30 Agosto 2026
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Un voto. Il Melonellum inciampa sul segreto dell’urna e le opposizioni chiedono l’apertura della crisi di governo

La Camera boccia per una scheda l'emendamento sulle preferenze targato Fratelli d'Italia. Governo e relatori avevano dato parere favorevole: la sconfitta diventa politica. Le opposizioni chiedono il Colle, la maggioranza tira dritto e va in seduta notturna

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Centottantasette contro centottantotto. Una scheda, quella che nella nuova legge elettorale voluta dal centrodestra non esisterebbe nemmeno, visto che gli elettori dovrebbero limitarsi a ratificare liste già compilate altrove.
L’aula di Montecitorio respinge a scrutinio segreto l’emendamento 1.1077, primo firmatario Galeazzo Bignami, sottoscritto anche da Noi Moderati e Udc: quel mix di capilista bloccati e preferenze che nella vulgata di maggioranza avrebbe dovuto restituire agli italiani il diritto di scegliere, e che secondo le opposizioni lo restituiva col contagocce.
L’infortunio nasce da una scelta procedurale che nel giro di due ore si dimostra un boomerang. Dopo le assemblee mattutine di Forza Italia e Lega, che danno disco verde, i quattro relatori di maggioranza annunciano nel Comitato dei nove parere favorevole. La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati conferma in aula il parere conforme. Nessuno si rimette all’Assemblea: e quando un governo si espone così, la bocciatura diventa una sconfitta politica dell’esecutivo.
In Transatlantico qualcuno lo capisce subito: con il parere favorevole, se l’emendamento cade, il governo va sotto. La lettura prevalente tra i big è che si tratti di un modo per blindare in extremis lo scrutinio segreto, mettendo i franchi tiratori davanti alla propria responsabilità. Ed invece funziona al contrario. Il segreto dell’urna, quando c’è, si fa notare.

Le lucine, le foto, il colpo di scena

La tensione è leggibile a occhio nudo. Appena si accendono le lucine del voto elettronico, il presidente di turno Fabio Rampelli, chiede ai colleghi di non scattare fotografie. A frittata fatta, lo stesso Rampelli liquida la faccenda con due parole che descrivono tutto: “Colpo di scena”.
Sui numeri conviene fermarsi un attimo. Poco dopo, sulla richiesta di Fratelli d’Italia di proseguire i lavori in notturna, dalle 21 alle 24, la maggioranza vince con 86 voti di scarto. Il voto è palese. Le stesse persone, la stessa aula, la stessa serata: ottantasei voti di differenza quando il voto ha un nome, uno solo quando non ce l’ha. È qui che si misura lo stato di salute del centrodestra.
Va aggiunto che la giornata inizia con l’appello social della premier — “Sì alle preferenze. No al voto segreto” — e una sfida esplicita alle opposizioni a “metterci la faccia”. La presidenza della Camera invece ammette lo scrutinio segreto su un centinaio di emendamenti e sugli articoli 1, 2 e 3. Giorgia Meloni al momento del voto non è presente in aula.

Il coro delle opposizioni: «Elezioni»

Dai banchi dell’opposizione partono applausi, poi i cori: “Dimissioni”, “elezioni”. Pochi minuti dopo, Pd, M5s, Avs e Più Europa sono già in piazza Montecitorio per il sit-in “Per la democrazia”, tra le bandiere di Rifondazione e i cartelli con la premier disegnata come una carta da gioco sotto la scritta “No Melonellum”.

Giuseppe Conte sceglie la via più diretta: “La maggioranza è andata sotto su un proprio emendamento: dal punto di vista sostanziale è una crisi di governo”.
Il leader M5s definisce la riforma una “legge truffa” e l’emendamento sulle preferenze “una messinscena”, ricordando che il listone nazionale da 105 nomi resterebbe predeterminato e che “tra l’80 e il 90% dei parlamentari continuerebbe a essere nominato dalle segreterie”. Poi l’affondo personale: “Meloni ha sfidato il Parlamento ed è lei la perdente. Se ha il senso della dignità, dell’onore e delle istituzioni, vada dal presidente della Repubblica ad aprire la crisi di governo”. E, con un richiamo al proprio precedente: “Chi ha senso dell’onore, nel Conte due, ha aperto una crisi di governo pur avendo la maggioranza. Ora tocca a noi”.

Elly Schlein inquadra il voto come un giudizio sul metodo: “Questo è un voto contro l’arroganza: prendete atto del fallimento e andate a casa”. Un’arroganza che la segretaria dem attribuisce a “una leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne”, in una giornata in cui era stato bocciato — 207 no contro 155 sì — anche il subemendamento sulla parità di genere tra i capilista, a prima firma Luana Zanella e sottoscritto da Pd e M5s. Fuori da Montecitorio rivendica la tenuta del fronte: “Abbiamo visto le opposizioni unite. A differenza di loro, che si sono trovati divisi appena sono andati al voto segreto”.

Vittoria Baldino raccoglie la sfida lessicale lanciata dalla premier: “Come ha detto Meloni, adesso ci metta la faccia. Vada al Quirinale, rimetta il suo mandato nelle mani del presidente Mattarella e liberi il Paese. Hanno dato sfoggio di un’arroganza istituzionale senza precedenti e così sono stati ripagati”.

Angelo Bonelli mette dito nella piaga: “Per far passare l’emendamento è mancato proprio il voto di Giorgia Meloni”. Il portavoce di Europa Verde parla di “fiducia chiesta via social, una cosa che non si era mai vista”, e di conseguente sfiducia incassata: “Questa è la più grande sconfitta politica della presidente del Consiglio”. Aggiunge poi la premessa che il campo largo ripeterà nei prossimi giorni come un mantra: “Siamo pronti a governare. Noi non faremo governi tecnici”.

Nicola Fratoianni, parlando in Transatlantico, offre la lettura più fredda e forse la più insidiosa per la maggioranza: “Erano loro che avevano tutti i numeri, come si è dimostrato in tutti gli altri voti segreti, dove avevano dai 60 agli 80 voti di scarto. Stavolta, pur avendo la maggioranza sulla carta, hanno perso clamorosamente. Questa vicenda va ben oltre la legge elettorale: quando una parte decisiva della tua maggioranza viene meno, forse devi trarne qualche conclusione”.

La maggioranza tira dritto (e cerca il colpevole)

Il centrodestra reagisce nell’unico modo che conosce nelle giornate storte: alzando la voce e andando avanti. Bignami rovescia l’accusa sugli avversari — “noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro”, “la differenza è tra chi si assume le responsabilità e chi si nasconde” — e chiede di proseguire con le votazioni. La richiesta di sospensione avanzata dalle opposizioni viene respinta; la conferenza dei capigruppo è stata convocata alle 20.15, la seduta riprende in notturna.

Sul fronte azzurro Maurizio Gasparri derubrica la sconfitta a occasione perduta, definendo l’emendamento “una soluzione di compromesso possibile e accettabile”. Molto più esplicito il fuoco amico interno: il deputato di Futuro Nazionale Edoardo Ziello accusa apertamente Forza Italia e Lega di aver “tradito l’accordo nel voto segreto, celandosi nell’oscurità”, mentre Roberto Vannacci bolla l’intesa come “politica dell’inciucio”, pur annunciando voto favorevole.
La caccia al franco tiratore è aperta, e come sempre in Italia è una caccia senza selvaggina.

Che cosa può succedere adesso

Nessuna norma obbliga un governo a dimettersi dopo la bocciatura di un emendamento, nemmeno di un emendamento su cui si è espresso favorevolmente. La crisi, quindi, resta un’ipotesi politica, non un automatismo costituzionale. Ma il problema di Palazzo Chigi non è la scheda di oggi: è che quella scheda certifica l’esistenza di una minoranza interna disposta a colpire quando non può essere identificata, e su un testo che riguarda la sopravvivenza personale di ciascun deputato.
Da qui, tre strade.
La prima è la marcia forzata: il centrodestra prosegue le votazioni e approva la riforma nell’impianto originario, quello con le liste bloccate. Il paradosso è così servito: la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze consegna al Paese una legge elettorale più chiusa di quella che il centrodestra diceva di volere. Chi vota no nel segreto dell’urna potrebbe aver ottenuto esattamente ciò che desiderava.
La seconda è il congelamento. Un rinvio in commissione, una riscrittura, un calendario che scivola dopo la pausa estiva. Politicamente costoso, perché confermerebbe che la maggioranza non controlla la propria aula, ma meno rischioso di altre decine di voti segreti in agguato: restano gli articoli, restano i subemendamenti, resta soprattutto il voto finale, anch’esso a scrutinio segreto. Con un margine di una scheda, ogni singola votazione da qui in avanti è una roulette.
La terza, evocata da qualcuno, è la questione di fiducia. Qui il regolamento della Camera pone un ostacolo strutturale: la fiducia non si può porre là dove è prescritto o ammesso lo scrutinio segreto, e la materia elettorale rientra tra quelle per cui il segreto può essere richiesto. La scorciatoia che ha salvato decine di provvedimenti di questa legislatura, sulla legge elettorale, non è percorribile. È il motivo per cui il centrodestra ha passato la giornata a litigare sul voto segreto invece che sul merito.

Resta la variabile Quirinale, dove per ora non si muove foglia. E resta il fronte delle opposizioni, che cantano vittoria ma non hanno ancora sciolto il nodo che conta. Renzi e Boschi hanno già messo un paletto — “nessun inciucio, nessun governo tecnico, si voti a settembre” — e chiedono le urne con questa legge elettorale, cioè con il Rosatellum. Conte rivendica il “tocca a noi”. Schlein dice che il programma del campo largo è la Costituzione, che è un modo elegante per dire che il programma non c’è ancora.

La palude, però, è in casa

A seduta ancora aperta arriva il post di Giorgia Meloni: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”. Nella tradizione politica italiana la palude sta sempre dall’altra parte. Salvo che l’emendamento 1.1077 è di Fratelli d’Italia, il parere favorevole lo dà il suo governo, e i voti mancanti sono nei suoi banchi. Meloni passa la giornata a chiedere ai deputati di metterci la faccia, e la sera scopre di non riconoscere le facce dei propri.
La colpa, scrive, è delle opposizioni che “hanno voluto il voto segreto”. Poi, come una nota a piè di pagina:“Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione“. Diversi. Con 187 sì e una maggioranza che sulla carta ne conta parecchi di più, la riflessione promette di essere lunga.
Resta la battuta finale, quella sull’opposizione che “esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di scegliere i propri parlamentari”. Efficace. Meno cinematografico il dettaglio che il testo rimasto in aula prevede liste bloccate: se stasera qualcuno ha impedito agli italiani di scegliere, lo ha fatto dai banchi del centrodestra, non dagli striscioni di piazza Montecitorio.
Nessun accenno a dimissioni, Quirinale, crisi. “Un’occasione persa, ma era giusto provarci“, chiude la premier: il tono di chi archivia la serata e conta di tornare in aula domattina con la stessa maggioranza e un armadio pieno di voti segreti ancora da affrontare.
Insomma, la maggioranza perde un voto. L’opposizione, per ora, vince un seppur importantissimo pomeriggio.

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