Giuseppe Calabrò, il “dutturicchiu” della ‘ndrangheta, resta in cella. La gip di Milano, Giulia Marozzi, ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per il 76enne, condannato pochi giorni fa all’ergastolo per l’omicidio di Cristina Mazzotti. La studentessa diciottenne fu sequestrata e uccisa nell’estate del 1975, un caso che segnò la cronaca nera italiana e che ha trovato un nuovo epilogo giudiziario a distanza di cinquant’anni.
Il biglietto per il Sud e il rischio latitanza
La Squadra Mobile ha intercettato Calabrò venerdì sera alla periferia est di Milano. Secondo i pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola, l’uomo era pronto a sparire: aveva già acquistato un biglietto per Reggio Calabria. In terra d’origine, Calabrò poteva contare su una rete di appoggi capace di “garantirgli la latitanza”. Durante l’interrogatorio, l’indagato ha respinto le accuse: “Ho partecipato a tutte le udienze del processo sino all’ultima, a cui ho partecipato per difendermi, continuando a sostenere la mia innocenza”. Una tesi che non ha convinto i magistrati, convinti che il verdetto dell’ergastolo avrebbe spinto il condannato a cercare rifugio nei propri feudi criminali.
Il profilo: un “invisibile” tra San Siro e la Calabria
Le indagini delineano Calabrò come un “invisibile” della criminalità organizzata: un uomo dall’apparenza tranquilla ma dotato di un valore criminale elevatissimo. La gip sottolinea la sua “elevatissima pericolosità”, descrivendolo come un affiliato apicale in grado di interloquire su un piano di superiorità con i massimi esponenti della ‘ndrangheta, sia al Nord che in Calabria. Un collaboratore di giustizia ha rivelato che persino Carmine De Stefano, boss di spicco a Reggio Calabria, si era stupito di poterlo incontrare, a conferma dello status quasi leggendario dell’uomo.
Calabrò gestiva la propria presenza a Milano con estrema cautela: utilizzava telefoni di vecchia generazione, spegnendoli per lunghi periodi per sfuggire ai tracciamenti. Il suo nome compare anche nelle pieghe dell’inchiesta “Doppia Curva” sulle infiltrazioni ultras a San Siro; gli inquirenti lo ritengono la figura che “ha fornito protezione a Caminiti affinché questo potesse gestire, con modalità estorsive, i parcheggi di San Siro”. Una fama criminale intatta, che secondo la Procura lo rendeva un soggetto pronto a svanire nel nulla pur di evitare il carcere a vita.








