7 Settembre 2026
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L’affondo di Gratteri: “Il Venezuela è marginale nel narcotraffico, Trump punta al petrolio”

Il Procuratore Capo di Napoli smentisce la narrativa statunitense sulle rotte della droga: il fentanyl si produce in Messico e la cocaina nei Paesi andini.

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Il Venezuela non è il baricentro del narcotraffico globale, né tantomeno il motore che alimenta il mercato mondiale degli stupefacenti. A smontare il castello accusatorio che ha portato al blitz statunitense per l’arresto di Nicolás Maduro è Nicola Gratteri. Il Procuratore Capo di Napoli, in un’intervista rilasciata a La Stampa, respinge senza ambiguità le accuse rivolte a Caracas: “Non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti” e chi sostiene il contrario, osserva il magistrato, “spesso lo suggerisce in modo strumentale“. Secondo Gratteri, il ruolo del Paese sudamericano resta “marginale se confrontato con quello delle principali rotte globali“.

Le vere rotte: tra fentanyl messicano e cocaina andina

Le direttrici del traffico internazionale si muovono lungo assi geografici consolidati e ben distanti da Caracas. “L’America centrale e il Messico restano gli snodi decisivi per l’accesso al mercato nordamericano ed europeo“, spiega Gratteri, indicando dove realmente si concentrano produzione e smistamento.

Anche sul fronte del fentanyl, l’oppioide sintetico che sta devastando gli Stati Uniti, il magistrato invita a non cedere alla propaganda: “Non esistono riscontri indipendenti e verificati che indichino il Venezuela come centro di produzione di droghe sintetiche. La quasi totalità della sintesi di fentanyl e di altre sostanze oppioidi sintetiche avviene in Messico“. Attribuire un ruolo centrale al governo Maduro, aggiunge, “significa confondere i piani e sovrapporre fenomeni diversi, più per esigenze di narrativa politica che sulla base di dati oggettivi“.

Geopolitica e petrolio: il “sospetto” dietro il blitz

Secondo il magistrato, l’enfasi posta sul Venezuela risponde a logiche di potere che nulla hanno a che fare con la sicurezza pubblica. “L’enfasi sul Venezuela come perno del narcotraffico globale appare sproporzionata e funzionale a giustificare pressioni diplomatiche e azioni coercitive, piuttosto che a descrivere con realismo la struttura effettiva delle reti criminali transnazionali“. Nemmeno l’ascesa del cartello Tren de Aragua sposta l’ago della bilancia: “Il suo core business è sempre più legato alla tratta e allo sfruttamento dei migranti, piuttosto che al traffico internazionale di droga“.

Il sospetto di Gratteri è che la “guerra alla droga” sia solo una copertura per mettere le mani sulle risorse energetiche del Paese: “In questo caso, il sospetto è che entrino in gioco interessi geopolitici ed economici più ampi“, riferendosi a “il controllo o la gestione indiretta delle immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo“. Una dinamica già vista in passato, dove “La guerra alla droga è stata utilizzata come espediente narrativo per mascherare finalità strategiche“.

Il ruolo delle mafie italiane e dei clan emergenti

Mentre l’attenzione politica si concentra su obiettivi marginali, i veri attori del mercato restano i cartelli messicani e i produttori andini (Perù, Bolivia, Colombia). In questo scacchiere, le organizzazioni criminali italiane mantengono una posizione di assoluto rilievo. “La ’ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina“, conferma Gratteri, pur sottolineando che non è sola.

Il mercato resta spartito tra: Camorra, Cosa Nostra e clan pugliesi, che detengono quote rilevanti. Clan albanesi, definiti come “nuovi attori transnazionali” emergenti con forza.

Il fallimento della lotta economica al crimine

In conclusione, Gratteri evidenzia il vero punto debole del sistema di contrasto internazionale, che si rivela inefficace sul piano finanziario. “Oggi si riesce a intercettare appena il 10-12% di sostanze“, denuncia il procuratore, ma il dato più allarmante riguarda i capitali: “si confisca meno dell’1% dei profitti“. Senza un’azione incisiva sui flussi di denaro, conclude il magistrato, “si lascia intatto il motore del sistema“.

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