11 Settembre 2026
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L’ossessione per le Torri Gemelle e la trappola di Bin Laden: come Al Qaeda preparò l’attacco che cambiò il mondo

Il simbolo del potere americano nel mirino dell'estremismo. Perché i terroristi di Al Qaeda vollero colpire le Torri Gemelle?

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Perché il World Trade Center divenne il bersaglio primario del terrorismo islamista? A ricostruire l’ingranaggio e la genesi dell’attacco dell’11 settembre 2001 è un’approfondita analisi di Guido Olimpio pubblicata sul Corriere della Sera.
Le Twin Towers non rappresentarono una scelta casuale, bensì un vero e proprio chiodo fisso per la rete del terrore: erano, come ricorda il giornalista, “il simbolo dell’America ricca, nel cuore di New York”.
Un’ossessione coltivata per quasi un decennio. Già nel febbraio del 1993, infatti, Al Qaeda tentò di far crollare i grattacieli posizionando un camioncino bomba nei garage sotterranei. L’attentato, eseguito da Ramzi Youssef (nipote della mente operativa dell’11 settembre, Khaled Sheikh Mohammed), provocò sei vittime ma non riuscì nell’intento demolitore.
Quel fallimento non scoraggiò i vertici dell’organizzazione, che continuarono a perfezionare un piano sempre più devastante.

La struttura del commando: quattro “piloti” e quindici “muscoli”

L’architetto della strage, Khaled Sheikh Mohammed, sottopose la strategia finale a Osama Bin Laden, ricorda il Corriere. All’interno di Al Qaeda non mancavano i dubbi: figure di spicco come Seif al Adel temevano l’inevitabile rappresaglia degli Stati Uniti, ma Bin Laden era convinto dell’efficacia dell’azione.
Per attuare il dirottamento simultaneo di quattro aerei di linea, il piano si articolò su due componenti ben distinte.
I quattro “piloti”: Tre provenienti dalla cellula tedesca di Amburgo (Mohammed Atta, Marwan al Shehi, Ziad Jarrah) e un quarto, Hani Hanjour, già in possesso di un brevetto di volo. Si infiltrarono negli Stati Uniti frequendando scuole d’aviazione locali e testando le misure di sicurezza degli aeroporti con viaggi di prova.
I quindici “muscoli”: Complici reclutati con il compito specifico di irrompere nelle cabine di pilotaggio e prendere il controllo dei velivoli utilizzando semplicemente dei “taglierini”.
A completare la squadra avrebbe dovuto esserci un ventesimo uomo, Zacarias Moussaoui, arrestato però dalle autorità americane prima di poter prendere parte alla missione e in seguito condannato all’ergastolo.

L’impatto, la spiegazione tecnica e i fallimenti dell’intelligence

La mattina dell’11 settembre 2001 il piano scattò verso quattro obiettivi strategici: le due Torri Gemelle, il Pentagono e la Casa Bianca.
Il Corriere della Sera ripercorre la cronologia dei crolli a New York: la Torre Nord fu colpita alle 8:46 dal volo American Airlines 11 tra i piani 93 e 99, collassando alle 10:28; la Torre Sud venne centrata dal volo United Airlines 175 alle 9:03 tra i piani 77 e 85, sgretolandosi alle 9:59. Dal punto di vista strutturale, l’impatto dei velivoli e l’infernale calore generato dal carburante scatenarono un “effetto a catena che comprometterà la stabilità degli edifici”, portando al cedimento progressivo dei solai verso l’interno.
Al di là delle teorie del complotto nate negli anni successivi, l’inchiesta evidenzia come le reali responsabilità istituzionali siano legate alle gravi carenze dell’intelligence americana, segnata da “allarmi ignorati, le occasioni mancate per scoprire la trama, le faide tra FBI e CIA, gli errori grossolani di analisi”.
L’obiettivo strategico di Bin Laden non era solo provocare un massacro immediato — costato la vita a oltre 2.750 persone nel solo World Trade Center —, ma trascinare Washington in un “conflitto logorante, costoso, infinito”. Una ferita che rimane aperta ancora oggi, anche sul fronte umano: le autorità americane continuano infatti a identificare le vittime inviate ai laboratori attraverso le più moderne tecniche di ricerca genealogica e analisi del DNA.

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