29 Settembre 2026
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Caso Regeni, Meloni frena sullo strappo con l’Egitto: ora lo scontro si sposta sulla linea del governo

Dopo la sentenza contro tre 007 egiziani, la presidente del Consiglio difende la strategia diplomatica del governo: "Chiudere i canali con il Cairo ci allontanerebbe dall'obiettivo"

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La sentenza sul caso Giulio Regeni apre un nuovo fronte di confronto politico tra maggioranza e opposizioni. Al centro della polemica ci sono le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha sottolineato come la condanna riguardi tre persone e non l’Egitto nel suo complesso. Una posizione che ha provocato dure reazioni nel centrosinistra e che ha spinto le opposizioni a chiedere al ministro di riferire in Parlamento.

Da Praga, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha invece difeso la linea seguita dal governo, sostenendo che mantenere aperti i rapporti con il Cairo sia funzionale alla ricerca della verità sul caso del ricercatore italiano.

Meloni: “La richiesta di verità è anche la nostra”

Meloni ha ribadito la vicinanza alla famiglia Regeni, sottolineando che la richiesta di verità e giustizia avanzata dai familiari coincide con quella dello Stato italiano.

La presidente del Consiglio ha ricordato che lo Stato è parte civile nel processo e che l’esecutivo intende continuare a seguire la vicenda. La sentenza di primo grado, ha precisato, non è ancora definitiva e dovrà essere affrontato l’iter previsto dagli ulteriori gradi di giudizio.

Proprio per questo, secondo Meloni, non sarebbe utile interrompere in questa fase i rapporti istituzionali con l’Egitto. “Abbiamo utilizzato tutti i canali”, ha spiegato la premier, compresi quelli “politici e diplomatici con il Cairo”. Chiudere questi canali, ha aggiunto, rischierebbe di allontanare l’Italia dall’obiettivo anziché avvicinarla.

La questione dell’eventuale estradizione dei condannati resta quindi legata agli sviluppi giudiziari. I difensori dei tre imputati condannati hanno annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza in appello.

Tajani: “Mi sono limitato a fotografare la sentenza”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha respinto le accuse rivoltegli dopo le dichiarazioni sul verdetto. Il vicepremier ha spiegato di essersi limitato a descrivere il contenuto della decisione giudiziaria, sottolineando che la sentenza non ha individuato gli assassini di Regeni.

Tajani ha ribadito che il governo vuole fare piena luce sulla vicenda e ha sostenuto che l’azione diplomatica debba essere condotta senza clamore. Secondo il ministro, l’Italia ha continuato a sollecitare la collaborazione delle autorità egiziane e, parallelamente, a lavorare su altri casi riguardanti cittadini italiani detenuti o coinvolti in procedimenti in Egitto.

“Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla”, ha affermato Tajani, rivendicando l’attività diplomatica svolta dal governo.

Le opposizioni chiedono a Tajani di riferire in Parlamento

Le dichiarazioni del ministro hanno provocato la reazione delle opposizioni. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha contestato la lettura data da Tajani alla sentenza, sostenendo che il verdetto rappresenti un passaggio importante nell’accertamento delle responsabilità legate alla vicenda Regeni.

Il Movimento 5 Stelle, attraverso il capogruppo al Senato Luca Pirondini, ha chiesto al ministro di chiarire in Parlamento quali iniziative il governo intenda assumere dopo la sentenza e quali passi siano stati compiuti nei confronti delle autorità egiziane.

Da Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni ha invece chiesto le dimissioni di Tajani, mentre Riccardo Magi di +Europa ha sollecitato i presidenti delle Camere a intervenire sulle dichiarazioni del ministro.

La richiesta comune delle opposizioni è che il titolare della Farnesina riferisca in Aula sulla posizione dell’esecutivo e sulle iniziative diplomatiche previste dopo la pronuncia giudiziaria.

La sentenza e il possibile appello

Il confronto politico si inserisce nel quadro degli sviluppi giudiziari arrivati dopo la sentenza della Corte d’Assise di Roma. Tre funzionari dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati a 10 anni di carcere per il sequestro di Giulio Regeni, mentre un quarto imputato è stato assolto.

La decisione non ha invece portato a una condanna per l’omicidio. I tre imputati erano assenti dal processo e i loro difensori hanno già annunciato l’intenzione di presentare ricorso. Anche la Procura di Roma attende le motivazioni della sentenza prima di decidere se impugnare a sua volta il verdetto.

La prospettiva di un nuovo grado di giudizio rende quindi ancora aperta la vicenda sul piano giudiziario, mentre sul piano politico resta il confronto sulla strategia da adottare nei rapporti con il governo egiziano.

La Russa: “L’Italia faccia tutto il necessario”

Nel dibattito è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha invitato a leggere prima le motivazioni della sentenza prima di formulare valutazioni definitive sul lavoro della magistratura.

La Russa ha comunque sottolineato che l’Italia dovrà fare quanto necessario per creare le condizioni per l’eventuale estradizione dei condannati. Al tempo stesso ha richiamato il contenuto del verdetto, osservando che nessuno dei quattro imputati è stato condannato per omicidio e che uno di loro, indicato come il più alto in grado, è stato assolto.

Il caso Regeni resta dunque al centro di un doppio percorso: da una parte l’iter giudiziario, destinato a proseguire con i possibili ricorsi; dall’altra il confronto politico sulla gestione dei rapporti tra Italia ed Egitto e sull’efficacia dei canali diplomatici per arrivare a ulteriori elementi di verità sulla morte del ricercatore italiano.

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