I tentacoli delle consorterie di ‘ndrangheta continuano ad allungarsi ben oltre i confini regionali, mettendo le mani sui finanziamenti pubblici destinati alle emergenze e al rilancio dei territori devastati.
A sollevare il velo su una penetrazione criminale che assume i contorni dell’emergenza democratica è stato l’europarlamentare e membro della segreteria nazionale del Partito Democratico Sandro Ruotolo, intervenuto con durezza sull’operazione della Dda e della Guardia di Finanza di Ancona.
Al centro dell’indagine un vero e proprio sistema affaristico capace di drenare risorse comunitarie e statali. Ruotolo ha raccolto il grido d’allarme lanciato dalla consigliera regionale marchigiana Valeria Mancinelli, trasformando la vicenda in un caso politico di rilevanza costituzionale: “La denuncia della consigliera regionale Pd Valeria Mancinelli solleva una questione di rilevanza nazionale. L’ipotesi che le risorse destinate alla ricostruzione post-terremoto siano finite negli affari della criminalità organizzata è gravissima. Chiediamo al governo di riferire in Parlamento e alla Commissione parlamentare antimafia di intervenire”.
Il sistema dei subappalti, la ‘ndrangheta e il blitz da 57 milioni
I numeri e le risultanze investigative delineano uno spaccato inquietante sulle metodologie di condizionamento economico ideate dalle ‘ndrine in trasferta.
L’inchiesta ha portato all’emissione di otto ordinanze di custodia cautelare, con ben 51 persone iscritte nel registro degli indagati e un maxi sequestro preventivo che supera la cifra di 57 milioni di euro. Un’architettura societaria complessa, basata sul ricorso programmatico a prestanome e a catene di subappalti, che avrebbe consentito ai clan calabresi di insediarsi stabilmente nei cantieri del sisma in combine con altre matrici della criminalità organizzata campana.
L’esponente dem ha ripercorso i passaggi chiave dell’attività della magistratura inquirente, puntando i riflettori anche sugli sviluppi che toccano direttamente i palazzi delle istituzioni: “L’inchiesta della DDA e della Guardia di Finanza di Ancona ha portato a otto arresti, 51 indagati e sequestri per oltre 57 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, attraverso un sistema di prestanome e subappalti, parte dei lavori sarebbe stata affidata a società collegate alla ‘ndrangheta e ai Casalesi, fazione Zagaria. Per l’imprenditore Crucianelli il GIP non ha riconosciuto l’aggravante mafiosa. Nell’inchiesta per corruzione è stato arrestato anche Fabio Pistarelli, già capo di gabinetto del presidente Acquaroli”.
Il nodo dei controlli e l’affondo contro la gestione commissariale
La presenza delle cosche calabresi nell’affare della ricostruzione riapre interrogativi drammatici sulla tenuta e sull’efficacia dei meccanismi di prevenzione e delle verifiche antimafia lungo i flussi finanziari. La politica è chiamata a fornire risposte trasparenti e immediate per evitare che il dramma delle popolazioni colpite si traduca in una titanica lavatrice di denaro sporco.
Senza superare le garanzie costituzionali ma esigendo chiarezza sui livelli di responsabilità amministrativa, Ruotolo ha incalzato sia la giunta regionale marchigiana che la struttura del commissario straordinario: “Nel rispetto della presunzione di innocenza, chiediamo ad Acquaroli di chiarire quali segnalazioni avesse ricevuto sul suo collaboratore, quali verifiche siano state effettuate e se ne sia stata informata la magistratura. Al commissario Castelli chiediamo come sia stato possibile aggirare i controlli antimafia e quali misure intenda adottare. Sosteniamo la denuncia di Mancinelli e porteremo questa vicenda all’attenzione nazionale. La ricostruzione è un dovere dello Stato verso comunità già duramente colpite. Quei fondi devono servire a ricostruire case e futuro, non ad arricchire criminali e corrotti. La politica ha il dovere di fare piena luce”.













