La crisi nel Medio Oriente registra una nuova e pericolosa escalation verbale e militare all’indomani della scadenza della tregua di sessanta giorni e dopo sei mesi di ostilità aperte. A riaccendere la polemica è il presidente americano Donald Trump, il quale ha ribadito che lo Stretto di Hormuz risulta pienamente aperto e sotto il diretto controllo delle forze armate degli Stati Uniti, arrivando a definirlo “un nuovo territorio Usa” ed esibendo una mappa geografica con la dicitura “New Us Territory”. Contemporaneamente, il tycoon ha smentito pubblicamente il suo inviato speciale per il Medio Oriente, Jared Kushner. Se quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a Fox News da Gerusalemme, aveva riferito di interlocuzioni intense e costruttive con la controparte iraniana, affermando che “Si sono svolti molti dialoghi proficui, il che ritengo sia estremamente utile. Non c’è molta fiducia tra Stati Uniti e Iran” e aggiungendo che “Trump farà un accordo quando le condizioni saranno mature”, la smentita del presidente è arrivata a stretto giro tramite Truth. “Non sono in corso, né sono previsti, colloqui o conversazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran. Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo”, ha dichiarato il leader della Casa Bianca, assicurando inoltre che “tutte le mine navali sono state rimosse o fatte brillare”.
La dura replica di Teheran e le valutazioni del Pentagono
La risposta dei vertici iraniani non si è fatta attendere, bollando come una mera fantasia le ambizioni statunitensi sul valico marittimo. Il viceministro degli Esteri di Teheran, Kazem Gharibabadi, ha affidato alla piattaforma X la posizione ufficiale del Paese: “Così come Trump ha scritto correttamente il nome dell’eterno Golfo Persico, la sua illusione sullo stretto di Hormuz verrà presto corretta. Oppure correggeremo noi le illusioni di quest’uomo illuso”. Dal canto suo, il governo iraniano ribadisce che il braccio di mare rimarrà chiuso fino a quando non saranno revocate le sanzioni e il blocco navale, ripristinate le risorse congelate e cessate le minacce militari. In questo scenario di stallo interviene anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, il cui portavoce ha ricordato che “Il suo messaggio lo stesso che ha trasmesso fin dall’inizio: non esiste una soluzione militare a questo conflitto. Ed esorta Iran e Stati Uniti a riprendere i negoziati per una soluzione pacifica e duratura il prima possibile”. Sul fronte interno, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha messo in guardia contro le divisioni politiche domestiche, accusando le potenze straniere di soffiare sul fuoco delle speculazioni e del separatismo. Intanto, secondo quanto rivelato dal Washington Post, il Pentagono starebbe valutando un ridimensionamento della presenza militare americana nel Golfo Persico al termine del conflitto, alla luce dei ripetuti raid subiti dalle basi statunitensi nell’area.
Nuovi raid nell’area: attacchi Houthi su Aramco e missili verso gli Emirati
Il quadro di instabilità continua intanto a estendersi a livello regionale. Le milizie sciite Houthi, sostenute da Teheran, hanno dichiarato di aver condotto un attacco con droni contro l’impianto petrolifero della compagnia Aramco situato a Jazan, sulla costa del Mar Rosso nel sud dell’Arabia Saudita, definendo l’operazione una ritorsione per le violazioni dello spazio aereo yemenita. Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato il lancio di due missili dalla sponda iraniana verso il proprio territorio; i vettori, che non hanno provocato danni cadendo in mare prima di toccare la terraferma, rappresentano il primo episodio di tensione diretta dal perfezionamento dell’intesa tra Washington e Teheran.












