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6 Dicembre 2025
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Processi in Italia, metà finiscono in assoluzione: i numeri smentiscono la propaganda contro la magistratura

Le cifre ufficiali del Ministero della Giustizia e della Cassazione mostrano un sistema garantista e complesso, non un fallimento. Ma c’è chi, con statistiche distorte, tenta di trasformare le assoluzioni in armi contro magistrati come Nicola Gratteri

In Italia, da oltre trent’anni, quasi un imputato su due viene assolto. È un dato strutturale, non episodico. Secondo le statistiche del Ministero della Giustizia e della Corte di Cassazione, nei processi penali celebrati con rito ordinario la percentuale di assoluzioni oscilla da anni tra il 45% e il 55%. Dal 1994 a oggi, il dato non ha mai superato queste soglie, segno di una costanza fisiologica legata all’impianto del nostro sistema processuale.

Ciò significa che ogni anno decine di migliaia di imputati entrano in aula e ne escono assolti, spesso dopo lunghi procedimenti. Un dato che non certifica il malfunzionamento della giustizia, ma la presunzione d’innocenza come principio cardine dell’ordinamento italiano. In un sistema dove la colpevolezza deve essere provata “oltre ogni ragionevole dubbio”, l’assoluzione non è un’eccezione: è parte del meccanismo di garanzia.

Assoluzione non significa errore giudiziario

Nella comunicazione pubblica e mediatica si tende spesso a confondere assoluzione con ingiusta detenzione, ma si tratta di due categorie profondamente diverse.
L’assoluzione indica che il giudice non ha ritenuto provata la colpevolezza, mentre l’ingiusta detenzione riguarda chi è stato privato della libertà durante il processo e successivamente riconosciuto innocente o prosciolto.

I dati ministeriali sono chiari: solo il 9-10% delle persone sottoposte a custodia cautelare risulta poi completamente innocente. La gran parte delle assoluzioni, invece, riguarda imputati mai detenuti preventivamente. Di conseguenza, fare equivalere “assoluzione” a “errore giudiziario” è una falsificazione logica e statistica.

Prescrizioni e improcedibilità, l’effetto delle riforme

Con l’introduzione della Riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022), è stato introdotto l’istituto dell’improcedibilità per durata eccessiva del processo. Secondo la Relazione annuale della Corte di Cassazione del 2024, nei primi due anni di applicazione della riforma i procedimenti chiusi senza decisione di merito sono aumentati del 12%, soprattutto nei giudizi di appello. È l’effetto di una riforma che punta a ridurre la durata complessiva dei processi ma che, di fatto, accresce il numero di fascicoli conclusi senza accertamento definitivo.

A questi si sommano le prescrizioni, che rappresentano circa il 9% dei procedimenti penali definiti. La somma di assoluzioni, prescrizioni e improcedibilità porta il numero complessivo dei processi conclusi senza condanna vicino al 60%, un valore che però deve essere letto nel contesto di un ordinamento garantista e non punitivo.

Perché in Italia si assolve così tanto

Il processo penale italiano è costruito su un modello probatorio e garantista, dove il principio del dubbio opera sempre a favore dell’imputato. La pluralità dei gradi di giudizio, la durata media delle indagini e la complessità tecnica di molti reati portano a un naturale indebolimento delle prove, che spiega il tasso elevato di assoluzioni. Molti procedimenti vengono avviati per reati minori o di difficile dimostrazione, mentre l’obbligatorietà dell’azione penale impone al pubblico ministero di agire su ogni notizia di reato, anche con prove limitate. Questo produce un sistema in cui il filtro decisivo avviene in aula: un meccanismo imperfetto, ma coerente con l’idea di giustizia prevista dalla Costituzione.

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui il pubblico ministero è obbligato per legge ad esercitare l’azione penale su ogni notizia di reato. In Germania, in Spagna o nei Paesi Bassi, invece, il principio di “opportunità” consente di non procedere quando le prove sono insufficienti o il fatto è di lieve entità. Questo spiega perché l’Italia registra un tasso di assoluzione più alto della media europea, che si aggira intorno al 34%. Non è sinonimo di inefficienza, ma di un impianto più esteso e inclusivo, che preferisce far discutere tutto in sede pubblica piuttosto che chiudere le inchieste in silenzio.

La svolta Nordio e i nuovi proscioglimenti

La Legge Nordio n.114 del 2024 ha abrogato l’articolo 323 del codice penale (abuso d’ufficio) e ristretto l’ambito del traffico di influenze illecite.
Queste modifiche hanno prodotto l’archiviazione automatica di centinaia di procedimenti e un calo del 18% delle nuove iscrizioni nei registri degli indagati per reati contro la Pubblica Amministrazione. Di riflesso, nel 2024 è cresciuto il numero complessivo dei proscioglimenti e delle sentenze di non doversi procedere, ma si tratta di un effetto transitorio legato al mutamento normativo, non di un aumento di errori giudiziari.

Nel breve periodo, quindi, la Nordio ha determinato un aumento apparente dei proscioglimenti, poiché molte indagini in corso sono state archiviate o estinte per la ridefinizione del perimetro penale. In prospettiva, questa riduzione dei reati perseguibili produrrà un calo dei processi, ma non necessariamente un abbassamento del tasso di assoluzioni, che dipende da fattori strutturali e non contingenti.

La Calabria e il dato nazionale

Nei distretti di Catanzaro e Reggio Calabria, il tasso di assoluzione si colloca tra il 46% e il 53%, perfettamente in linea con la media italiana. La differenza risiede nella tipologia dei reati: in Calabria una parte significativa dei procedimenti riguarda la criminalità organizzata, dove il numero di imputati è elevato, la prova richiede tempi lunghi e accertamenti complessi, le indagini si basano su migliaia di intercettazioni, verbali e riscontri.

Nei maxi-processi, le condanne restano numericamente rilevanti, ma le assoluzioni parziali o totali raggiungono punte del 35-40%. È fisiologico in procedimenti con decine di capi d’imputazione e prove complesse. Il dato calabrese, dunque, non rappresenta un fallimento locale, ma una fotografia amplificata di ciò che accade a livello nazionale.

Contro la propaganda: assoluzioni non sono “flop”

Negli ultimi mesi, testate come Il Foglio e altri quotidiani di orientamento politico hanno diffuso la tesi secondo cui l’alto tasso di assoluzioni equivarrebbe a un numero crescente di ingiuste detenzioni, utilizzando questo parallelismo per delegittimare il lavoro della magistratura e in particolare figure come Nicola Gratteri. Questa equazione, però, è priva di fondamento statistico e giuridico.

Le fonti istituzionali ufficiali – Ministero della Giustizia, Corte di Cassazione, ISTAT ed Eurostat – dimostrano che le assoluzioni sono un esito fisiologico del sistema penale, non un indicatore di errori investigativi o abusi di custodia cautelare. Confondere questi piani serve solo ad alimentare una narrazione tossica e fuorviante, utile a chi mira a screditare la giurisdizione in materia antimafia e a costruire l’immagine di magistrati “persecutori”.

I numeri, invece, parlano chiaro: il tasso di assoluzione resta stabile da trent’anni, anche in periodi in cui Gratteri o altri magistrati simbolo non avevano ruoli direttivi. È quindi una bufala giornalistica quella che tenta di trasformare un fenomeno strutturale in una colpa personale, una forma di disinformazione travestita da analisi giudiziaria, buona per i talk show e per i giornalisti da salotto al servizio dei poteri che temono la magistratura indipendente.

La fisiologia di un sistema garantista

L’Italia non è un Paese che “assolve troppo”, ma uno Stato di diritto che impone alla giustizia di non condannare nel dubbio. In trent’anni di statistiche ufficiali, il tasso di assoluzione non è mai sceso sotto il 45% né salito oltre il 55%. È un equilibrio costante, specchio di una giustizia prudente e garantista, non fallimentare. La tentazione di politicizzare questi numeri, piegandoli a battaglie ideologiche contro singoli magistrati o procure, tradisce l’essenza stessa della verità giudiziaria: la libertà personale viene prima di ogni consenso mediatico.


Fonti istituzionali consultate: Ministero della Giustizia – Direzione Generale di Statistica e Analisi Organizzativa, Relazioni annuali sulla giustizia penale; Corte di Cassazione, Relazione sull’amministrazione della giustizia 2024; ISTAT, Statistiche giudiziarie penali – Serie storica; D.Lgs. 150/2022 (Riforma Cartabia); Legge 9 agosto 2024 n. 114 (Riforma Nordio); Eurostat, Criminal Justice Statistics 2023.

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