27 Ottobre 2026
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Omicidio del giudice Scopelliti, la Procura di Reggio segue una nuova pista: i killer partirono da Messina?

La base logistica del delitto potrebbe essere stata allestita a Messina, roccaforte storica del clan Romeo-Santapaola. Perquisite case, capannoni e terreni legati alla cosca. Una traccia inedita riapre il caso

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C’è una nuova ipotesi investigativa dietro l’esecuzione mafiosa del giudice Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto 1991 mentre rientrava nella sua Villa San Giovanni per le vacanze. Le ultime indagini coordinate dalla Procura di Reggio Calabria, con in prima linea il procuratore facente funzioni Giuseppe Lombardo, indicano che i killer sarebbero partiti da Messina. Una svolta clamorosa, che potrebbe riscrivere le mappe della complicità tra ‘ndrangheta e Cosa nostra nell’omicidio del magistrato che stava per rappresentare l’accusa in Cassazione contro i boss del maxiprocesso Falcone.

Il commando di fuoco e la base logistica sullo Stretto

Secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Sud, è a Messina che gli inquirenti stanno cercando la base logistica del commando. Gli uomini della Sisco della Polizia, su delega della DDA reggina, hanno passato al setaccio case, capannoni e terreni che in passato risultavano nella disponibilità della cellula messinese del clan Romeo-Santapaola, filiazione del più potente gruppo mafioso di Catania. Il sospetto è che proprio lì, a due passi dalla sponda calabrese, sia stato pianificato nei dettagli l’agguato costato la vita al magistrato.

I legami familiari tra Messina e il clan Santapaola

A rafforzare questa pista è la storia familiare di alcuni degli esponenti di spicco del clan. La sorella di Nitto Santapaola, Concetta, si trasferì a Messina tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Lì sposò Francesco Romeo, detto “don Ciccio”, figura chiave della mafia peloritana e reggente del gruppo Romeo-Santapaola, morto di covid nel gennaio 2021.
Questi legami affondano le radici nel tempo e consolidano l’idea che Messina non fosse solo zona di passaggio, ma una testa di ponte criminale strategica per operazioni anche complesse, come l’omicidio di un giudice di Cassazione.

Operazione Beta: il passato mafioso torna a galla

I precedenti penali non lasciano dubbi sullo spessore criminale del gruppo. L’operazione Beta, condotta dalla Dda di Messina, ha fotografato gli affari illeciti dei Romeo-Santapaola nella città dello Stretto: estorsioni, traffici, controllo del territorio. Il processo ha portato alla condanna a 16 anni di “don Ciccio” Romeo, considerato il boss che sovraintendeva a tutti i clan messinesi. Ora, proprio nei vecchi covi di quel clan, la Sisco è tornata a cercare documenti, armi, nascondigli o qualsiasi elemento utile a corroborare la nuova pista sull’omicidio di Scopelliti.

Un patto di sangue tra Cosa nostra e ‘ndrangheta

L’omicidio Scopelliti, secondo gli inquirenti, rientra nel patto criminale tra Cosa nostra e ‘ndrangheta per bloccare in Cassazione il maxiprocesso avviato da Giovanni Falcone. La sua uccisione, avvenuta mentre studiava i faldoni del processo nella sua casa di Piale di Campo Calabro, fu una strategia mafiosa per influenzare i giudici e minare la tenuta del più grande procedimento antimafia mai celebrato in Italia.
Oggi, a oltre tre decenni di distanza, l’indagine potrebbe imboccare una nuova direzione, grazie anche – pare – alle rivelazioni di un collaboratore di giustizia.

Verso una svolta? Le domande ancora aperte

Cosa cercavano esattamente gli investigatori nelle proprietà perquisite? Quali elementi concreti sono emersi da quelle ispezioni? E, soprattutto, chi sono i nuovi nomi che potrebbero finire sotto indagine? Sono domande che per ora non hanno risposta, ma che aprono scenari inquietanti su un delitto eccellente ancora senza giustizia piena. Se la pista messinese reggerà alla prova dei fatti, potrebbe riscrivere pagine fondamentali della storia giudiziaria italiana.

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