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28 Maggio 2026
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Azione con Cannizzaro, Calenda fa retromarcia su X: “È imbarazzante”. A Reggio il centro vince e poi si vergogna

I calendiani a sostegno del centrodestra nella città dello Stretto, eleggono Califano e finiscono in maggioranza. Ma dopo la vittoria il leader nazionale scarica tutto sui “locali”: il caso diventa un pasticcio politico

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Le amministrative sono appena finite, ma nel centrodestra il ragionamento è già un altro. Non più solo sindaci, liste, percentuali e consigli comunali. Il tema vero è il dopo. Le Politiche, le alleanze, il voto moderato, quel pezzo di elettorato che non vuole finire né nel sovranismo muscolare né nel campo largo a trazione sinistra. In questo spazio vuole muoversi Forza Italia. E lo fa con una linea abbastanza chiara: Vannacci no, Calenda forse sì. La senatrice Licia Ronzulli, sul Foglio, ha chiuso la porta al generale dopo le sue parole contro Marina Berlusconi e l’ha invece aperta ad Azione, in nome di una comune sensibilità su economia di mercato, atlantismo, Europa e sviluppo industriale. Anche Roberto Occhiuto, intervistato da Repubblica, ha fissato il perimetro: Forza Italia resta dov’è sempre stata, nel centrodestra voluto da Silvio Berlusconi. Ma il compito del partito, ha spiegato, è attrarre liberali e riformisti che non si riconoscono in un campo largo dove l’egemonia degli estremi è evidente. Detta senza troppi giri: l’identikit porta dritto ad Azione. O almeno a quello che Azione dice di essere.

Il problema non è Azione. È Calenda

Il punto, però, è che ogni volta che si parla di Azione bisogna fare i conti con il suo vero limite politico: Carlo Calenda. Che un giorno apre, il giorno dopo chiude, il terzo corregge, il quarto si indigna e il quinto spiega che era stato frainteso. Una specie di navigatore impazzito: ricalcola sempre, ma non arriva mai. Il caso di Reggio Calabria è perfetto per capire il cortocircuito. Azione ha sostenuto con il proprio simbolo Francesco Cannizzaro, candidato del centrodestra, eletto sindaco con il 65%. Non una vittoria risicata, non un ballottaggio salvato per miracolo, ma una valanga politica. E cosa fa Calenda dopo la vittoria? Invece di incassare, prende le distanze. Su X ammette l’errore: “Ho fatto l’errore di lasciar decidere ai territori senza conoscere il soggetto in questione”. Poi rincara: “È imbarazzante. Ho lasciato scegliere al locale senza conoscerlo. Non succederà più”. Insomma: il suo partito mette il simbolo, sostiene il candidato, elegge un consigliere, entra nella maggioranza. Poi il capo si sveglia e dice: scusate, non sapevo bene cosa stavamo facendo.

Cannizzaro non era esattamente uno sconosciuto

Qui la questione diventa quasi comica, se non fosse politica. Perché Francesco Cannizzaro non è il sindaco di un borgo sperduto comparso all’improvviso sulla scheda elettorale. È deputato, è segretario regionale di Forza Italia, è uno dei volti più riconoscibili del centrodestra calabrese, è un parlamentare che frequenta Roma e i luoghi dove la politica nazionale si incontra, si annusa e spesso si detesta. Possibile che Calenda non sapesse chi fosse? Possibile che nessuno nel partito gli abbia detto: “Carlo, guarda che a Reggio stiamo sostenendo Cannizzaro”? Possibile che Azione possa mettere il simbolo in una città metropolitana senza che il leader nazionale sappia chi sia il candidato sindaco? La risposta più generosa è: confusione. Quella meno generosa è: scaricabarile. Perché se il risultato fosse stato brutto, l’imbarazzo sarebbe stato comprensibile. Ma qui Cannizzaro ha vinto largo. E il problema nasce proprio dopo il successo. Una specialità ormai molto italiana: salire sul carro prima, scendere quando qualcuno su Twitter storce il naso.

Califano eletto, ma lasciato in mezzo al guado

In questa commedia degli equivoci resta appeso Gianluca Califano, eletto consigliere comunale con 801 voti. È il commissario provinciale di Azione a Reggio Calabria, nominato dallo stesso Calenda. Ha guidato la lista, ha sostenuto Cannizzaro, ha portato il partito dentro Palazzo San Giorgio. Ora però si ritrova in una posizione paradossale: eletto grazie a un’alleanza che il suo segretario nazionale definisce imbarazzante. Non proprio il miglior biglietto da visita per iniziare la consiliatura. Califano, prudentemente, ha scelto il silenzio. Parlerà dopo essersi confrontato con la direzione nazionale. Tradotto: prima di dire qualcosa bisogna capire se Azione vuole restare dov’è, uscire, far finta di nulla o inventarsi una quinta opzione. Con Calenda non si può mai escludere niente.

Rosato aveva benedetto tutto

C’è poi un particolare che rende la retromarcia di Calenda ancora più difficile da spiegare. Il 26 aprile, all’inaugurazione della segreteria provinciale di Azione a Reggio Calabria, c’era Ettore Rosato, vicesegretario nazionale del partito. Non uno qualunque. Non un militante mandato a portare i pasticcini. Il numero due. E Rosato non era stato ambiguo. Aveva spiegato che la scelta di sostenere Cannizzaro nasceva dal territorio e dal gruppo dirigente calabrese e reggino. Di più: aveva detto di conoscere bene Cannizzaro e di apprezzarlo per il lavoro fatto sul programma della città. Dunque il quadro è questo: il vicesegretario nazionale conosceva Cannizzaro e lo apprezzava. Il territorio lo sosteneva. Il simbolo di Azione era sulla scheda. Califano è stato eletto. Però Calenda sostiene di non sapere chi fosse il candidato. Più che una linea politica, sembra una riunione di condominio finita male.

Lombardo salva la faccia e smentisce il capo

A rimettere un po’ d’ordine ci ha provato il senatore Marco Lombardo, che invece di nascondersi ha fatto una cosa rara: ha rivendicato la scelta. Senza giri di parole ha spiegato che Azione a Reggio ha sostenuto il centrodestra e Cannizzaro perché, dopo i disastri amministrativi del centrosinistra, serviva una discontinuità forte e bisognava rilanciare la città metropolitana. Lombardo ha definito Cannizzaro “un politico di grande esperienza” e “una persona perbene”, destinato a essere un sindaco di area moderata con una forte legittimazione popolare. Ha poi aggiunto che la presenza di Azione in maggioranza contribuirà a rafforzare competenza, serietà e legalità. Una dichiarazione che, letta accanto ai post di Calenda, sembra una smentita con carta intestata. Il leader nazionale parla di errore. Il senatore dice: scelta giusta. Il territorio resta in maggioranza. Roma arrossisce. Reggio aspetta di capire se il partito c’è o ci fa.

La frase magica: ogni amministrativa fa storia a sé

Naturalmente non poteva mancare la formula più usata dalla politica italiana quando deve giustificare tutto e il contrario di tutto: “Ogni elezione amministrativa fa storia a sé”. È una frase comoda. Ci puoi fare un’alleanza col centrodestra a Reggio, una col centrosinistra altrove, una corsa solitaria da un’altra parte e magari il giorno dopo spiegare che non c’è nessuna contraddizione. Basta dire che il territorio decide. Poi, se il territorio decide qualcosa che non piace al capo, il capo dice che il territorio ha sbagliato. Il capolavoro è tutto qui. Azione vuole essere nazionale quando parla nei talk, locale quando prende voti, autonoma quando entra nelle maggioranze e scandalizzata quando qualcuno glielo fa notare.

La domanda vera: Azione resta o esce?

Ora però il giochino deve finire. Perché la domanda è semplice: Azione resterà nella maggioranza Cannizzaro o no? Se Calenda pensa davvero che l’appoggio sia stato un errore, allora dovrebbe chiedere a Califano di uscire dalla maggioranza. Con tutto quello che ne consegue. Se invece Califano resta dentro, allora l’imbarazzo non è l’alleanza con Cannizzaro. L’imbarazzo è la toppa messa da Calenda dopo. Per il neo sindaco di Reggio, in fondo, cambierebbe poco. Con un consigliere in meno la maggioranza resterebbe comunque solidissima. Per Azione invece cambierebbe molto, perché dovrebbe finalmente scegliere se vuole fare politica o solo commentarla.

Forza Italia corteggia i riformisti, ma Azione inciampa su se stessa

Il caso Reggio dice molto più di una comunale. Dice che il centrodestra, almeno in Calabria, ha una forza attrattiva anche fuori dai propri confini tradizionali. Dice che il campo largo non è più una calamita automatica. Dice che pezzi del riformismo possono guardare a destra quando il centrosinistra lascia macerie amministrative. Ma dice anche che Azione deve decidere cosa vuole fare da grande. Perché non si può stare con Cannizzaro a Reggio, contro Cannizzaro su X, con Forza Italia nei ragionamenti nazionali, contro la destra nelle dichiarazioni ufficiali, alternativi al campo largo ma pronti a scegliere caso per caso. Questa non è autonomia. È labirinto. E nel labirinto, di solito, non si guida il centro. Ci si perde.

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