Mario Longo viene assassinato la sera del 1° aprile 2012, lungo la strada provinciale 11 in località Facciolo, a Triparni. E’ l’arteria che collega la frazione di Portosalvo alla città capoluogo, Vibo Valentia. Un’esecuzione brutale, sette colpi di calibro 357 Magnum esplosi nel pieno della faida tra i Piscopisani e il gruppo dei Patania. Un omicidio che l’accusa colloca nel contesto delle dinamiche mafiose del Vibonese, attribuendolo a una decisione maturata per eliminare un soggetto ritenuto “inaffidabile”, sospettato di parlare con le forze dell’ordine o con le consorterie avversarie.
La faida e il sospetto del tradimento
Il sopralluogo restituisce subito la fotografia di una esecuzione mafiosa. Il corpo viene rinvenuto tra i due sedili anteriori, con i piedi all’esterno dell’abitacolo. A terra, poco distante dall’auto, un bossolo calibro 357 magnum. Le analisi balistiche confermeranno che i colpi sono stati esplosi da un’unica arma, compatibile con una revolver di grosso calibro, tipica delle azioni di ‘ndrangheta.
Gli accertamenti del Ris di Messina evidenziano inoltre una fortissima concentrazione di residui di polvere da sparo sul pannello interno della portiera lato guida, elemento che – come annota il giudice – “consente di individuare con chiarezza il punto di sparo”. Un’esecuzione ravvicinata, diretta, senza esitazioni. Secondo l’impostazione accusatoria, l’omicidio Longo matura all’interno della faida tra Piscopisani e Patania, una delle più violente che abbia attraversato il Vibonese. Il giudice ricostruisce il movente così come emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori: Longo sarebbe stato considerato un informatore, o quantomeno un soggetto “inaffidabile”, capace di riferire movimenti, nascondigli e dinamiche interne del gruppo dei Piscopisani. In particolare, l’omicidio viene collocato temporalmente subito dopo l’uccisione di Francesco Scrugli, episodio che aveva acuito il clima di tensione e alimentato la convinzione che qualcuno avesse “parlato”. È in questo contesto che, secondo l’accusa, matura la decisione di eliminarlo.
La dinamica dell’agguato e il ruolo attribuito agli imputati
Secondo le ricostruzioni dell’accusa, Longo sarebbe stato condotto con un pretesto nel luogo dell’agguato, fermato lungo la provinciale e freddato senza possibilità di reazione. Una dinamica che il giudice definisce “coerente con le modalità operative tipiche delle consorterie mafiose”. Nelle motivazioni si legge che l’esecuzione materiale viene ricondotta, in via principale, alla figura di Rosario Mantino, indicato da più collaboratori come colui che avrebbe esploso i colpi. Tuttavia il presunto killer non può più difendersi. Si è infatti tolto la vita nel carcere di Messina nel 2018
Il caso Battaglia
L’omicidio di Mario Longo è uno dei coldcase affrontati nel processo Portosalvo, celebrato davanti al gup distrettuale di Catanzaro. La sentenza di primo grado è stata emessa lo scorso mese di novembre e nei giorni scorsi sono state rese note le motivazioni del verdetto. Tra gli imputati figura Rosario Battaglia, indicato esponente di spicco del clan dei Piscopisani del quale è stato capo indiscusso almeno fino al 2012 secondo alcune sentenze ormai passate in giudicato. In questo procedimento penale celebratosi con il rito abbreviato, Battaglia viene condannato all’ergastolo proprio per l’omicidio Longo come certificato dal dispositivo. La lettura delle motivazioni va, tuttavia, verso un’altra direzione e consegna un quadro opposto che apre autentiche voragini per la difesa rappresentata dagli avvocati Salvatore Staiano, Alice Piperissa e Walter Franzè.
Il caso presenta quindi evidenti contraddizioni proprio nell’individuazione dei mandanti, dei promotori e dei concorrenti morali dell’omicidio laddove lo stesso giudice rileva zone d’ombra. Il gup sottolinea come le stesse dichiarazioni dei pentiti derivino spesso da racconti indiretti, da deduzioni personali o da una circolazione di notizie interna agli ambienti criminali, che “non consente di distinguere ciò che è percezione diretta da ciò che è mera rielaborazione”.
Le parole del giudice e il crollo dell’impianto accusatorio
Il giudice dedica decine di pagine all’analisi di questo delitto e in particolare alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Le valuta singolarmente, poi nel loro insieme, seguendo – scrive – “l’iter critico richiesto per la verifica di attendibilità, coerenza e riscontro”. Ed è proprio qui che l’impianto accusatorio inizia a incrinarsi. Secondo il gup, le chiamate in correità non risultano coordinate né congruenti, perché fondate su racconti che “si sovrappongono, si rincorrono e si alimentano reciprocamente”, senza mai trovare riscontri esterni individualizzanti. Il giudice parla apertamente di una “circolarità della fonte informativa”, che finisce per indebolire – e non rafforzare – l’accusa. Un passaggio chiave delle motivazioni chiarisce che le dichiarazioni, pur “serie e soggettivamente convinte”, non raggiungono la soglia probatoria richiesta per fondare una responsabilità penale.
Il nodo centrale: il ruolo di Rosario Battaglia
Il punto decisivo riguarda proprio Rosario Battaglia. L’accusa lo indica come mandante e promotore dell’eliminazione di Longo. Ma il giudice, pagina dopo pagina, rivede questa ricostruzione. Scrive che non emergono elementi concreti in grado di dimostrare che Battaglia abbia partecipato alla deliberazione finale dell’omicidio, né che abbia diretto o determinato l’azione esecutiva. Le dichiarazioni che lo coinvolgono vengono ritenute prive di riscontri oggettivi, fondate su deduzioni, interpretazioni personali o racconti di seconda mano. Secondo il gup, “non sono utilmente corroborati da dati concreti” gli elementi posti a carico di Battaglia per l’omicidio di Longo. E ancora: “non può addivenirsi a una pronuncia di responsabilità nei termini invocati dall’accusa”. Parole che, lette isolatamente, hanno il peso specifico di un’assoluzione.
Il paradosso: la condanna che sopravvive alle motivazioni
Eppure, nonostante queste affermazioni, il dispositivo della sentenza condanna Rosario Battaglia per l’omicidio Longo al carcere a vita. Un paradosso giudiziario. Da un lato, una motivazione chiara che esclude la prova della responsabilità, dall’altro una decisione di condanna totalmente difforme dai motivi. Una frattura evidente tra ciò che si legge nel dispositivo e ciò si scrive nelle motivazioni. Un corto circuito che apre interrogativi pesanti sulla tenuta giuridica della decisione e che appare destinato a pesare nei successivi gradi di giudizio.
Nello stesso processo, Rosario Battaglia viene assolto per altri due fatti gravissimi: la lupara bianca di Stanganello e l’omicidio Palumbo. Assoluzioni nette, che delimitano ulteriormente il perimetro della responsabilità penale riconosciuta. Resta così l’omicidio Longo, unico episodio in cui la sentenza sembra dire una cosa nelle motivazioni e un’altra nel dispositivo. Spetterà ora ai giudici dell’appello e, se necessario, alla Cassazione, ricomporre questa frattura. Ma una cosa è già chiara: l’omicidio Longo entra nella storia giudiziaria come il caso di una condanna che non trova fondamento nelle stesse parole del giudice che l’ha pronunciata.












