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24 Maggio 2026
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Omicidio del macellaio Francesco Rosso: la Cassazione conferma tre condanne definitive

La Suprema Corte respinge i ricorsi degli imputati per il delitto consumato nel 2015 a Simeri Crichi. Confermate le pene d'Appello a trenta e quindici anni per la spedizione punitiva nata da vecchi contrasti di vicinato, mentre la posizione del mandante resta sospesa per incapacità processuale.

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La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al percorso giudiziario sull’omicidio di Francesco Rosso, il macellaio trentacinquenne brutalmente assassinato la mattina del 14 aprile 2015 all’interno della macelleria di famiglia a Simeri Mare, frazione del comune di Simeri Crichi. I giudici della Suprema Corte hanno respinto in modo definitivo i ricorsi che erano stati presentati da Francesco Mauro, Gregorio Procopio e Vincenzo Sculco, rendendo irrevocabili i verdetti emessi nel febbraio del 2025 dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro.

Il quadro sanzionatorio definitivo fotografa la rimodulazione delle pene già operata nel secondo grado di giudizio, che aveva escluso la massima pena dell’ergastolo comminata invece in primo grado. Gregorio Procopio e Francesco Mauro dovranno scontare trenta anni di reclusione, in perfetta linea con le richieste avanzate a suo tempo dalla procura generale. Per Vincenzo Sculco la condanna definitiva è stata fissata a quindici anni e quattro mesi di reclusione, a fronte di una richiesta iniziale dell’accusa pari a sedici anni e di una prima sentenza di condanna a ventiquattro anni. Resta invece congelata la posizione di quello che viene considerato il mandante dell’intera operazione di sangue, Evangelista Russo, il quale già nel processo di secondo grado era stato dichiarato provvisoriamente incapace di stare a processo, una condizione che impone per legge una verifica semestrale della sua reale pericolosità sociale.

Il ruolo del killer reo confesso e la pianificazione del delitto

Nelle motivazioni che accompagnano la sentenza della Cassazione viene ribadita la piena e totale attendibilità delle dichiarazioni fornite dal collaboratore di giustizia Danilo Monti. L’uomo, esecutore materiale dell’omicidio dietro il bancone del negozio, era già stato condannato in via definitiva a diciassette anni di reclusione per aver scelto di essere giudicato con il rito abbreviato. La Suprema Corte ha voluto sottolineare con fermezza come tutti i ricorrenti abbiano preso parte in modo attivo alla fase deliberativa del piano e abbiano presenziato alla riunione strategica in cui il mandato omicidiario fu materialmente conferito da Russo, offrendo un contributo concreto e fattivo nel coordinamento delle forze sul campo. I tre imputati sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa che sono state sostenute dalle parti civili costituite nel processo.

L’intera operazione criminale venne pianificata nei minimi dettagli e fruttò ai componenti del gruppo di fuoco una somma in denaro pari a trentamila euro, la cifra che Russo accettò di versare ai sicari per portare a compimento il proprio disegno di morte. L’identificazione della rete dei responsabili fu possibile grazie a un blitz scattato il 21 settembre 2017, culmine di una complessa attività investigativa che permise agli inquirenti di monitorare oltre centottantamila conversazioni intercettate, censire centotrenta soggetti di interesse investigativo e analizzare i filmati delle telecamere di sicurezza dislocate in un raggio di venti chilometri dal luogo del delitto. Fu proprio Monti a fare irruzione nell’attività commerciale sparando tre colpi letali contro la vittima, prima di crollare in una piena confessione a un mese dal suo arresto.

L’origine della faida: un muro di confine lungo venti anni

La ricostruzione storica della vicenda ha permesso all’apparato investigativo di suffragare un’ipotesi legata a profondi risentimenti personali. Fin dai primissimi giorni successivi al delitto, l’attenzione delle forze dell’ordine si era focalizzata sui pesanti e duraturi contrasti che da molti anni dividevano la famiglia Russo dalla famiglia Rosso.

Le radici dell’astio erano legate a una controversia banale concernente la costruzione di un muro di confine tra le rispettive proprietà limitrofe. Una lite violenta scaturita oltre venti anni prima per questo motivo aveva provocato ferite permanenti a Evangelista Russo e a suo figlio. Quell’episodio di violenza era stato vissuto da Russo come un affronto intollerabile e insanabile, un torto antico che secondo la logica criminale del mandante doveva essere vendicato a ogni costo, portando poi alla tragica esecuzione del giovane macellaio calabrese.

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