17 Luglio 2026
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Pressioni al pentito Emanuele Mancuso, nuovo processo d’appello: la Procura generale chiede tre condanne (NOMI)

Nell'Appello-bis disposto dalla Cassazione, il sostituto procuratore generale ha sollecitato pene fino a cinque anni e due mesi. Le difese contestano la presenza di violenze o minacce: sentenza fissata per il 30 ottobre

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Si è tenuto oggi davanti alla Terza sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro il giudizio di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione nei confronti di Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, Giuseppe Salvatore Mancuso e Giovanna Del Vecchio. Il procedimento mira a fare luce sulle presunte pressioni esercitate dai familiari nei confronti di Emanuele Mancuso, affinché interrompesse il percorso di collaborazione con la giustizia. Un altro segmento del processo riguarda la latitanza di Giuseppe Mancuso, fratello di Emanuele e figlio di Pantaleone Mancuso, e la detenzione di armi contestata durante quel periodo.

Le richieste della Procura generale

Nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore generale ha chiesto la condanna di Giuseppe Salvatore Mancuso a cinque anni e due mesi di reclusione e 3.200 euro di multa per la detenzione di armi aggravata dal metodo mafioso. Per Pantaleone Mancuso e Giovanna Del Vecchio sono stati invece richiesti due anni di reclusione ciascuno in relazione alla contestazione di violenza privata collegata alle presunte pressioni esercitate sul collaboratore di giustizia.

La discussione delle difese

Dopo la requisitoria hanno discusso gli avvocati Francesco Sabatino, Francesco Capria e Giosuè Bruno Naso, soffermandosi sui principi fissati dalla Suprema Corte nella sentenza che ha disposto il nuovo processo d’appello. I difensori hanno evidenziato, in particolare, come la Cassazione avesse rilevato la mancata individuazione, nella precedente pronuncia, di precise condotte di violenza o minaccia attribuibili a Pantaleone Mancuso e Giovanna Del Vecchio.

Il precedente giudizio d’appello

Nel precedente processo di secondo grado, Giuseppe Mancuso era stato condannato a quattro anni e un mese di reclusione, ma con l’esclusione delle aggravanti mafiose. La Procura generale di Catanzaro aveva impugnato la decisione e la Cassazione ne ha accolto il ricorso, disponendo un nuovo giudizio limitatamente alla valutazione delle aggravanti mafiose. La Suprema Corte ha inoltre annullato con rinvio, accogliendo i ricorsi delle difese, le condanne a un anno e quattro mesi ciascuno inflitte a Pantaleone Mancuso, 64 anni, e Giovanna Del Vecchio, 57 anni, entrambi di Nicotera e genitori di Emanuele Mancuso. Sono state invece confermate le assoluzioni di Rosaria Del Vecchio, 59 anni, zia di Emanuele Mancuso, e di Desiree Mancuso, 33 anni, sorella del collaboratore di giustizia.

La posizione di Giuseppe Mancuso e le aggravanti mafiose

Nelle motivazioni, la Cassazione ha spiegato che Giuseppe Mancuso non poteva essere considerato semplicemente un soggetto armato per difendersi da possibili aggressioni criminali. Secondo la Suprema Corte, si trattava invece di un capomafia latitante che avrebbe avuto l’esigenza di continuare a esercitare il proprio potere nel contesto malavitoso e di proteggersi da aggressioni legate proprio al ruolo rivestito all’interno dell’associazione.

La Cassazione ha inoltre rilevato che la Corte d’Appello non aveva adeguatamente affrontato il tema della natura e della capacità lesiva delle armi, elementi che il Tribunale di Vibo Valentia aveva ritenuto indicativi della capacità di inserirsi nelle dinamiche criminali e nel controllo del territorio. Da queste considerazioni è derivato l’accoglimento del ricorso della Procura generale e la necessità di un nuovo giudizio sulla configurabilità delle aggravanti mafiose.

Le presunte pressioni sul collaboratore di giustizia

Diversa la valutazione della Cassazione sulle posizioni di Pantaleone Mancuso e Giovanna Del Vecchio, accusati di avere esercitato pressioni su Emanuele Mancuso affinché abbandonasse la collaborazione con la giustizia. Secondo la Suprema Corte, l’azione attribuita ai due imputati, considerata nel suo complesso e nel suo sviluppo temporale, presentava un carattere di vaghezza, risolvendosi in una generica manifestazione di contrarietà alla scelta collaborativa intrapresa dal congiunto. La Cassazione non ha messo in discussione, in sé, l’attendibilità del racconto di Emanuele Mancuso sulle pressioni ricevute. Ha però ritenuto carente la motivazione della Corte d’Appello nella parte in cui non aveva indicato concretamente quale attività violenta o minacciosa fosse stata posta in essere dagli imputati. La Cassazione ha disposto che questa lacuna motivazionale venga colmata nel nuovo processo, lasciando alla Corte d’Appello piena libertà nella valutazione finale e nell’esito del giudizio.

Sentenza fissata per il 30 ottobre

La Corte, presieduta da Antonio Giglio e composta dai consiglieri Fontanazza e Di Girolamo, si ritirerà in camera di consiglio il prossimo 30 ottobre, quando è prevista la pronuncia della sentenza.

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