolineato con forza questo aspetto: «”Per un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione, il colpo ha attinto il povero Filippo Ceravolo, reo semplicemente di aver preso un passaggio da Tassone”.
Il metodo investigativo: un mosaico costruito tessera per tessera
Tredici anni di pazienza
Il procuratore Curcio ha spiegato con precisione metodologica le ragioni dell’attesa. “Un’indagine di mafia richiede necessariamente molta pazienza”, ha detto. “Il nostro sistema processuale è caratterizzato da principi di diritto consolidati, tra tutti il ne bis in idem. Piuttosto che esercitare l’azione penale in maniera ballerina, è preferibile archiviare il procedimento, riaprirlo, proseguire le indagini, ma andare a giudizio con un’alta probabilità di condanna. Altrimenti non solo spendiamo malamente i soldi del contribuente, ma non rendiamo un servizio alla giustizia”.
Il contributo dei collaboratori, le celle telefoniche, i falsi alibi
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia — tra i quali il procuratore ha citato implicitamente Walter Loielo — hanno rappresentato una tessera importante, ma non sufficiente da sola. “Senza il paziente e minuzioso lavoro investigativo fatto dall’Arma dei Carabinieri”, ha precisato Curcio, “difficilmente solo con le dichiarazioni dei collaboratori avremmo raggiunto quella gravità indiziaria che oggi ha consentito l’emissione dei provvedimenti restrittivi”. Accanto al contributo dichiarativo, gli investigatori hanno ricostruito tramite i dati di traffico telefonico gli spostamenti di tutti gli indagati nella sera del delitto, verificato e smontato i falsi alibi forniti dagli stessi — individuando in particolare un controllo della Fiat Punto grigia in un’area prossima al luogo dell’omicidio con due dei sospettati a bordo, avvenuto poche ore prima dell’agguato — analizzato le immagini di videosorveglianza della zona, sviluppato intercettazioni ambientali durante le audizioni dei soggetti sentiti dalla polizia giudiziaria e studiato colloqui intercorsi tra soggetti gravitanti nelle stesse orbite criminali, anche a distanza di anni dai fatti. “È stato come comporre un mosaico», ha detto Curcio, «in cui ogni tessera doveva essere collocata al posto giusto”.
La complessità del territorio
Il Comandante Provinciale dei Carabinieri Antonio Parillo ha ricordato le specifiche difficoltà operative legate al contesto geografico: “Fare un pedinamento a Roma è sicuramente più semplice che a Soriano e a Gerocarne. La nostra tecnica investigativa è pienamente plasmate al criterio della convergenza del molteplice: ci è richiesta la capacità di raccogliere e assemblare una pluralità di elementi nel corso di investigazioni che si sviluppano su archi temporali molto ampi”.
I profili rimasti fuori dall’ordinanza
Il Procuratore Curcio ha chiarito un punto delicato della vicenda giudiziaria: il mandante dell’agguato e un quarto componente del gruppo di fuoco, entrambi individuati dalla Procura antimafia nell’ambito delle richieste cautelari, non hanno ricevuto la misura restrittiva. “L’ufficio del gip, nei loro confronti, non ha ritenuto sussistere la gravità indiziaria di colpevolezza”, ha spiegato Curcio. Il quarto soggetto sarebbe stato, secondo la ricostruzione investigativa, il complice armato di Nesci nell’esecuzione materiale dell’agguato. “L’indagine non è terminata”, ha concluso il procuratore. “L’attenzione su quest’area geografica è massima, in ragione della spiccata pericolosità sociale di questi gruppi”.
Armi da guerra e reati satelliti
Parallelamente alla ricostruzione degli eventi omicidiari, le indagini hanno portato all’emersione di ulteriori fattispecie criminose. Sul piano delle estorsioni, è stata ricostruita una richiesta di 20.000 euro — più quote mensili non precisate — imposta da un esponente della ‘ndrina Loielo a un importante imprenditore locale; nonché un tentativo di estorsione ad opera di tre affiliati alla ‘ndrina Emanuele ai danni di una ditta edile impegnata nella realizzazione di opere pubbliche a Sorianello. In materia di armi, nel corso delle investigazioni sono stati sequestrati 5 pistole e 7 fucili, tra i quali un AK-47 Kalashnikov, arma da guerra che il Procuratore Curcio ha citato con particolare rilievo in conferenza stampa come simbolo della pericolosità dell’arsenale accumulato dai clan.
La voce del procuratore: dignità al dolore di una famiglia
La conferenza stampa si è chiusa con un momento di intensa umanità. Il procuratore Curcio ha saputo, pochi minuti prima di parlare ai giornalisti, che i genitori di Filippo Ceravolo — Martino e Anna, erano in viaggio verso la Calabria, in lacrime, per ringraziare la magistratura e i Carabinieri. “Io penso che non ci sia disgrazia peggiore che possa capitare a un essere umano che sopravvivere a un figlio”, ha detto Curcio. “Perdere un figlio in queste circostanze, senza essere in grado di darsi una spiegazione su quello che è realmente accaduto, è un dolore aggiuntivo che rischia di condurre all’oblio e alla disperazione più cupa. Qualche mese fa il signor Ceravolo è venuto a trovarmi in ufficio. Io lo sapevo già di determinate cose, ma non potevo dirglielo. L’ho sollecitato ad avere fiducia nella giustizia. Vi posso assicurare che nessun fatto impunito, a maggior ragione nei confronti di una vittima innocente di mafia, sarà mai sottratto alla nostra attenzione investigativa”.
Ha poi ricordato un altro dolore presente: quello di Francesca, Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori del piccolo Donò, “che stanno vivendo in questo momento un’altra battaglia durissima. A Francesca e Giovanni auguro ogni bene”.
I cold case e la promessa investigativa
Il procuratore Curcio ha infine annunciato che la Dda di Catanzaro sta lavorando sistematicamente al recupero di fascicoli archiviati, aggiornandoli alla luce di nuovi collaboratori di giustizia, nuove fonti di prova e del progresso tecnologico e scientifico nelle tecniche forensi. “Ahimè, in questa terra l’omicidio non è un episodio eccezionale o occasionale, ma ha contrassegnato la storia criminale di questa nostra terra. Stiamo andando a riprendere tutta una serie di cold case, i vecchi fascicoli di mafia, per cercare di riattualizzarli”. A chiudere la conferenza, una promessa in due parole: “To be continued“.






